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Suoni, colori e soldi: cronaca di un matrimonio indiano

Direzione Italia su National Geographic Italia
Foto e testo:  Mario Fracasso

A Puskar, nella regione nordoccidentale del Rajasthan, per entrare nel vivo
di una cerimonia nuziale in stile indù, tra sfarzosità e contraddizioni

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Follow us, we go to play to a marrige“, mi esorta Deepak, in una pausa dalla frenesia del suo tamburo.

Passeggiando per la via principale di Pushkar, nel Rajasthan, tra negozi affollati di stereotipi per turisti, risciò, tuc tuc, mucche sacre e santoni, mi sono imbattuto in rumorose processioni nuziali.

Così sono uscito dall’itinerario previsto per entrare in un’India più reale, per scoprire un luogo dove i sensuali suoni orientali vengono gracchiati da altoparlanti montati su carretti e si confondono con i ritmi suonati dalla banda; dove si balla nel traffico e la festa deve essere quanto più ricca e appariscente possibile per numero di invitati, decorazioni, gioielli, finimenti e banconote che dimostrano la disponibilità economica delle famiglie.

Nei matrimoni c’è poco della spiritualità stereotipata dall’Occidente e le unioni fanno felici più le famiglie che i fidanzati. Ancora oggi, infatti, la maggior parte sono combinati dai genitori e la dote portata dalla sposa è un elemento decisivo per l’accordo.

Lo sforzo economico è così rilevante che alcuni arrivano a indebitarsi o addirittura a preferire che non nascano figlie femmine. Libri, riviste e quotidiani trattano frequentemente questi problemi sociali, presenti soprattutto nelle zone rurali del sub continente.

Se ne dovrebbe discutere a lungo, ma forse, per questa volta, è meglio seguire Deepak e il resto della banda per immergersi dal vivo nella festa.

nella foto: Bambini sui troni degli sposi. Se per gli adulti palco e troni sono un luogo inviolabile prima dell’arrivo degli sposi, non è così nell’innocenza dei più piccoli. Per questi ultimi sono luoghi perfetti per giocare ad imitare gli adulti. ©Mario Fracasso

LEGGI IL REPORTAGE DA NATIONAL GEOGRAPHIC ITALIA

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Harley-Davidson chiama, Papa Francesco risponde

Più di centomila “bikers” a Roma per celebrare la moto più famosa del mondo e ricevere la benedizione del Papa [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Si è appena concluso il maxi raduno europeo di Harley-Davidson a Roma. La città per quattro giorni ha risuonato del rombo di oltre centomila leggende a due ruote arrivate per festeggiare i 110 anni della casa motociclistica di Milwakee. Come nella migliore tradizione made in U.S.A., tutto nacque in un garage e la passione di due giovani per i motori è diventata un simbolo per generazioni di ribelli e viaggiatori on the road. Occhiali scuri, giubbotto o gilet di pelle nera, stivali, moto personalizzate e bandiere del proprio paese, i partecipanti al raduno hanno attraversato giorno e notte la capitale, per visitarla e conoscerne anche gli angoli meno turistici, in perfetta filosofia motociclistica. Tutto l’evento ha avuto anche un risvolto multimediale sui “social network” attraverso la condivisione di contenuti rintracciabili con il tag #HD110Rome su twitter, instagram e facebook.

Dalle piazze virtuali a quella reale di San Pietro: domenica mattina oltre 3000 moto hanno raggiunto il Vaticano per la celebrazione della Santa Messa. Nella giornata dell’Evangelium Vitae, Papa Francesco ha reso omaggio anche a loro e alla loro idea di vita spesso al limite. Limite che a volte è quello dato dall’etichetta di “cattivi”. Nonostante la faccia da duri gli harleisti hanno, però, dimostrato di avere buoni sentimenti e spiritualità e di trovare in Papa Francesco una guida adatta, con un passato da buttafuori e sempre dalla parte dei più deboli. ©Diego Funaro


Divini Sacrifici: la morte rituale nelle religioni

Intervista di Fabiola Zingales ad Adriana Gandolfi
Testo di Mario Fracasso
Foto di Giacomo Grifi, Mario Fracasso, Diego Funaro, Angela Turchini, Fabiola Zingales

La Pasqua è un evidente rito primaverile, un periodo di rinnovamento in cui Direzione Italia vuol sperimentare un nuovo modus operandi: il nuovo reportage è frutto di una collaborazione a tutto campo in cui le immagini creano una gallery collettiva e il testo è tratto dall’intervista di Fabiola Zingales ad Adriana Gandolfi, ricercatrice etnografica e voce di rilievo negli studi demo-antropologici in Abruzzo e nell’Appennino Centro-Meridionale.

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«La Pasqua doveva cadere per forza nel periodo primaverile». Dalla frase d’esordio di Adriana Gandolfi si capisce subito che l’origine della celebrazione cristiana è più complessa di quanto possa sembrare. La ricercatrice continua spiegando: «bisognava convertire i pagani attraverso la tradizione, conservando i rituali più antichi, ma sovrapponendo la nuova visione religiosa». La Pasqua Cristiana ricorda il sacrificio di Gesù, morto per salvare gli uomini dai loro peccati, e celebra la sua resurrezione: le popolazioni pre-cristiane festeggiavano ogni anno la fine dell’Inverno e la rinascita della Primavera, facendo sacrifici per chiedere agli dei raccolti abbondanti. «Non è un caso che in alcune processioni della Settimana Santa, come accade per esempio a Sulmona con il rituale della Madonna che Scappa, Maria, dopo aver visto suo figlio risorto, vesta un abito verde, abbia una rosa rossa e delle colombe intorno. Sono tutti simboli della primavera». Se la Pasqua Cristiana si è sovrapposta ai riti “pagani”, l’origine della sua ritualità e dei suoi simboli deriva sicuramente dalla Pasqua Ebraica che ricorda la liberazione del popolo giudaico dalla schiavitù in Egitto: nella Decima Piaga che Dio inflisse al faraone l’angelo della morte doveva uccidere tutti i primogeniti. Per distinguere le loro abitazioni e salvare i propri figli gli Ebrei dovevano sacrificare un agnello e tingere le porte delle loro case con il suo sangue. L’angelo alla vista di quell’offerta a Dio sarebbe passato oltre. La parola Pasqua, infatti, deriva dall’ebraico pesach, passare oltre, tralasciare. La scelta dell’agnello come capro espiatorio, associato anche alla figura dei primogeniti, aveva un significato particolare: era la rinuncia più grande che si potesse chiedere e attraverso questo sacrificio l’uomo era pronto a sancire il patto di alleanza con Dio. Nel suo martirio Gesù non fa altro che divenire agnello sacrificale, figlio morto per sancire una nuova alleanza con il “nuovo popolo eletto”.

L’idea del sacrificio è presente anche nell’Islam. I Musulmani celebrano l’Id al Adha, letteralmente, festa del sacrificio, che cade 70 giorni dopo la rottura del Ramadan, il decimo giorno dell’ultimo mese del calendario lunare islamico. Anche in questo caso si tratta di un patto di alleanza sancito attraverso un sacrificio: Abramo è pronto ad immolare suo figlio per invocarne la protezione di Dio, che gli concede, invece, di uccidere un montone. Per questo durante l’Id al Adha, al posto dell’agnello, viene immolato un ovino adulto. Nei casi in cui il sacrificio venga fatto da un gruppo numeroso di persone, può essere ucciso un bovino o un camelide. Questo rito è celebrato da tutto il mondo islamico e lo si ritrova con piccoli adattamenti anche nelle turuq, confraternite derivate dal sufismo. Quella dei Bektashi fu fondata nel XIII secolo e ha i maggiori proseliti in Albania. Celebra la sua festa del sacrificio a metà Agosto: tutte le famiglie sono chiamate a riunirsi sul Monte Tomori (al centro dell’Albania) per immolare un ovino e tingersi la fronte con il suo sangue. I festeggiamenti vanno avanti per una settimana, tra canti, balli e riunioni di famiglie. Ognuna uccide un animale che viene condiviso tra tutti i parenti e in parte donato ai poveri.

L’idea di sacrificare qualcosa di importante per sancire un patto con una divinità non è, però, caratteristica solo delle religioni monoteiste. Tra i Greci era una prassi normale e anche gli atti più atroci erano giustificati nel chiedere favori agli dei. Nell’Iliade Agamennone immolò sua figlia Ifigenia per placare l’ira della dea Artemide, che impediva alle sue navi di salpare verso Troia, e propiziarsi i favori di Poseidone, mentre nell’Odissea Tiresia esorta Ulisse a sacrificare un maiale, un montone o un toro per ingraziarsi il dio del mare. Quest’ultimo racconto è una delle prime testimonianze dei Suovetaurilia, un rito apotropaico praticato dai Romani: a Marte bisognava sacrificare un toro, alle divinità ctonie un maiale e al dio Quirino un montone. «Nelle religioni legate al culto della terra», spiega ancora Adriana Gandolfi, «il sacrificio era legato a necessità molto pratiche». Per chiarire meglio questa idea, l’antropologa riporta come esempio il Ver Sacrum, la Primavera Sacra, praticata dai popoli italici. «Negli anni in cui il raccolto non bastava a sfamare l’intera popolazione, si dovevano consacrare a Marte tutti i nati in quella primavera, animali o umani che fossero. I primi seguivano il loro consueto destino temporale, i secondi venivano cresciuti fino alla loro maggiore età, quando, dopo un banchetto rituale, venivano scacciati dalla comunità portandosi dietro, come “dote”, lo stesso numero di animali che risultavano consacrati alla loro nascita». Questo serviva per chiedere favori a Marte, dio della forza e dell’abbondanza. «Ma non è finita…», continua la studiosa, «…anche i migranti dovevano fare un sacrificio per consacrare agli dei un nuovo luogo da abitare». Infatti il corteo, che doveva essere preceduto da un toro bianco, vagava fin quando quest’ultimo non si fermava definitivamente. Li il bovino veniva ucciso e con il suo sangue si delimitavano i confini della nuova città. «È in pratica quello che avvenne nel rito di fondazione della stessa Roma!».

Lo studio dei popoli italici mostra come anche il maiale fosse un animale usato spesso nei sacrifici rituali. Su alcune monete coniate dalla Lega Italica durante la Guerra Sociale del 90-88 a.C. si vedono i capi delle tribù in rivolta contro Roma che giurano con le armi sguainate verso un maiale, nell’atto di sacrificarlo. Inoltre a Cerere, per propiziare messi abbondanti, bisognava immolare una scrofa, la così detta porca praecidanea. «Sembra assurdo ma il maiale è una sorta di “eroe culturale” per la nostra società e lo è stato nella nostra storia», afferma con convinzione la studiosa, «è allevato sin da epoca neolitica, si riproduce in maniera prodigiosa, è onnivoro, cresce e ingrassa rapidamente e sacrifica la vita per sfamare gli esseri umani». In effetti oggi il maiale è uno degli animali che più contribuisce alla nostra alimentazione e in passato, specie in periodi di crisi, era l’unica fonte di sostentamento per la maggior parte delle famiglie. I capi della Lega Italica lo sacrificavano per poi cibarsene, così come ancora oggi l’uccisione di un maiale in campagna è un rito a cui partecipa l’intera famiglia.

Ma il martirio dei suini è un elemento culturale proprio di molte popolazioni. Accade, per esempio, in Papua Nuova Guinea ancora oggi. Le popolazioni indigene allevano i maiali trattandoli come figli. Per questo sacrificarli vuol dire rinunciare a qualcosa di molto prezioso e, per vincere l’amarezza del distacco e il senso di colpa, viene messa in scena una farsa ritualizzata. I maiali vengono spaventati e scacciati al di fuori del villaggio, nella foresta. Qui diventano selvatici, assumendo caratteri più vicini alle bestie che agli umani. Così le tribù confinanti, invitate a partecipare al rituale, sono autorizzate a ucciderli, con la promessa di ricambiare il favore durante celebrazioni successive.

Sacrificare una vita per dimostrare sottomissione, chiedere favori, sancire alleanze o, comunque, entrare in contatto con forze ultraterrene è un’idea da sempre insita nell’animo umano e ritorna in forme diverse e sacrificando animali differenti in quasi tutte le religioni del mondo. Per avere un’idea di ciò, come fa notare Adriana Gandolfi, «basta dare un’occhiata ai testi di Frazer e Bastide». Questi due antropologi raccontavano tra XIX e XX secolo riti che spesso possono essere osservati ancora oggi. Roger Bastide, sociologo francese, descrive approfonditamente le religioni sincretiche di radice afro-cattolica presenti in Brasile. Nel Le Cadomblé de Bahia parla dei sacrifici fatti nel Cadomblé, dove nei riti di iniziazione, di passaggio, curativi o invocativi vengono sacrificati soprattutto volatili: “La cosa più importante è che un gallo sarà sacrificato; il suo sangue annaffierà la pietra del dio, la testa il petto, le mani e i piedi del fedele”. Nel Ramo d’Oro James Frazer riporta sacrifici di diversi animali sacri: orsi, tartarughe, serpenti, capre, maiali e persino uomini. Descrive alcune tribù indonesiane convinte che, anche dopo averlo tagliato per farne delle case, il legno conservi in sé gli spiriti presenti negli alberi usati. Per questo prima abitare una nuova casa bisognava cospargerne le pareti del sangue di vittime sacrificali: capre, maiali o bufali presso i Toraja, umani presso i Tonapù. Questo sacrificio aveva lo scopo “di propiziarsi gli spiriti della foresta che eventualmente fossero rimasti nel legno, mettendoli di buon umore cosicché non facciano del male a chi vi abita”.

Anche i Galli descritti da Cesare nel De Bello Gallico sacrificavano vite umane: “coloro che sono affetti da malattie gravi o che si trovino in mezzo a pericoli o battaglie, sacrificano uomini come vittime o promettono di farlo […], poiché ritengono di non poter placare la volontà degli dei immortali se in cambio della vita di un uomo non venga offerta la vita di un uomo”. Il sacrificio umano nelle culture antiche era molto diffuso e spesso considerato normale come quello animale. In quasi tutti i sacrifici rituali la carne della vittima difficilmente andava sprecata. La ragione era pratica e simbolica allo stesso tempo: da una parte la carne era consumata per nutrirsi, dall’altra mangiare la carne della vittima significava assumerne le qualità e creare un circuito di forze tra l’uomo e le potenze sovrannaturali. Così anche i Cristiani Cattolici e Ortodossi, attraverso la celebrazione della Pasqua e dell’Eucarestia, si nutrono del corpo e del sangue di Gesù, immolatosi come un agnello, per sancire l’alleanza con Dio e donare agli uomini la sua innocenza, liberandoli dai loro peccati. ©MarioFracasso


Sant’Antonio e le Farchie: il fuoco che salvò una città

In Abruzzo, nella provincia di Chieti, si rievoca un miracolo che attraverso un incendio salvò una piccola città.

Sant’ Antonio ha come attributo ricorrente il fuoco, tanto che in molte città e paesi, il 17 gennaio, giorno a Lui dedicato, si accendono grandi falò, alla fine dei rituali più diversi. A Fara Filiorum Petri, nei pressi di Chieti, ogni anno si festeggia il Santo, celebrando un miracolo col quale Egli salvò la cittadina dal tentativo di un’invasione alla fine del 1700. Il salvataggio avvenne grazie alla trasformazione degli alberi attorno a Fara, in fiamme alte e fitte, che impedirono il passaggio agli invasori. Per ricordare il prodigio le contrade del paese, stringono fasci di canne alti fino a 8 metri e larghi oltre un metro, detti farchie. Li annodano con rami di salice rosso, e al calar della sera li bruciano, ricreando l’atmosfera che salvò Fara. Osservando i volti di chi prepara la festa e vi prende parte attiva, si notano orgoglio, devozione, fatica e gioia, emozioni che si mescolano per dare vita a una celebrazione dell’identità e della cultura del posto.

Foto: Francesco D’Alonzo

 


Salento dall’alba al tramonto

Un giornata nella terra del vento tra santi, tarantole e spiriti pagani.

L’alba si tinge di rosa, i santi si destano e il vento inizia a soffiare. A volte da Ovest, altre da Est, dalla Calabria o dall’Albania. A volte arriva da Sud, direttamente dall’Africa, e sembra portare con sé la sabbia del deserto. Salento: l’estremo Oriente della nostra penisola. Circondato dai mari, è da sempre considerato terra di unione, ponte verso altre culture, punto d’approdo.

Cattedrali, chiese e statue di santi osservano dall’alto, la religione è scolpita nella tenera pietra leccese e si eleva verso il cielo nei ghirigori barocchi. La si incontra ad ogni angolo di città, paesi e frazioni che si estendono su tutto il territorio: vicini, spesso attaccati, sempre collegati da una fitta rete di strade che sembra progettata per imbrigliare le campagne. Cave di tufo, immensi campi coltivati, masserie, ulivi e pagghiare erano i luoghi del faticare quotidiano necessario a rendere fertile la terra arsa dal sole e della siccità. Ma erano anche i luoghi dove mordeva la tarantola, dove iniziava la “follia” di donne e uomini che sfogavano nel ballo i disagi repressi. Dove dolmen e menhir ricordavano riti pagani non del tutto sopiti e dove spiriti, folletti e fate danzano ancora oggi nelle notti d’estate. © Mario Fracasso