L'Italia vista con gli occhi degli italiani

Articoli con tag “tradizioni

Bevagna, un borgo in cui rivive il Medioevo

In Italia le rievocazioni storiche e le feste a esse collegate sono innumerevoli, molte sono legate al Medioevo o al Rinascimento, soprattutto nelle città del Centro che nacquero o accrebbero la loro importanza proprio in queste epoche storiche. Tante tra queste rievocazioni sono semplici sfilate in costume, altre prevedono giostre o richiamano importanti celebrazioni antiche.

Una ci ha colpiti particolarmente, perché rende partecipi i visitatori di quella che era la vita quotidiana nel periodo tra il 1200 e il 1300: parliamo del “Mercato delle Gaite” che si svolge a Bevagna, uno dei borghi più belli d’Italia a pochi chilometri da Perugia, in Umbria, alla fine di giugno.

Che cosa sono le gaite? Sono i quattro quartieri che suddividono la città: San Giorgio, San Giovanni, Santa Maria e San Pietro. La parola “gaita” sembra derivare dal longobardo “watha” che significa “guardia”. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

 

La particolarità di questa festa, che da trent’anni anima questa città, è che rende possibile assistere e partecipare a quelli che furono gli antichi mestieri diffusi in quella zona. Volontari in costume soffiano il vetro, tessono la seta, battono monete, fanno la carta o la pergamena oppure tingono tessuti, secondo le modalità medievali. C’è chi spiega in modo didascalico, chi attorno a un mestiere ha creato degli spettacoli teatrali, chi coinvolge lo spettatore e lo invita a provare. In ogni caso, si è catapultati indietro di oltre 600 anni, quasi come Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”.

Questo viaggio nel tempo dà un’idea diversa da quella che hanno molti su questo periodo storico. Non era, infatti, un’epoca buia, grigia e ignorante poiché, sebbene la cultura alta non fosse alla portata di tutti, nei monasteri, per esempio, si conservava il sapere grazie agli amanuensi, ai miniatori, ai rilegatori e a tutti coloro che hanno permesso a libri ben più antichi del Medioevo stesso, di giungere ai giorni nostri. Inoltre ci si può rendere conto di quanto l’attenzione all’ambiente fosse paradossalmente maggiore all’epoca, che ai giorni nostri. Nella produzione di qualsiasi materiale e oggetto, si riutilizzava ogni cosa, nulla era gettato via, probabilmente per la consapevolezza del valore del tempo e della fatica che costava produrre anche solo un bicchiere, una pagina, una moneta.

Il Mercato delle Gaite non è soltanto una rievocazione con una sorta di laboratorio didattico e di spettacoli teatrali; ogni quartiere, rappresentando alcuni antichi mestieri, è in gara con gli altri e alla fine della settimana di feste è eletta la gaita vincitrice. Bevagna durante questa festa continua a scorrere nel presente, ma la magia dell’evento fa dimenticare la frenesia moderna e porta ad immergersi nelle emozioni di un passato lontano. ©Diego Funaro


La frisella, un pane che viaggia per mare

origine delle freselle

crespelle

È probabile che tutti ne abbiamo sentito parlare almeno una volta e molti di noi l’hanno anche assaggiata: è la frisella, una ciambella di pane biscottato tagliata a metà, tipica della Puglia e della Campania, ma diffusa anche in altre zone del Sud Italia.

Immaginiamo di solito il pane come qualcosa di fresco e morbido, da consumare prima possibile o da inserire in altre preparazioni, non appena inizia a diventare raffermo. La frisella, o com’è chiamata in Campania “fresella”, non ha affatto queste caratteristiche. Già la forma è particolare, perché non è un panino o una pagnotta, ma una ciambella tagliata per metà longitudinalmente, e poi non è morbida, al contrario, la doppia cottura in forno, la rende dura. La forma a ciambella è stata scelta per rendere più pratica la conservazione e più facile il trasporto. Questi taralli, infatti, si conservano a lungo e sono stati per tanto tempo il cibo di marinai e pescatori che li portavano legati a una cordicella che era poi chiusa come una collana e appesa. La stessa cosa è stata fatta per secoli anche nelle case dei contadini che, non potendo panificare spesso nei forni comuni e non avendone di propri, avevano bisogno di un tipo di pane che durasse molto tempo senza rovinarsi. Anche i pastori transumanti usavano portarne diverse con sé durante i lunghi periodi tra i monti. Chiaramente le friselle non vanno mangiate così come sono, ma devono essere ammorbidite e unite ad altri cibi. Chi vive in mare, per esempio le ha da sempre fatte rinvenire con acqua marina o ne ha fatto il fondo per zuppe di pesce. A Napoli, la fresella è utilizzata come ingrediente fondamentale per la caponata, insieme a pomodoro, aglio, basilico, olive, tonno, alici, olio d’oliva e origano. A Bari le friselle sono consumate con lampascioni e carciofini, dopo essere state bagnate di vino, sugo di pomodoro, olio e acqua. Il modo più comune di mangiarle è quello di inzupparle in acqua e coprirle di pomodori a pezzetti, olio e un pizzico di sale e, se si vuole, arricchite con altri semplici ingredienti come il basilico o l’origano.

Ma da dove arrivano le friselle? A Napoli erano vendute in strada dai “tarallari” già nel XIV secolo, ma le origini sono ben più antiche: in Puglia sono chiamate anche “pane dei crociati”, perché erano uno dei cibi che questi portarono nei viaggi in Medio Oriente. Plinio nella “Naturalis Historia” parla di “pane nautico” che, inzuppato in diversi ingredienti ha differenti proprietà benefiche. Questo pane duro si conservava a lungo e poteva essere ammorbidito anche semplicemente con acqua, magari di mare.

storie delle freselle

Ci sono differenti possibili etimologie del nome, c’è chi la fa derivare da “fresa”, chi dal napoletano “fresillo” che significa nastrino, magari per la forma acciambellata, o per il fatto di essere conservare legate con una cordicella o un nastro. Alcuni addirittura risalgono allo spagnolo frijoles” fagioli, perché anticamente le freselle erano bagnate con acqua di cottura dei fagioli. Un’altra probabile derivazione è dal latino “frendere” e cioè “sbriciolare, macinare”, da cui deriva anche la parola “friabile”, caratteristica principale di questa ciambella. Secondo alcuni, questo tipo di taralli avrebbe origini pressoché mitiche, infatti, sarebbero state portate in Italia da Enea quando sbarcò in Salento, mentre secondo altri sarebbero stati gli autoctoni ad offrire questo pane ai troiani dopo il loro sbarco, in segno di benvenuto. L’etimologia, in questo caso, sarebbe da far risalire alla parola “Frigia”, e cioè alla regione di provenienza di Enea.

Per restare al mondo antico, un’altra possibile provenienza della frisella è dalla Grecia classica: sembra infatti che questa specialità pugliese sia diretta discendente dei dìpyros, di cui parla anche Marziale. Il dìpyros altro non è che un pane cotto due volte dal greco “dìs” = due e “pyros” = fuoco. A Creta ancora oggi c’è un pane caratteristico simile alla frisella, si chiama kulùres ed è una ciambella tagliata a metà, proprio come la specialità del nostro Meridione. ©Diego Funaro


La Pasqua danzante degli Arbëreshë

FOTO E TESTO DI MARIO FRACASSO

L’ultima svolta prima di entrare a Civita è un tornante in salita che s’immette improvvisamente sul viale che entra in paese. Un rapace in pietra con ali spiegate ed enormi artigli appare all’improvviso. <<Questo è il mio nido>>, sembra dire. Cifti, nido d’Aquila, è infatti l’antico nome di questo piccolo borgo in provincia di Cosenza. Abbarbicato tra le vette del Parco Nazionale del Pollino, ma a pochi passi dal mare, fu scelto dai suoi primi abitanti proprio per la posizione strategica: collegato alla costa, ma nascosto agli sguardi di chi dal mare avrebbe potuto insidiarlo. Primi abitanti che dovevano provenire proprio dalla “Terra delle Aquile”, l’Albania. A Civita abita invero una comunità Arbëreshë: Italiani discendenti da Albanesi arrivati qui nel Medioevo. Oggi la parlata locale è una miscela di antico albanese e termini mutuati da Italiano e dialetti limitrofi, la religione è Cattolica nella sostanza, ma Ortodossa nella forma (storicamente agli Arbëreshë fu lasciata la possibilità di celebrare i riti secondo la tradizione ortodossa, nonostante fossero stati assorbiti dalla Chiesa cattolica) e le tradizioni popolari raccontano di genti venute a seguito di un eroico condottiero.

Durante la settimana santa, la processione e la messa domenicale sono permeate dal retaggio albanese-ortodosso. Il martedì successivo, Pashkët in dialetto locale, alle candele, all’incenso e alle icone dorate si sostituiscono danze e melodie “pagane”: vanno in scena le Vallje, una tradizione istituita dal 1467. Donne e uomini vestiti in abito tradizionale arbëreshë ballano e cantano in cerchio tenendosi per mano o impugnando lo stesso fazzoletto. Rievocano le gesta di Scanderberg, eroe nazionale albanese, che nel XV secolo resistette per anni all’invasione ottomana. In gruppi girano per le vie del paese, danzando fino a “imprigionare” all’interno del cerchio qualche cortese forestiero che offrirà loro da bere per ottenere la libertà

Tradizioni come queste sono venute da lontano, si sono sedimentate tra le cime del Pollino e hanno reso paesi come Civita paradisi per viaggiatori e turisti in cerca di mete inusuali. ©MarioFracasso

 


Arancine da questa parte, arancini dall’altra

Arancini sicilying

La cucina italiana è un mosaico articolato, le cui tessere sono le tradizioni regionali, che a loro volta si ramificano con variazioni della stessa pietanza. Queste ramificazioni arrivano ad essere così varie che una stessa ricetta può cambiare non solo da una città all’altra, ma da un quartiere all’altro, fino agli estremi in cui ogni famiglia preparerà una propria variante, assicurandoci che proprio quella è la versione originale. Tale complessità spesso si accosta a origini incerte. Gli arancini, simbolo della gastronomia siciliana, possono essere un esempio calzante. Senza arrivare a divisioni capillari, questa polpetta di riso panato e fritto divide esattamente in due la Sicilia: nella parte orientale con la denominazione maschile “arancino”, in quella occidentale al femminile “arancina”. Può sembrare cosa di poco conto, ma anche da qui passa la rivalità tra Palermo e Catania, le due principali città dell’Isola. Chi le chiama “arancine” sostiene la correttezza del nome per la similitudine con le arance nella forma e nel colore, d’altro canto, chi li chiama “arancini” potrebbe far notare che nei dialetti siciliani il nome dell’agrume è aranciu al maschile. Nell’area Est della Sicilia potrebbero anche dirvi che la somiglianza col frutto è inesistente, perché qui, molto spesso gli arancini hanno forma conica, più simile a quella dell’Etna, somiglianza ancora più evidente dopo il primo morso che, togliendone la punta, farebbe fuoriuscire vapore e, in maniera analoga a una colata lavica, una parte del sugo.

Le differenze non sono soltanto nel nome e nella forma. Esiste una grande varietà di ripieni per le arancine, tra tutti a farla da padrone è il ragù, che ovviamente avrà qualche variazione tra una rosticceria e l’altra. Può cambiare il tipo di carne usato, vitello, maiale o una mescolanza dei due, la presenza o meno dei piselli e così via. Questa ricchezza di versioni deriva dalle radici incerte degli arancini. Al di là del fatto che Palermo e Catania rivendichino entrambe la nascita della prima arancina, anche il periodo in cui nacque è incerto. C’è chi dice siano nate durante la dominazione musulmana, chi li fa risalire ai tempi di Federico II, chi a periodi molto più recenti, nella seconda metà del 1800. Nei primi due casi gli arancini sarebbero nati per praticità. La panatura consentiva, infatti, di trasportare facilmente una pietanza abbastanza elaborata e certamente nutriente, durante battute di caccia e lunghe giornate di lavoro nei campi. Chiaramente se le origini fossero queste, sarebbe stato impossibile un condimento con il pomodoro, che fu portato in Europa dopo la scoperta dell’America.

Sono tanti i posti in cui gustare queste prelibatezze, in particolare in uno abbiamo anche trovato una soluzione alla diatriba sul nome. Alla Focacceria Don Puglisi di Modica, durante una chiacchierata sugli arancini, si è giunti alla conclusione che al maschile possono essere chiamati quelli di forma conica, mentre quelli tondeggianti sono chiaramente arancine. Questa idea pacifica è in linea con la filosofia accogliente della casa Don Puglisi. Qui i cibi tradizionali sono preparati anche da donne rifugiate che hanno partecipato a programmi di accoglienza, inserendosi così nel mondo del lavoro e sostenendosi economicamente, un’evoluzione solidale della multiculturalità che da sempre caratterizza la Trinacria. ©Diego Funaro


Willy Wonka era modicano?

cioccolato dolceria rizza modica

In Sicilia c’è una grande tradizione dolciaria di origini antiche e influenzata da diverse culture di differenti zone del mondo; il cioccolato di Modica ne è un esempio così illustre che Leonardo Sciascia affermò: «a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto, e che il cioccolato altrove prodotto, sia pure il più celebrato, ne sia l’adulterazione, la corruzione».

Era il XVI secolo quando i Conquistadores spagnoli portarono il cacao (principalmente “criollo” con fave grosse, dolci e succose) dall’America in Europa. Fu un successo immenso.
Per ottenere il xocoatl, l’antenato della cioccolata che tutti conosciamo, gli aztechi trituravano con un mattarello di pietra le fave di cacao su una tavola, anch’essa di pietra ricurva chiamata metate che riscaldavano, ponendola sopra braci o ramoscelli bruciati. In questo modo i frutti sprigionavano tutti i loro aromi e si otteneva un impasto che poteva essere arricchito con spezie come pepe, peperoncino, vaniglia o cannella. La bevanda era molto energetica e amara. La preparazione del cioccolato modicano si ispira a quella delle antiche popolazioni del centro America, ma non è identica. Alle origini il cioccolato di Modica era mescolato a zucchero di canna, prodotto tipico del territorio, perché, di tutta l’Italia, solamente in alcune zone della Sicilia era coltivata la canna da zucchero. Si è arrivati col tempo a preferire una lavorazione a bagnomaria, invece che sulla pietra riscaldata, per poter avere temperature più basse e uniformi durante tutto il procedimento. Una delle principali caratteristiche del cioccolato di Modica, infatti, è quella della lavorazione “a freddo”, con temperature che variano tra i 35° e i 40°, che permettono di mantenere inalterate le proprietà organolettiche del cacao e di non sciogliere lo zucchero. La consistenza, confrontata con quella del cioccolato a cui siamo abituati, risulta meno liscia e più granulosa, mentre l’aspetto sembra più grezzo per non essere stato temperato come la maggior parte dei cioccolati. Nel corso dei secoli il cioccolato di Modica ha anche rischiato di scomparire. Leggendo L’arte di annacarsi – un viaggio in Sicilia, di Roberto Alajmo, scopriamo che a partire dagli anni ’20 del ‘900, quando cioè Modica dovette cedere il titolo di provincia a Ragusa, la città ha avuto un moto di orgoglio e di ricerca della propria identità che è passata anche attraverso la gastronomia locale. Proprio in questo periodo, infatti, sono nate le principali cioccolaterie modicane, come l’Antica Dolceria Rizza. Peppe Rizza, titolare dell’azienda, sembra quasi Willy Wonka per la passione e la gioia che mette nel preparare il cioccolato e narrarne la storia.
Willy Wonka, però non era modicano. Chissà quanto più gustosa sarebbe stata la sua fabbrica se avesse mai assaggiato l’esplosione di sapori che questa prelibatezza crea nel palato. @Diego Funaro


Carciofi alla giudia, istituzione della cucina romana

Cucina romana, carciofi mammola alla giudia

A Roma alcuni piatti tipici sono praticamente un’istituzione e fanno parte della cultura e del vissuto di ogni romano. Un caso particolare è rappresentato dai carciofi alla giudia, probabilmente la pietanza più famosa della cucina giudaico-romanesca. La ricetta ha un’origine antica ed è il risultato dell’incontro di più culture: quella ebraica spagnola, siciliana e romana, con due prodotti tipici della zona: il carciofo mammola che localmente è chiamato cimarolo”, le cui caratteristiche sono la forma tondeggiante e l’assenza di spine e l’olio extravergine d’oliva laziale. L’incontro avvenne quando il Papa Paolo IV stabilì nel 1555 con la bolla Cum nimis absurdum, pesanti limitazioni e obblighi per tutti gli ebrei. Tutte le persone di religione ebraica furono costrette a vivere in luoghi separati da chi professava la religione cattolica. Nacque in questo modo il ghetto di Roma, uno dei quartieri più belli della Capitale. Qui trovarono ospitalità anche gli ebrei di Spagna e Sicilia cacciati da Isabella di Castiglia nel 1492. Spagnoli e siciliani portarono a Roma le loro ricette, nate dai territori d’origine e dalla convivenza con i musulmani. Queste ricette, fondendosi con la cucina romana diedero vita a carciofi fritti due volte in olio d’oliva, conditi con sale e pepe, che assumono una forma simile a quella di fiori aperti. Si dice che questo piatto fosse consumato principalmente alla fine della celebrazione ebraica dello Yom Kippur o Giorno dell’Espiazione, e che fosse apprezzato anche dagli altri romani che andavano a gustarlo al ghetto. Furono i romani non ebrei, infatti, a denominare questi carciofi “alla giudia” e cioè “alla giudea”. Probabilmente la calendarizzazione dei carciofi alla giudia come cibo rituale non è esatta, perché i cimaroli sono un ortaggio primaverile, mentre lo Yom Kippur cade in periodi diversi, ma il legame dei romani con questo piatto dalle radici antiche è indissolubile. ©Diego Funaro


Destinazione Biella

Biella per chi non la conosce, probabilmente fa pensare a un’imprecisata zona industriale in Piemonte. Almeno questo e poco più è quello che a molti è stato insegnato a scuola. L’industria tessile, in effetti, è tutt’ora un importante forza trainante del biellese che, però, offre molto altro a chi voglia conoscerne l’atmosfera.

Per il blog tour #destinazionebiella la prima tappa è stata proprio una visita a Casa Zegna, a Trivero. Il museo sorge nelle immediate vicinanze del lanificio e ospita, oltre ad abiti di diverse epoche e lane di svariati tipi e in diversi stadi di lavorazione, l’archivio storico, laboratori e mostre temporanee. Abbiamo avuto modo di scoprire come accanto alla ricerca dell’eccellenza nel campo della lana, già più di un secolo fa, Ermenegildo Zegna avesse in mente il sogno di rendere migliore il territorio in cui vive l’azienda e migliorare così anche la vita di dipendenti e collaboratori. L’industriale concretizzò le sue idee, piantando oltre 400.000 conifere e innumerevoli rododendri nell’Oasi Zegna, ampia zona alpina aperta a tutti in cui godere del paesaggio, svolgendo diverse attività: dallo sci alle ciaspolate in inverno, alle escursioni e mountain bike nei mesi non innevati. Il fondatore del lanificio fu anche un uomo in grado di cogliere le opportunità nei momenti critici, non solo per sé, ma per tutti i suoi dipendenti. Infatti, durante la seconda guerra mondiale, per compensare i cali di produzione e la conseguente disoccupazione di molti operai, iniziò la costruzione della “Panoramica Zegna” una strada provinciale di quasi 45 chilometri che giunge da Biella fino in montagna, impiegando nei cantieri i suoi stessi operai tessili. [continua dopo le foto]

Dal primo impatto con l’anima industriale dell’area, è solo apparentemente complesso il passaggio verso altre facce di questa zona ricca di tesori nascosti. La tradizione enogastronomica e i prodotti tipici sono stati una piacevole scoperta. I formaggi sono stati i protagonisti di ogni tavolata, come nella prima cena nell’hotel Bucaneve o nel pranzo alla Cascina la Noce. Toma, maccagno ed erborinati hanno accompagnato polenta e confetture o sono stati degustati con del buon vino come il Canavese Nebbiolo. Interessanti e confermate dai sapori sono state le informazioni sul metodo di produzione di questi prodotti, ad esempio sfruttando la naturale produzione di latte degli animali, senza stressarli e sfruttarli oltre le loro possibilità, come invece avviene con i metodi industriali. A conclusione del pranzo alla Cascina la Noce, oltre a dolci fatti in casa con prodotti biologici a km zero, ci è stata offerta una meravigliosa grappa. Quest’acquavite è prodotta sul posto con un distillatore di rame che sfrutta la complessa e delicata tecnica “a bagnomaria alla piemontese”.

Per passare dal profano al sacro, bastano pochi chilometri da Biella. Precisamente a Oropa, a 1.162 metri di altitudine, sorge un imponente santuario, patrimonio UNESCO, che architettonicamente rimanda ad atmosfere francesi, rievocando la grandeur settecentesca d’Oltralpe. Si tratta del Santuario della Madonna nera di Oropa, il principale complesso devozionale mariano delle Alpi. Alla monumentalità di questo luogo sacro hanno contribuito alcuni tra i più importanti architetti sabaudi come Arduzzi, Beltramo, Bonora, Galletti, Gallo, Guarini e Juvarra. La lunga evoluzione del Santuario scorre tra il IV secolo, quando Sant’Eusebio avrebbe portato qui dalla Palestina la statua della Vergine, e il 1960, anno della consacrazione della Basilica Superiore, che con la sua cupola domina tutto il complesso e la valle sottostante. Il cuore di tutto il complesso è la seicentesca Basilica Antica. Questa struttura di pietra scura, che contrasta con il chiarore dei successivi edifici del Santuario, sorge dove anticamente era la chiesa di Santa Maria e in modo simile alla Porziuncola di Assisi, valorizza e protegge una piccola chiesetta antica: il Sacello Eusebiano, che da sempre conserva la statua della Madonna. L’insieme degli edifici non è formato solamente da chiese, ma comprende anche un museo dei tesori che ospita preziosi oggetti devozionali ed ex voto, oltre a dipinti, gioielli e progetti architettonici. Tutti oggetti legati alla storia del luogo sacro. Nei corridoi del palazzo che accoglie il museo, è facile notare come molti sportivi testimonino la loro devozione a questo santuario. Troviamo, infatti, molte maglie di calciatori come Gilardino del Milan, che ringrazia per la vittoria della Champions League, oltre a maglie di atleti provenienti dagli sport più disparati.

Se non basta l’immersione nell’imprenditoria, nel mangiar bene e nella religione, attorno a Biella si può anche vivere il Medio Evo. Infatti a Candelo c’è il “ricetto” meglio conservato d’Italia. Per capire cosa sia un ricetto possiamo percorrere due vie: la prima è quella etimologica. La parola deriva dal latino receptum e sta a indicare un rifugio. La seconda via è per chi abbia familiarità con Tolkien e il Signore degli Anelli. Il ricetto, è una cittadella fortificata in cui erano conservati beni di prima necessità sia della popolazione, sia del signorotto. Le costruzioni che normalmente erano adibite a magazzino, durante gli attacchi nemici diventavano anche abitazione per gli abitanti di Candelo. Tornando a Tolkien, appare evidente l’analogia con il Fosso di Helm che offre riparo agli abitanti di Rohan. E in questa cittadella medievale, dietro le mura e tra le stradine di ciottoli chiamate rue (con chiara derivazione dal francese), si ha continuamente l’impressione di camminare in un romanzo fantasy o in un libro di storia. Un’ottima guida ci ha aiutato a immergerci ancora di più nel periodo in cui il ricetto è nato, spiegandoci come vivevano le persone dell’epoca: evitando l’acqua, senza calzature, con abiti di tela marrone (a parte i nobili e i signori) a cui si potevano cambiare le maniche e che indossavano sempre, cambiando solo le “braghe di tela” chiamate “mutante”.

Solo passando qualche giorno in un luogo ci si rende conto di come l’immagine che se ne ha prima del viaggio sia spesso lontana dalla realtà. Come diceva Sant’Agostino: “il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge una pagina soltanto”. Di questo libro, l’Italia rappresenta un capitolo meraviglioso che solo viaggiando si può apprezzare a pieno. E di questo capitolo, il biellese è un paragrafo da non saltare assolutamente. ©Diego Funaro


I due volti del Bosco

Testo: Dario Febbo e Fabio D’Agostino

Foto: Diego Funaro e Mario Fracasso

Faggi, aceri e querce; ginepri, denti di leone e narcisi; scoiattoli, caprioli, civette e cinghiali….e lupi, con occhi color cielo, che d’incanto si trasformano in donne angeliche. Gli abitanti dei boschi si muovono nascosti tra la realtà e la nostra immaginazione, portando paura, stupore, meraviglia e gioia.

Per salutare l’autunno, vi invitiamo a fare una passeggiata in compagnia di due guide speciali, addentrandoci nel Bosco di Sant’Antonio. Calpesteremo le foglie secche del suo autunno e ci inebrieremo dell’odore di muschio e funghi. Ma ammireremo anche il verde della sua primavera, il volo dei suoi insetti e i raggi del sole che penetrano tra le sue fronde. Lo osserveremo con uno sguardo duplice, scientifico e immaginifico, grazie alle parole del Direttore del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, Dario Febbo, e al racconto del nostro amico scrittore, Fabio D’Agostiono. ©DirezioneItalia

La Riserva naturale del Bosco di Sant’Antonio si trova in Abruzzo, lungo la strada che collega i paesi di Cansano e Pescocostanzo. Passeggiando al suo interno si incontrano alberi secolari che raggiungono un’altezza di oltre 30 m. La storia di questo bosco è strettamente legata a quella degli abitanti del luogo: è nato e si è sviluppato per assecondare l’esigenza umana di far pascolare in un luogo riparato bovini e cavalli. Gli alberi venivano piantati a diversi metri di distanza e una particolare capitozzatura, che ha spinto le piante a svilupparsi in larghezza assumendo strane forme, assicurava protezione alle mandrie e agli uomini che vi si addentravano. ©DirezioneItalia

(continua dopo le foto)

IL LUPO E I FUNGHI
Com’è tradizione di Domenica mi diletto a raccogliere funghi. L’odore del terreno umido e delle foglie secche mi ricrea e solleva dalla fatica dell’essermi svegliato presto. La lunga passeggiata aiuta a rilassarmi e a sentire il contatto con la natura e i suoi colori. Gli unici suoni che odo sono i crepitii delle foglie calpestate e il mio respiro. Godo nel non sentire altre presenze umane, che mi desterebbero da questo stato meditativo.
All’ombra di due alberi, che riconosco per le incisioni dei nomi: Stefy, Marti e Cri. I miei bei funghi sono lì ad aspettare, grandi e sodi. M’inginocchio e li guardo da vicino, sento la loro fragranza che inebria i miei sensi.
La fame si fa sentire, non vedo l’ora di tornare alla mia rosea casetta, per cucinare e gustare un bel piatto di tagliatelle ai porcini, parmigiana ai funghi chiodini e come dessert un bel tartufo bianco.
Assorto dai miei pensieri, scorgo una pelliccia grigia tra gli alberi, è un lupo! Sta venendo da me. Sono terrorizzato e rimango immobile. L’animale è tranquillo, cammina lentamente e non sembra feroce. Si ferma nelle mie vicinanze e incomincia ad annusare il terreno, con una zampa lo scava. Dopo pochi secondi, fa dei passi indietro, come per dirmi: “vieni a vedere!” Con cautela mi avvicino, guardo nella buca e non posso crederci! C’è un tartufo bianco! Emozionato, finisco di scavare e lo tiro fuori. Mentre contemplo la sua bellezza, mi giro per ringraziare il lupo, ma non c’è più.
Con la felicità di un bambino per il fortunato incontro, torno a casa. Cucino il menu modificandolo con lo strepitoso ingrediente appena trovato.
Improvvisamente sento bussare alla porta. Apro. Il lupo è lì, davanti a me. Sento il cuore in gola. Mi annusa ma non ringhia. Vuole il suo premio e allora decido di fargli assaggiare le tagliatelle al tartufo, prendo un altro piatto e sull’uscio assieme al lupo mangiamo beati. La pietanza è spettacolare, con quel forte odore caratteristico, che si sparge sulla mia pelle.
Condividiamo tutto il pranzo. Mi sento estasiato e anche il lupo ha apprezzato, lo vedo scodinzolare e con lo sguardo basso mi si avvicina, ma ora non ne ho più paura, ormai siamo fratelli, così lo accarezzo sulla schiena.
Un poderoso ululato rompe il silenzio, mi giro di scatto e il lupo corre verso quel suono. Da dietro una roccia si materializzano altri due lupi, si annusano tra di loro per un po’ e i due appena arrivati scompaiono nuovamente nella boscaglia, mentre il lupo grigio si gira verso di me, il suo muso tramuta nel viso angelico di una donna, con lunghi capelli color porpora. Rimango attonito. Prima di sparire con i suoi compagni, mi sorride e quello sguardo di occhi azzurri come il mare, rimarrà scolpito per sempre nella mia memoria. ©FabioD’Agostino

Estratto del “Piano di assetto naturalistico della Riserva Naturale Guidata del Bosco di Sant’Antonio“
Il Bosco di Sant’Antonio è collocato precisamente a occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Majella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969m.) e quelle del monte Rotella (2127m.), occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di faggio con preferenze igrofile. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto e un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno e un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum.
Una considerazione importante è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro che ospita il bosco, che è quindi circondato da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico, affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco stesso è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo Colle, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre, l’Acero di monte, anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli, il Ciliegio, l’Acero riccio, l’Acero opalo, il Cerro, che sovente, nella fascia appenninica, si affianca al Faggio, il Melo selvatico, il Carpino nero, il Tasso, e l’Agrifoglio.
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica, del Pruno selvatico, del Ribes rosso, dell’Uva spina, del Biancospino, del Berretto da prete, del Ginepro comune, del Sambuco, del Citiso spinoso e della Lianosa Vitalba.
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà . Sono stati rilevati: l’Elleboro puzzolente, il Piè di gallo, la Calta palustre, l’Anemone gialla, il Ranuncolo favagello, la Peonia selvatica, la Colombina cava, la Dentaria minore, la Cicerchia primaticcia, l’Euforbia mirsinite, l’Euforbia delle faggete, la Viola silvestre, il Ciclamino napoletano, la Genziana maggiore, il Dente di leone, il Giglio martagone, il Mughetto, l’Asfodelo montano, il Narciso selvatico.
Sono infine molto interessanti i dati relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la Lobaria pulmonaria v. meridionalis, legata a microhabitat a elevata umidità e in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.
Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di Sant’Antonio (500 ettari circa) e la sua prossimità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di Sant’Antonio, ma, piuttosto, di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di Sant’Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est e il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso Marsicano e il Lupo Appenninico, ma anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo come il Cervo e il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello e altri ancora. ©DarioFebbo


Mirabilia 2014: scoprendo il territorio di Perugia

Troppo spesso il riconoscimento di un luogo come patrimonio UNESCO è visto come un traguardo: non la pensano così 10 città italiane che hanno nel proprio territorio almeno un Patrimonio dell’Umanità. Per loro si tratta di un punto di partenza, un incentivo a tutelare e far conoscere maggiormente luoghi preziosi che appartengono a tutti.

In quest’ottica nasce il progetto “Mirabilia – European Network of UNESCO Sites” al quale finora hanno aderito le camere di commercio di Brindisi, Genova, La Spezia, Matera, Messina, Padova, Perugia, Salerno, Udine e Vicenza.

Ogni anno Mirabilia mette in contatto domanda e offerta turistica, con la Borsa del Turismo Culturale. L’edizione appena conclusa si è svolta a Perugia; qui oltre a buyer provenienti da 20 Paesi e operatori locali, sono stati invitati anche 10 blogger da diverse regioni italiane, Germania, Spagna e Stati Uniti.

In questo viaggio abbiamo conosciuto persone che credono nelle tradizioni artigianali ed enogastronomiche locali, mantenendole vive, spesso rinnovandole. (continua dopo le foto).

Marta, pronipote di Giuditta Brozzetti, gestisce l’omonimo Laboratorio di Tessitura a Mano, mostrando con passione come l’arte tessile medioevale sia ancora visibile nell’alta moda italiana.

Sandro Gonnella fonde arte, design, sartoria e artigianato per creare gli occhiali sartoriali Ozona, pezzi unici apprezzati anche da nomi noti dello spettacolo.

Maria Antonietta Taticchi usa le tradizionali tecniche della ceramica di Deruta nel suo laboratorio “Il Pozzo delle Ceramiche” nel centro di Perugia, dove non si limita a riproporre tipiche decorazioni, ma dipinge su piatti, vasi, tazze e altri oggetti paesaggi e architetture dell’area perugina.

Anna Fornari crea gioielli dall’aspetto più che moderno, rinnovando un’arte antichissima, ispirandosi alla natura e alla quotidianità.

L’immersione nella storia dei mestieri non poteva saltare il Museo-Laboratorio di Vetrate Artisiche Moretti Caselli, dove nel 1859 Francesco Moretti iniziò la sua attività, portata avanti oggi dai suoi discendenti che mostrano orgogliosi le opere d’arte su vetro.

Le tradizioni umbre sono anche legate alla tavola e al mangiar bene. Abbiamo avuto la fortuna di vivere una lezione di cucina all’Università dei Sapori con lo Chef Riccardo Benvenuti, imparando da lui alcuni segreti del mestiere per non essere banali anche con i classici piatti tipici. Come dicevano i Romani, “repetita iuvant”. E così, c’è stato anche un secondo mini corso di cucina. Ad insegnare, tra le altre cose, la complessa semplicità dei Pici con le briciole è stato lo Chef Roberto Russo, che mi ha accolto in un convento cinquecentesco, ora trasformato in agriturismo nei pressi di Tuoro sul Trasimeno, al confine tra Umbria e Toscana.

Alla base dei piatti dei due chef, come di buona parte della cucina regionale umbra, c’è l’olio extravergine d’oliva, noto in tutto il mondo per l’eccellente qualità. E legato a queste terre da sempre (gli Etruschi lo usavano soprattutto in riti religiosi). Abbiamo avuto la fortuna di sentirne il profumo e il sapore visitando la Fattoria Palombaro, a Monte del Lago, sulle sponde del Trasimeno, dove Luca produce dell’ottimo olio seguendo le orme del bisnonno Ottavio Palombaro, che acquistò negli anni ’20 la struttura e iniziò la produzione.

Tradizioni di famiglia e passione per ciò che si fa sembrano una costante nelle terre perugine: è facile rendersene conto anche inebriandosi degli aromi e dei profumi dei vini nelle Cantine Lungarotti, a Torgiano. Qui nascono i Rubesco e i Torre di Giano, vini D.O.C. e D.O.C.G. Sempre a Torgiano con una visita al MUVIT: il Museo del Vino Torgiano si comprende come in questi luoghi il vino sia una parte fondamentale della vita locale fin da tempi antichissimi; ad esempio Etruschi e Romani ne facevano largo uso.

Mangiare in Umbria significa anche norcineria, con gli insaccati e i salumi tipici di Norcia, città natale di San Benedetto, patrono d’Europa. E poiché questa regione è stata terra di santi, è d’obbligo fare tappa ad Assisi, nei luoghi del patrono d’Italia San Francesco. La basilica Superiore con gli affreschi di Giotto, rende attuale e universale l’esempio di vita del Santo. Ma è nella Porziuncola, la piccola chiesetta custodita all’interno della maestosa basilica di Santa Maria degli Angeli che si può entrare più in contatto con lo spirito francescano, fatto di semplicità e gioia. Qui è dove il “poverello di Assisi” morì, cantando serenamente le lodi di Dio.

Tra i luoghi che in qualche modo dialogano con l’anima, in Umbria, merita di essere citata la chiesa di San Salvatore, a Spoleto. Questo sito UNESCO è una meraviglia dell’architettura longobarda la cui origine è del V secolo, ma furono proprio i longobardi nell’VIII secolo a darle l’aspetto con cui è arrivata fino a noi.

Il viaggio di Mirabilia 2014 è proseguito a Gubbio, dove le architetture, sia religiose sia civili, danno un aspetto solenne e nobile a tutta la città. Due esempi sono la chiesa di San Francesco, posta ai piedi del centro abitato, che si sviluppa in altezza, e il Palazzo dei Consoli che domina dall’alto.

Ultima tappa del percorso attorno a Perugia è stata Città della Pieve, più vicina a Siena che non al capoluogo umbro. Qui siamo stati accolti dall’Adorazione dei Magi del Perugino. L’incantevole affresco cinquecentesco è custodito nell’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi una piccola sala che ospita anche gli abiti cerimoniali della Confraternita dei Bianchi.

L’arrivederci in questi posti in cui il passato parla al futuro e il nord si incontra con il sud, ci è stato dato con il suono dei tamburi e i volteggi di un gruppo di sbandieratori in abiti rinascimentali: un’emozione in più nel cuore geografico d’Italia ©Diego Funaro


Mastro Geppetto vive a Palermo

Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Sicilia, immediatamente si affacciano alla mente cannoli, carretti variopinti e pupi: le marionette tipiche dell’isola e famose in tutto il mondo. Molti conoscono questi ultimi solo per averli visti a casa di qualche amico che li ha comprati come souvenir; molti meno sanno che queste marionette sono usate tuttora per spettacoli e rappresentazioni teatrali inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.

A Palermo, soprattutto nelle zone popolari, non è difficile incontrare un puparo, ma bisogna sapere dove cercare. Salvatore Bumbello ha una bottega al Capo, uno dei quartieri mercato della città, come Ballarò e la Vucciria. Qui dà vita alle marionette e se ne prende cura.

«Negli anni ’20 c’era chi faceva le ossature, l’interno del pupo, chi faceva le armature, chi faceva l’oprante e chi faceva il maniante e ognuno aveva la sua mansione» racconta Salvatore con malinconia «Ma poi con il tempo… Ora quando ti dico “puparo”, significa fare tutto, dalla costruzione alla messa in scena, significa costruttore, manovratore e recitante. Proprio tutte cose». Poi spiega che l’oprante è chi manovra e fa recitare i pupi, mentre il maniante è il suo aiutante. In questo mondo ci si nasce e la strada di un puparo inizia da piccoli e prosegue soltanto se c’è una grande passione. La storia di Salvatore lo conferma: «Mio padre ha iniziato a sette anni, perché è rimasto orfano del padre. A quell’età non è che poteva fare granché, però c’era un puparo, Francesco Scrafani, che aveva ‘sto laboratorio e lo faceva stare lì. Montava anche i pupetti da souvenir – racconta commosso – prendeva le ossaturette piccole, gli metteva i piedini e li dipingeva. Con l’andar del tempo, la prima cosa che ha fatto sono state le ossature, poi le armature e nello stesso tempo manovrava. In vecchiaia Scrafani si ritirò e mio padre è rimasto nel laboratorio. Io a sette anni andavo nel suo laboratorio dopo la scuola e seguivo cosa faceva lui. Il mio primo pupo l’ho fatto di 35 cm a dieci anni».

Nell’Opera dei Pupi (questo è il nome corretto di tale particolare forma di teatro) gli spettacoli inscenati hanno origini lontane dalla Sicilia, ma ben radicate nella cultura di tutti gli italiani, che li conoscono principalmente attraverso Ariosto. «Trattiamo la storia dei Paladini di Francia. I personaggi principali sono: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Bradamante e ogni personaggio ha una sua storia – racconta Salvatore – ognuno c’ha la sua armatura che cambia come stile e come fregi. Poi ogni personaggio c’ha il suo carattere: c’è il traditore, che è Gano, poi ci sono Orlando che è difensore della fede cristiana e primo paladino di Francia, il secondo è Rinaldo, poi c’è Ferraù, lo spagnolo, i pagani, ecc…».

 Il pubblico non si affolla più come un tempo, quando questo teatro era l’unico che il “popolino” potesse vedere. Ma non mancano gli aneddoti che, a volte, assumono contorni leggendari. Uno lo racconta Salvatore: «Gano è traditore, è il paladino che porta alla distruzione della Francia e fa morire tutti i paladini nella lotta di Roncisvallespiega – e per questo lo odiano tutti». Poi sorride e continua: «C’era uno spettatore in un paese che si stava vedendo l’opera dei pupi. Una sera andò dal puparo e gli dice: “me lo vende a Gano? Perché io a ‘stu tradituri unnu pozzu cchiù vidiri”. Il puparo, per recuperare soldi glielo ha venduto. Questo spettatore ha comprato Gano, l’ha messo in piazza e gli ha sparato, l’ha rotto tutto e la sera dopo è andato a vedere l’opera dei pupi. Non è che si poteva fermare lo spettacolo o nell’episodio non ci poteva essere Gano, il puparo ne usava uno uguale. Quando lo spettatore lo vide si mise a urlare: “io ne ‘stu teatro ‘un ci vengu cchiù! Ammazzavu ieri a Gano e già spuntò!”».

Ora il pubblico è cambiato e sono soprattutto turisti e bambini ad assistere alle avventure di Carlo Magno e dei suoi paladini. «I bambini secondo me danno la forza per andare avanti in questo mestiere. Quando un bambino vede l’opera dei pupi, questo significa che, in mezzo a un pubblico di settanta, ottanta bambini, ci può essere anche il puparo, perché nasce proprio da piccoli questa passione» spiega Salvatore, e poi conclude: «Io faccio laboratori con i bambini, anche di costruzione, e li ho coinvolti. Ogni volta che davano un colpo di martello, che facevano un segno nel metallo, loro erano proprio nel mondo delle fantasie… ci piace tanto, ci piace».  ©Diego Funaro