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Cassata: un dolce siciliano in continua trasformazione

pasticceria siciliana

pasticceria siciliana

È un simbolo della Sicilia nel mondo ed è uno dei dolci più buoni della pasticceria italiana: parliamo della cassata. Questo dessert variopinto rappresenta pienamente la continua contaminazione culturale ed evoluzione dell’Isola. Come per molte altre pietanze siciliane, ad esempio le arancine, infatti, deve la sua nascita al periodo della dominazione araba, attorno all’XI secolo, cambiando continuamente fin quasi ai giorni nostri.

Fu Palermo a veder nascere questa torta. La leggenda narra che un contadino arabo ebbe l’idea di mescolare della ricotta di pecora con zucchero di canna in una ciotola e che, quando gli chiesero cosa stesse facendo, rispose semplicemente indicando l’utensile; pare che nell’arabo del periodo la ciotola si chiamasse “qasa’at” e perciò quell’impasto di formaggio e zucchero fu chiamato cassata. Ovviamente era ben lontano dalla decoratissima torta che conosciamo oggi. Le evoluzioni sono state numerose: con la prima si racchiuse quella crema nella pasta frolla e la si infornò. La tradizione vuole che questa iniziale variante avvenisse alla Kalsa, alla corte dell’emiro. Circa un secolo più tardi, durante il periodo normanno, sempre a Palermo, questa volta nel convento della Martorana, la ricetta fu modificata per la seconda volta, sostituendo l’involucro di pasta frolla con la pasta reale, a base di farina di mandorle, da poco inventata dalle suore dello stesso convento. La cassata diventava di volta in volta più aromatica, e la preparazione al forno fu sostituita da quella a freddo, passaggio reso possibile grazie all’utilizzo della pasta di mandorle (o reale). Con la dominazione spagnola arrivò, attraverso il Sud America, anche il cioccolato che divenne un altro ingrediente della cassata, aggiunto a gocce nella ricotta. Col passare del tempo, i contatti con le culture vicine e l’evoluzione dei gusti, la torta più famosa della Trinacria continuava a cambiare. Durante il periodo barocco, anche la forma della cassata si trasformava: si aggiunsero decorazioni di frutta candita che hanno dato a questo dessert un aspetto notevolmente elaborato e barocco. Nel XVIII secolo, fu il pan di Spagna, arrivato da Genova, ad aggiungersi alla preparazione. Per arrivare a quella che, almeno per il momento, è la ricetta definitiva della cassata siciliana, si arriva alla fine del 1800, quando il pasticcere palermitano Salvatore Gulì, adornò ulteriormente questa torta con delle strisce di zuccata e la rese celebre in tutto il mondo.

Come si può notare, la regina della pasticceria siciliana, è il risultato di incontri, mescolanze ed evoluzioni. La cassata ci mostra come quelle che crediamo essere nostre tradizioni, possano avere radici lontane o incerte e possano essere più mutevoli di quanto pensiamo. Il nome stesso della cassata non trova certezze neanche sfogliando un dizionario etimologico. Potrebbe derivare dal latino “caseum” per la ricotta che la farcisce, oppure dall’arabo “qas’at”, o ancora dall’inglese “glass” per la glassa di zucchero che la ricopre e che può ricordare un vetro opaco, smerigliato. ©Diego Funaro


Arancine da questa parte, arancini dall’altra

Arancini sicilying

La cucina italiana è un mosaico articolato, le cui tessere sono le tradizioni regionali, che a loro volta si ramificano con variazioni della stessa pietanza. Queste ramificazioni arrivano ad essere così varie che una stessa ricetta può cambiare non solo da una città all’altra, ma da un quartiere all’altro, fino agli estremi in cui ogni famiglia preparerà una propria variante, assicurandoci che proprio quella è la versione originale. Tale complessità spesso si accosta a origini incerte. Gli arancini, simbolo della gastronomia siciliana, possono essere un esempio calzante. Senza arrivare a divisioni capillari, questa polpetta di riso panato e fritto divide esattamente in due la Sicilia: nella parte orientale con la denominazione maschile “arancino”, in quella occidentale al femminile “arancina”. Può sembrare cosa di poco conto, ma anche da qui passa la rivalità tra Palermo e Catania, le due principali città dell’Isola. Chi le chiama “arancine” sostiene la correttezza del nome per la similitudine con le arance nella forma e nel colore, d’altro canto, chi li chiama “arancini” potrebbe far notare che nei dialetti siciliani il nome dell’agrume è aranciu al maschile. Nell’area Est della Sicilia potrebbero anche dirvi che la somiglianza col frutto è inesistente, perché qui, molto spesso gli arancini hanno forma conica, più simile a quella dell’Etna, somiglianza ancora più evidente dopo il primo morso che, togliendone la punta, farebbe fuoriuscire vapore e, in maniera analoga a una colata lavica, una parte del sugo.

Le differenze non sono soltanto nel nome e nella forma. Esiste una grande varietà di ripieni per le arancine, tra tutti a farla da padrone è il ragù, che ovviamente avrà qualche variazione tra una rosticceria e l’altra. Può cambiare il tipo di carne usato, vitello, maiale o una mescolanza dei due, la presenza o meno dei piselli e così via. Questa ricchezza di versioni deriva dalle radici incerte degli arancini. Al di là del fatto che Palermo e Catania rivendichino entrambe la nascita della prima arancina, anche il periodo in cui nacque è incerto. C’è chi dice siano nate durante la dominazione musulmana, chi li fa risalire ai tempi di Federico II, chi a periodi molto più recenti, nella seconda metà del 1800. Nei primi due casi gli arancini sarebbero nati per praticità. La panatura consentiva, infatti, di trasportare facilmente una pietanza abbastanza elaborata e certamente nutriente, durante battute di caccia e lunghe giornate di lavoro nei campi. Chiaramente se le origini fossero queste, sarebbe stato impossibile un condimento con il pomodoro, che fu portato in Europa dopo la scoperta dell’America.

Sono tanti i posti in cui gustare queste prelibatezze, in particolare in uno abbiamo anche trovato una soluzione alla diatriba sul nome. Alla Focacceria Don Puglisi di Modica, durante una chiacchierata sugli arancini, si è giunti alla conclusione che al maschile possono essere chiamati quelli di forma conica, mentre quelli tondeggianti sono chiaramente arancine. Questa idea pacifica è in linea con la filosofia accogliente della casa Don Puglisi. Qui i cibi tradizionali sono preparati anche da donne rifugiate che hanno partecipato a programmi di accoglienza, inserendosi così nel mondo del lavoro e sostenendosi economicamente, un’evoluzione solidale della multiculturalità che da sempre caratterizza la Trinacria. ©Diego Funaro


Tra le pietre della Sicilia sud orientale

Ci sono luoghi che tornano alla mente per le loro atmosfere, magari per i profumi, per i colori e le forme di paesaggi e architetture. La Sicilia è certamente uno di questi posti, ha un’aria spesso solenne e il suo colore è quello della sua terra, delle sue spiagge e delle sue pietre, quasi dorato. Queste pietre che prendono forme immediatamente riconoscibili, anche da chi non ha mai messo piede nell’Isola, quando diventano uno degli edifici costruiti con uno tra i tanti stili architettonici siciliani, come il barocco dell’area sud orientale. [continua dopo le foto]

Se osserviamo attentamente, notiamo che c’è continuità tra le conformazioni che naturalmente l’acqua e il vento danno a sabbia e roccia e quelle, chiaramente più elaborate date da architetti e scultori. Michelangelo Buonarroti diceva di preferire la scultura alla pittura, perché scolpendo, toglieva il superfluo, rivelando l’anima del marmo. In modo analogo, può sembrare che i massi chiari di Trinacria dovessero inevitabilmente assumere certe forme, perché tale è la loro anima. La maggior parte delle volte, questa si mostra in maniera totale, come nel caso del duomo di San Giorgio e quello di San Pietro e nella chiesa di Santa Maria di Betlem a Modica. Nelle prime due chiese il barocco siciliano si manifesta con ricche decorazioni, mentre nell’ultima la facciata semplice custodisce le elaborate lavorazioni degli interni. La semplicità delle linee diventa ancora più marcata nelle abitazioni modicane, ma sempre con legame, un rimando agli edifici religiosi appena citati. Le case di fronte al duomo di San Giorgio, ad esempio, sembrano gli spettatori sulle gradinate di un teatro, mentre osservano l’esibirsi maestoso del protagonista di una scena. Ed è proprio così che appare il duomo. Le abitazioni del centro modicano sono elementari, quasi più prossime allo stato di pietra che a quello di costruzione. E tra queste dimore apparentemente umili si trova anche la casa natale di Salvatore Quasimodo, una casa simile al suo modo di fare poesia, semplice all’apparenza, ma colmo di significato. Alcune tra queste costruzioni si avvicinano ancor di più allo stadio primordiale di pietra, nascendo direttamente tra le pendici del colle su cui si sviluppa Modica, sfruttandone le pareti naturali e scavando la pietra, quasi come per i sassi di Matera. Per trovare il luogo dove questo rapporto tra l’edificazione e la natura diventa totale, occorre percorrere alcuni chilometri da Modica, per arrivare a Cava d’Ispica. Qui ci si ritrova in un canyon con immancabili pareti verticali abbastanza alte. Da lontano non si nota alcun intervento umano a modificare il paesaggio, ma addentrandosi con una guida tra i vari sentieri della zona, si iniziano a vedere dei fori nelle rocce, sembrano grotte naturali. Entrando in una di queste aperture, però, si capisce che sono state create ad arte per diventare case. E, in effetti, sono state abitate fino agli anni ’50 e fin da uno dei momenti più lontani della preistoria: il paleolitico. Nelle case più vicine ai nostri giorni, possiamo notare anche porte, scalinate e finestre, mentre imbattendoci in quelle più antiche, un occhio attento e preparato, può scorgere anche grotte rituali, con altari per antiche divinità acquatiche, qui infatti in antichità scorreva un copioso corso d’acqua che ora è poco più di un torrente.

Dirigendosi verso il mare, precisamente sulla spiaggia di Santa Maria del Focallo, si notano immediatamente le grandi dune di sabbia, modellate in continuazione dal vento. Avvicinando lo sguardo si nota come l’opera del vento sia davvero simile a quella di scalpellini, scultori e architetti che per millenni hanno plasmato queste terre. ©Diego Funaro


Willy Wonka era modicano?

cioccolato dolceria rizza modica

In Sicilia c’è una grande tradizione dolciaria di origini antiche e influenzata da diverse culture di differenti zone del mondo; il cioccolato di Modica ne è un esempio così illustre che Leonardo Sciascia affermò: «a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto, e che il cioccolato altrove prodotto, sia pure il più celebrato, ne sia l’adulterazione, la corruzione».

Era il XVI secolo quando i Conquistadores spagnoli portarono il cacao (principalmente “criollo” con fave grosse, dolci e succose) dall’America in Europa. Fu un successo immenso.
Per ottenere il xocoatl, l’antenato della cioccolata che tutti conosciamo, gli aztechi trituravano con un mattarello di pietra le fave di cacao su una tavola, anch’essa di pietra ricurva chiamata metate che riscaldavano, ponendola sopra braci o ramoscelli bruciati. In questo modo i frutti sprigionavano tutti i loro aromi e si otteneva un impasto che poteva essere arricchito con spezie come pepe, peperoncino, vaniglia o cannella. La bevanda era molto energetica e amara. La preparazione del cioccolato modicano si ispira a quella delle antiche popolazioni del centro America, ma non è identica. Alle origini il cioccolato di Modica era mescolato a zucchero di canna, prodotto tipico del territorio, perché, di tutta l’Italia, solamente in alcune zone della Sicilia era coltivata la canna da zucchero. Si è arrivati col tempo a preferire una lavorazione a bagnomaria, invece che sulla pietra riscaldata, per poter avere temperature più basse e uniformi durante tutto il procedimento. Una delle principali caratteristiche del cioccolato di Modica, infatti, è quella della lavorazione “a freddo”, con temperature che variano tra i 35° e i 40°, che permettono di mantenere inalterate le proprietà organolettiche del cacao e di non sciogliere lo zucchero. La consistenza, confrontata con quella del cioccolato a cui siamo abituati, risulta meno liscia e più granulosa, mentre l’aspetto sembra più grezzo per non essere stato temperato come la maggior parte dei cioccolati. Nel corso dei secoli il cioccolato di Modica ha anche rischiato di scomparire. Leggendo L’arte di annacarsi – un viaggio in Sicilia, di Roberto Alajmo, scopriamo che a partire dagli anni ’20 del ‘900, quando cioè Modica dovette cedere il titolo di provincia a Ragusa, la città ha avuto un moto di orgoglio e di ricerca della propria identità che è passata anche attraverso la gastronomia locale. Proprio in questo periodo, infatti, sono nate le principali cioccolaterie modicane, come l’Antica Dolceria Rizza. Peppe Rizza, titolare dell’azienda, sembra quasi Willy Wonka per la passione e la gioia che mette nel preparare il cioccolato e narrarne la storia.
Willy Wonka, però non era modicano. Chissà quanto più gustosa sarebbe stata la sua fabbrica se avesse mai assaggiato l’esplosione di sapori che questa prelibatezza crea nel palato. @Diego Funaro


Mastro Geppetto vive a Palermo

Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Sicilia, immediatamente si affacciano alla mente cannoli, carretti variopinti e pupi: le marionette tipiche dell’isola e famose in tutto il mondo. Molti conoscono questi ultimi solo per averli visti a casa di qualche amico che li ha comprati come souvenir; molti meno sanno che queste marionette sono usate tuttora per spettacoli e rappresentazioni teatrali inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.

A Palermo, soprattutto nelle zone popolari, non è difficile incontrare un puparo, ma bisogna sapere dove cercare. Salvatore Bumbello ha una bottega al Capo, uno dei quartieri mercato della città, come Ballarò e la Vucciria. Qui dà vita alle marionette e se ne prende cura.

«Negli anni ’20 c’era chi faceva le ossature, l’interno del pupo, chi faceva le armature, chi faceva l’oprante e chi faceva il maniante e ognuno aveva la sua mansione» racconta Salvatore con malinconia «Ma poi con il tempo… Ora quando ti dico “puparo”, significa fare tutto, dalla costruzione alla messa in scena, significa costruttore, manovratore e recitante. Proprio tutte cose». Poi spiega che l’oprante è chi manovra e fa recitare i pupi, mentre il maniante è il suo aiutante. In questo mondo ci si nasce e la strada di un puparo inizia da piccoli e prosegue soltanto se c’è una grande passione. La storia di Salvatore lo conferma: «Mio padre ha iniziato a sette anni, perché è rimasto orfano del padre. A quell’età non è che poteva fare granché, però c’era un puparo, Francesco Scrafani, che aveva ‘sto laboratorio e lo faceva stare lì. Montava anche i pupetti da souvenir – racconta commosso – prendeva le ossaturette piccole, gli metteva i piedini e li dipingeva. Con l’andar del tempo, la prima cosa che ha fatto sono state le ossature, poi le armature e nello stesso tempo manovrava. In vecchiaia Scrafani si ritirò e mio padre è rimasto nel laboratorio. Io a sette anni andavo nel suo laboratorio dopo la scuola e seguivo cosa faceva lui. Il mio primo pupo l’ho fatto di 35 cm a dieci anni».

Nell’Opera dei Pupi (questo è il nome corretto di tale particolare forma di teatro) gli spettacoli inscenati hanno origini lontane dalla Sicilia, ma ben radicate nella cultura di tutti gli italiani, che li conoscono principalmente attraverso Ariosto. «Trattiamo la storia dei Paladini di Francia. I personaggi principali sono: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Bradamante e ogni personaggio ha una sua storia – racconta Salvatore – ognuno c’ha la sua armatura che cambia come stile e come fregi. Poi ogni personaggio c’ha il suo carattere: c’è il traditore, che è Gano, poi ci sono Orlando che è difensore della fede cristiana e primo paladino di Francia, il secondo è Rinaldo, poi c’è Ferraù, lo spagnolo, i pagani, ecc…».

 Il pubblico non si affolla più come un tempo, quando questo teatro era l’unico che il “popolino” potesse vedere. Ma non mancano gli aneddoti che, a volte, assumono contorni leggendari. Uno lo racconta Salvatore: «Gano è traditore, è il paladino che porta alla distruzione della Francia e fa morire tutti i paladini nella lotta di Roncisvallespiega – e per questo lo odiano tutti». Poi sorride e continua: «C’era uno spettatore in un paese che si stava vedendo l’opera dei pupi. Una sera andò dal puparo e gli dice: “me lo vende a Gano? Perché io a ‘stu tradituri unnu pozzu cchiù vidiri”. Il puparo, per recuperare soldi glielo ha venduto. Questo spettatore ha comprato Gano, l’ha messo in piazza e gli ha sparato, l’ha rotto tutto e la sera dopo è andato a vedere l’opera dei pupi. Non è che si poteva fermare lo spettacolo o nell’episodio non ci poteva essere Gano, il puparo ne usava uno uguale. Quando lo spettatore lo vide si mise a urlare: “io ne ‘stu teatro ‘un ci vengu cchiù! Ammazzavu ieri a Gano e già spuntò!”».

Ora il pubblico è cambiato e sono soprattutto turisti e bambini ad assistere alle avventure di Carlo Magno e dei suoi paladini. «I bambini secondo me danno la forza per andare avanti in questo mestiere. Quando un bambino vede l’opera dei pupi, questo significa che, in mezzo a un pubblico di settanta, ottanta bambini, ci può essere anche il puparo, perché nasce proprio da piccoli questa passione» spiega Salvatore, e poi conclude: «Io faccio laboratori con i bambini, anche di costruzione, e li ho coinvolti. Ogni volta che davano un colpo di martello, che facevano un segno nel metallo, loro erano proprio nel mondo delle fantasie… ci piace tanto, ci piace».  ©Diego Funaro


Direzione: Italia “invasa”

L’amore per la nostra cultura e per le nostre radici è la benzina nel motore delle Invasioni Digitali; un’iniziativa arrivata al secondo anno e che intende mostrare come l’accessibilità e la condivisione dei luoghi d’arte siano fondamentali, perché musei e siti archeologici, non sono soltanto contenitori di un passato morto, ma devono essere vivi e vivibili.

Tra il 24 aprile e il 4 maggio, migliaia di invasori digitali, armati di smartphone, tablet, reflex e fotocamere compatte, hanno organizzato visite nei luoghi della cultura e passeggiate nei centri storici e parchi archeologici, scattando foto e condividendole sui social network con l’hashtag #invasionidigitali.

Se l’anno scorso le invasioni avevano riguardato soltanto il nostro territorio nazionale, quest’anno, pur essendo stati la maggior parte degli eventi in Italia, anche in Brasile, Stati Uniti, Germania, Danimarca e Australia si sono organizzati eventi da chi apprezza l’arte e vuole farla conoscere. Così più di 400 posti sono stati invasi e si sono fatti conoscere. Per facilitare il compito di chi avesse l’intenzione di invadere o di un luogo che avesse voluto farsi invadere, ogni regione ha avuto un suo “ambassador”; io lo sono stato per il Lazio. È stato meraviglioso scoprire e riscoprire luoghi fuori dai tradizionali circuiti turistici, come la Casina delle Civette – probabilmente l’edificio più eclettico di Roma a Villa Torlonia, uno dei più importanti parchi della città – oppure la Rocca Abbaziale di Subiaco, piccola cittadina al confine tra Lazioe Abruzzo, nella Valle dell’Aniene, circondata dai Monti Simbruini, un posto che vide nascere Lucrezia Borgia e fu la residenza di Papi, nobili e personaggi come Torquemada.

 

I confini regionali, però, mi andavano stretti e così oltre che ambassador del Lazio, sono andato in Sicilia e sono stato tra gli invasori digitali di Palermo al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino – facendo un giro del mondo partendo dai pupi siciliani, fino ad arrivare alle ombre thailandesi, passando per le maschere africane e le marionette della commedia dell’arte – e della collezione di arte etrusca del Museo Salinas, ospitata all’Albergo delle Povere.

Tanti sono i posti che avrei voluto invadere in questo periodo e che ho potuto ammirare dalle foto postate su instagram, facebook, twitter e altri social. Mi sarebbe piaciuto invadere anche altri luoghi che la burocrazia o assurde chiusure durante i ponti di 25 aprile e 1° maggio, hanno reso inaccessibili. A conclusione di questa serie di eventi, resta l’entusiasmo di invasori e invasi, e il piacere di aver invogliato persone che mi hanno contattato dopo aver visto le mie foto a visite e viaggi.

Missione compiuta e arrivederci alle prossime invasioni digitali!

@Diego Funaro


Vittoria (RG), la città attraverso i suoi artisti

Foto: Rosalba Amorelli; Testo: Beatrice Cinnirella

“Benvenuti a Vittoria, città delle primizie!” Questo è il saluto che la cosiddetta Città del Sole offre a chi la visita. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Vittoria è situata in una delle più vaste pianure della Sicilia, delimitata dai fiumi lppari e Dirillo, che fu definita dai greci Plaga Mesopotamica Sicula. È il più giovane centro della provincia di Ragusa e nasce il 24 aprile 1607, per volontà della contessa Vittoria Colonna Henriquez-Cabrera. Si racconta che, nel 1591 la nobildonna, facendo un giro a cavallo, ai piedi dei Monti Iblei, vide un quadro di bellezza naturale, un “serpente” lunghissimo dipinto tutto di verde, era la Kannavatala canna che cresceva e cresce ancora rigogliosa lungo il corso del fiume Ippari. Vide anche un giardino di ginestre fiorite, mandorli e vigneti con dei colori dell’arcobaleno che a perdita d’occhio arrivavano fino al mare – era la piana dove poi nacque la città di Vittoria. Ella vide anche l’uomo che in primavera raccoglieva frutti meravigliosi provenienti dalla Valle dell’Ippari, per non parlare dell’uva e del vino… Non è un caso che Vittoria sia la patria del famoso Cerasuolo DOCG e del pomodoro ciliegino.

Le sue strade a scacchiera e il suo patrimonio artistico rivelano la giovane età; lo stile liberty dei suoi palazzi e delle sue case rappresenta un raro esempio di eleganza e raffinatezza. I monumenti principali sono: il teatro comunale Vittoria Colonna, costruito in stile neoclassico con un doppio ordine di colonne, dorico all’ingresso, ionico nella loggia superiore, e definito nel 2005 dall’UnescoMonumento Portatore di una cultura di Pace”; la chiesa madre di San Giovanni Battista, che nelle sue tre navate richiama lo stile barocco; e la chiesa Santa Maria delle Grazie, che sorge a fianco del teatro comunale, affacciandosi direttamente sulla piazza principale. All’interno di questa basilica si possono ammirare quattro dipinti ovali con le figure della Charitas, della Fides, della Spes e dell’Obedientia. Nel cuore del suo centro storico, oggi denominato il Quartiere degli Artisti, si trova il castello Colonna Henriquez, che fu carcere per i briganti della zona. Oggi è sede dell’enoteca  e  associazione “Strada Vino del Cerasuolo di Vittoria”, impegnata nella promozione del territorio e delle sue eccellenze. Passeggiando alla scoperta della città del sole si incontra il Calvario, un tempietto di forma circolare costruito nel 1859. Ospita una cappella adornata da affreschi e costituita da otto colonne che reggono una trabeazione circolare chiusa da una cupoletta. Ogni anno vi si celebrano le solennità del Venerdì Santo, che richiamano fedeli da tutta la provincia di Ragusa.

Vittoria però non è solo delizie e arte, ma anche artisti e poeti che la vivono e la amano, ne conoscono gioie e dolori e le esprimono nelle loro opere.

“Viva Vittoria, viva i vitturisi; viva San ‘Gghiuvanni ca eni u Santu i stu Paisi” (Viva Vittoria, viva i vittoriosi; viva San Giovanni che è il santo di questa cittadina). Giovanni Virgadavola, nella sua Vittoria e Vitturusi, loda il suo paese. È un cuntastorie, contadino e poeta dialettale, che ha creato la Serra-Museo in contrada Menta in territorio di Santa Croce Camerina (RG). «Sugnu veramenti ri Vittoria e vuogghiu purtari avanti u dialettu pi fari apprezzari l’abbitudini re viecci abbitanti»  (sono un vero vittoriese e porto avanti la tradizione dialettale della mia città per far apprezzare alle future generazioni il senso autentico delle antiche tradizioni). La sua passione per la cultura contadina inizia con la raccolta di canti, poesie, detti popolari, proverbi siciliani che sono stati tramandati dai contadini vittoriesi. « Vittoria nasciu ro sururi re so abbitanti cuntatini. I Vitturisi su vuluntariusi e nuns’arriennunu mai!» (Vittoria nasce dal sudore dei suoi contadini. I vittoriesi sono volenterosi e non si arrendono mai),  afferma orgoglioso.

Michele Nigro, invece, è un pittore. Ama le cromie “mediterranee” ed esprime le contraddizioni del suo universo interiore attraverso il colore. In un quadro ha dipinto la vallata dell’Ippari in fondo alla quale si scorge una piccola casa senza tetto, illuminata dal sole mattutino. Da quelle quattro mura “sgarrupate”, per lui, è nata Vittoria. «È l’estrema sintesi dell’origine della mia città», spiega, mentre mostra la sua opera. «Quando la mattina vado a bere il caffè è bellissimo: cammino per i vicoli, guardo i palazzi, i raggi del sole si infrangono sulle case e creano un effetto magico; con gli amici e conoscenti che incontro l’atmosfera è colloquiale e semplice. Tutto questo per me rappresenta un momento di puro godimento» Nonostante l’amore per la sua città, Nigro spiega come, essendo una città giovane, Vittoria abbia bisogno di gente propositiva e stimolante che la valorizzi e che crei i giusti presupposti per far innamorare di essa chi la visita. Per lui «bisogna lottare costantemente contro il pregiudizio di chi spesso dice: ma cosa vuoi cambiare?». Parla di passione individuale con cui ogni singolo può fare molto e di quanto sia importante porre lo sguardo altrove per poter comparare la propria realtà con la miriade di altre realtà, in modo da poter assorbire ciò che c’è di buono fuori e «portarlo a casa nostra».

Per Francesco Iacono, che si può definire artista dell’immigrazione, la posizione pianeggiante, lo sguardo rivolto verso il mare, il sole che accarezza dolcemente e le primizie della sua terra rendono Vittoria una gioiello di valore inestimabile. È pittore e artista a tutto tondo e i suoi lavori ritraggono gli avvenimenti socio-culturali ma anche alcuni fenomeni che accompagnano l’esistenza umana. Con una lieve nota critica spiega che Vittoria «Potrebbe essere la città perfetta….se solo i suoi abitanti la amassero e la rispettassero un po’ di più, ne apprezzassero la bellezza e prendessero a cuore le sue necessità».

Anche Rosalba Amorelli dipinge e ha partecipato a numerose mostre estemporanee e collettive. Si è laureata in Scenografia all’Accademia Mediterranea di Belle Arti di Ragusa e ha spinto la sua arte fino alla fotografia e spazia dal ritratto alla foto di spettacolo, a quella di paesaggio. Nella gallery che ha realizzato per questo servizio si è cimentata anche nella fotografia architettonica e street. Nella sua descrizione di Vittoria si intravede la speranza per un rinnovamento già in atto, la definisce una bella signorina, ancora un po’ acerba: «c’è ancora tanto da fare perché diventi una “vera donna”. Credo che chi sceglie di rimanere qui e non emigrare abbia quasi il dovere morale e civico di fare qualcosa per aiutarla ». Per questo considera una vera conquista le botteghe degli artisti locali che gradualmente si stanno insediando nelle vie del centro storico e con energia positiva stanno riempiendo il vuoto culturale che si insinua pian piano in ogni città moderna. «La valorizzazione è l’unico strumento utile per rendere Vittoria il palcoscenico ideale per i suoi abitanti».

La testimonianza dei suoi concittadini, il loro estro, il loro forte desiderio di riscatto rappresentano la conferma che Vittoria è una città capace di partorire cultura e talenti. Scoprirla significa scoprire i suoi abitanti e la loro arte, significa conoscere quel contrasto fondamentale che la contraddistingue, l’oscillazione fra la diffidenza e l’amore verso tutto ciò che è fonte d’ispirazione e di crescita umana. ©Beatrice Cinnirella


Palermo, bellezza per i 5 sensi

«L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto». Questa era l’interpretazione di Goethe:  la varietà complessa dell’Isola è sintetizzata oggi perfettamente dal suo capoluogo, città in perenne mutamento e che tuttavia mantiene vive le tracce della sua storia. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Palermo colpisce già prima di raggiungerla, appena si intravede Punta Raisi dall’oblò dell’aereo. Questo masso imponente sul mare profumato appare all’improvviso e lascia con il fiato sospeso. Una volta arrivati in città, si è avvolti da un’atmosfera calda, sia nei giorni afosi o tersi, che in quelli freddi o grigi. L’ambiente sembra mediorientale, tipicamente mediterraneo. I mercati del Capo, della Vucciria e di Ballarò stupiscono immediatamente per la varietà di colori e luci e per le diversità di cibi e spezie profumate. Le lampadine sono accese anche di giorno sotto le tende dei banchi e i suoni avvolgono i passanti, immergendoli in un’atmosfera da suk maghrebino. Quasi tutti i commercianti richiamano l’attenzione dei clienti sbracciandosi e urlando – o come dicono a Palermo abbanniando. Grida e gesti accompagnano anche i venditori ambulanti di cibo di strada che distribuiscono veri tesori.  Sfincioni¸ pani ca’ meusa, stigghiola, pane e panelle, infatti, raccontano la storia di questa città. Il pani ca’ meusa , per esempio, parla dell’influenza ebraica nella cultura palermitana. Nel Medioevo, a causa delle prescrizioni religiose, i macellai giudaici, non potevano guadagnare denaro direttamente dalla macellazione. Così tenevano per sé le interiora, per poi rivenderle fritte come farcitura di panini. Per le vie della città le combinazioni culturali del passato sono evidenti. Si notano nell’architettura, tra le crepe di palazzi storici, teatri e chiese, ma anche nella lingua, che porta alla memoria il passaggio di popoli differenti. Il suono musicale del dialetto palermitano ne è testimonianza diretta, così come le insegne che in alcuni quartieri indicano i nomi di  vie e piazze in italiano, ebraico e arabo. Ovunque a Palermo il presente si fonde con la storia. Non è difficile imbattersi in uno dei numerosi chioschi in stile liberty che spuntano come torrette nelle piazze centrali o vedere, tra i banchi bagnati di macellai e pescivendoli, la facciata elegante di un forno, anch’esso art nouveau. Anche in spiaggia a Mondello si trovano tracce di quel periodo: il monumentale Charleston è uno stabilimento balneare che sembra sospeso tra il fragore delle onde e le carezze del vento. Ma la città, miscuglio culturale, mescola in maniera gradevolmente disordinata anche i periodi storici e gli stili architettonici, così in una delle via principali ci si trova, quasi senza accorgersene a fiancheggiare la facciata in stile razionalista italiano delle poste centrali. Se la storia ha mescolato suoni, sapori, lingue, tradizioni e architetture, i carretti siciliani sembrano essere rimasti sospesi nel tempo. Rappresentano l’icona variopinta dell’intera Sicilia, sebbene attualmente siano usati sempre meno. Mentre questi diventano rari, aumenta il numero di carrozzelle per turisti e di cavalli che trottano, a volte preparando gare clandestine. Sospese nel tempo sono anche le mummie delle umide Catacombe dei Cappuccini, corpi rinsecchiti e scheletri vestiti di tutto punto che da secoli osservano i visitatori di quei corridoi umidi, ascoltando l’eco dei loro passi. Religiosità strettamente legata alla morte e al dolore, come per i riti della Settimana Santa, con le luttuose processioni di Madonne Addolorate e Cristi Morti. Una sacralità che trova il suo apice nell’adorazione di Santa Rosalia, che salvò la città dalla peste e a cui sono dedicate ben due feste nel corso dell’anno. I devoti più affezionati fanno l’acchianata, cioè salgono a piedi sulla cima del Monte Pellegrino, dove sorge il santuario per rendere omaggio alla Santuzza. Molti di loro non sanno che i Fenici percorrevano lo stesso sentiero per omaggiare una divinità che risiedeva proprio dove ora sorge il santuario. L’impronta dell’idolatria arcaica sopravvive insieme al Cristianesimo: Palermo non è protetta solo da Santa Rosalia, ma anche da un Genio di epoca preromana, di cui si possono trovare statue, fontane e dipinti in sette diversi luoghi della città. Religiosità popolari che si intrecciano, così come si intrecciano diversi livelli e forme d’arte. Dai teatri più famosi, come il Politeama e il Massimo, dalle scene dai colori accesi di Guttuso, fino ai murales e ai colori altrettanto accesi di Uwe Jaentsch. L’artista austriaco, stabilitosi qui da tempo, ha fatto della Vucciria la sua tela, contribuendo alla rinascita del quartiere che si stava spegnendo e spopolando. Arte popolare e nuova che affianca quella popolare e tradizionale dei pupi siciliani. I pochi pupari rimasti creano le celebri marionette nei loro laboratori, ma gli spettacoli sui Paladini di Francia e sui miti di Palermo stanno diventando sempre più rari. Memoria che si assottiglia, che perde pezzi, ma che rimane sempre affascinante. Così accade anche per la chiesa della Madonna dello Spasimo alla Kalsa, che priva del tetto dal Settecento, è un tesoro abbandonato, silenzioso, non segnalato e che in pochi conoscono. Ingredienti di storia che formano l’identità, segni che non devono essere cancellati, così come suggerisce a visitatori e palermitani la scritta su un muro scrostato: «Non dimenticare Palermo». ©Diego Funaro