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La Pasqua danzante degli Arbëreshë

FOTO E TESTO DI MARIO FRACASSO

L’ultima svolta prima di entrare a Civita è un tornante in salita che s’immette improvvisamente sul viale che entra in paese. Un rapace in pietra con ali spiegate ed enormi artigli appare all’improvviso. <<Questo è il mio nido>>, sembra dire. Cifti, nido d’Aquila, è infatti l’antico nome di questo piccolo borgo in provincia di Cosenza. Abbarbicato tra le vette del Parco Nazionale del Pollino, ma a pochi passi dal mare, fu scelto dai suoi primi abitanti proprio per la posizione strategica: collegato alla costa, ma nascosto agli sguardi di chi dal mare avrebbe potuto insidiarlo. Primi abitanti che dovevano provenire proprio dalla “Terra delle Aquile”, l’Albania. A Civita abita invero una comunità Arbëreshë: Italiani discendenti da Albanesi arrivati qui nel Medioevo. Oggi la parlata locale è una miscela di antico albanese e termini mutuati da Italiano e dialetti limitrofi, la religione è Cattolica nella sostanza, ma Ortodossa nella forma (storicamente agli Arbëreshë fu lasciata la possibilità di celebrare i riti secondo la tradizione ortodossa, nonostante fossero stati assorbiti dalla Chiesa cattolica) e le tradizioni popolari raccontano di genti venute a seguito di un eroico condottiero.

Durante la settimana santa, la processione e la messa domenicale sono permeate dal retaggio albanese-ortodosso. Il martedì successivo, Pashkët in dialetto locale, alle candele, all’incenso e alle icone dorate si sostituiscono danze e melodie “pagane”: vanno in scena le Vallje, una tradizione istituita dal 1467. Donne e uomini vestiti in abito tradizionale arbëreshë ballano e cantano in cerchio tenendosi per mano o impugnando lo stesso fazzoletto. Rievocano le gesta di Scanderberg, eroe nazionale albanese, che nel XV secolo resistette per anni all’invasione ottomana. In gruppi girano per le vie del paese, danzando fino a “imprigionare” all’interno del cerchio qualche cortese forestiero che offrirà loro da bere per ottenere la libertà

Tradizioni come queste sono venute da lontano, si sono sedimentate tra le cime del Pollino e hanno reso paesi come Civita paradisi per viaggiatori e turisti in cerca di mete inusuali. ©MarioFracasso

 

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Carciofi alla giudia, istituzione della cucina romana

Cucina romana, carciofi mammola alla giudia

A Roma alcuni piatti tipici sono praticamente un’istituzione e fanno parte della cultura e del vissuto di ogni romano. Un caso particolare è rappresentato dai carciofi alla giudia, probabilmente la pietanza più famosa della cucina giudaico-romanesca. La ricetta ha un’origine antica ed è il risultato dell’incontro di più culture: quella ebraica spagnola, siciliana e romana, con due prodotti tipici della zona: il carciofo mammola che localmente è chiamato cimarolo”, le cui caratteristiche sono la forma tondeggiante e l’assenza di spine e l’olio extravergine d’oliva laziale. L’incontro avvenne quando il Papa Paolo IV stabilì nel 1555 con la bolla Cum nimis absurdum, pesanti limitazioni e obblighi per tutti gli ebrei. Tutte le persone di religione ebraica furono costrette a vivere in luoghi separati da chi professava la religione cattolica. Nacque in questo modo il ghetto di Roma, uno dei quartieri più belli della Capitale. Qui trovarono ospitalità anche gli ebrei di Spagna e Sicilia cacciati da Isabella di Castiglia nel 1492. Spagnoli e siciliani portarono a Roma le loro ricette, nate dai territori d’origine e dalla convivenza con i musulmani. Queste ricette, fondendosi con la cucina romana diedero vita a carciofi fritti due volte in olio d’oliva, conditi con sale e pepe, che assumono una forma simile a quella di fiori aperti. Si dice che questo piatto fosse consumato principalmente alla fine della celebrazione ebraica dello Yom Kippur o Giorno dell’Espiazione, e che fosse apprezzato anche dagli altri romani che andavano a gustarlo al ghetto. Furono i romani non ebrei, infatti, a denominare questi carciofi “alla giudia” e cioè “alla giudea”. Probabilmente la calendarizzazione dei carciofi alla giudia come cibo rituale non è esatta, perché i cimaroli sono un ortaggio primaverile, mentre lo Yom Kippur cade in periodi diversi, ma il legame dei romani con questo piatto dalle radici antiche è indissolubile. ©Diego Funaro


Frappe e castagnole: alla ricerca di Saturno

Dolci di Carnevale

Non sono soltanto maschere e carri allegorici a caratterizzare il periodo di carnevale. L’Italia, infatti, ha una ricca tradizione gastronomica che segna tutto l’anno e in particolare i momenti di festa tra i quali, appunto, il carnevale. Durante i festeggiamenti carnascialeschi, che seguono immediatamente le Festività natalizie (dal 17 gennaio, giorno di sant’Antonio Abate, al martedì precedente le ceneri) le tavole del Bel Paese si arricchiscono di dolci fritti, in particolare castagnole e frappe. Queste ultime hanno numerosi nomi che variano da città a città e nelle diverse regioni; per esempio in Toscana sono dette cenci, in liguria bugie, nel bolognese sfrappole, e al centro-sud sono chiamate chiacchiere.

La storia delle castagnole è relativamente recente, risalgono al ‘700, quella delle frappe ha radici molto più antiche, infatti esistevano già nell’antica Roma. Le prime, che evidentemente prendono il nome dal frutto autunnale, sono delle palline di pasta fritte o infornate e poi spolverizzate di zucchero o coperte di miele. Delle castagnole si trova traccia in un manoscritto viterbese della fine del Settecento. Qui se ne descrivono quattro ricette, di cui tre prevedono la frittura e una soltanto la cottura in forno. Alcuni sostengono che già un secolo prima, due importanti cuochi delle famiglie D’Angiò e Farnese preparassero le castagnole, usando però il nome di struffoli alla romana.

Per cercare la nascita delle frappe, dobbiamo trovare l’antenato dell’odierno carnevale. Nell’antica Roma, durante l’inverno, si celebravano i Saturnali, feste solenni in onore di Saturno, durante le quali alcune leggi erano sospese e le distanze sociali quasi si annullavano. Durante i Saturnali, l’atmosfera festosa portava frequentemente a eccessi enogastronomici che si concludevano in orge. Di questi eccessi erano un ingrediente sempre presente le frictilia, strisce di pasta fritte nello strutto, molto simili alle odierne chiacchiere. Il ricorso alla frittura nel grasso di maiale, così come le grandi quantità prodotte di questo cibo rituale, indicavano ricchezza e generosità della terra, per rievocare l’opulenza e l’uguaglianza del tempo mitico governato da Saturno. ©Diego Funaro


Integrazione possibile nel Fucino

Foto e testo: Mario Fracasso

La conca del Fucino, in Abruzzo, è una zona ad altissima densità di popolazione immigrata. I lavori stagionali legati alla realtà agricola richiamano Albanesi, Rumeni, ma soprattutto Magrebini.

«Senza il lavoro di sei milioni di immigrati non potremmo continuare a godere del benessere, chiuderebbero campi, ospedali, fabbriche e servizi aziendali per famiglie e città». Così, l’allora Cancelliere tedesco, Helmut Kohl, condannò l’attentato incendiario avvenuto contro la comunità turca della città di Mölln. Dopo venti anni l’idea della necessità dei lavoratori migranti è ormai accettata in tutta Europa e Nicola Cacace nel suo libro, L’informatico e la badante, spiega bene come l’Italia faccia parte dei paesi che più ne sono dipendenti. Il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo, il ricambio generazionale è sempre più lento e meno del 5% dei giovani sono disponibili a lavori di medio e basso profilo. Ciò ha trasformato l’Italia da paese di emigranti a paese in cui gli immigrati sostengono parte dell’economia. [continua dopo le foto]

Uno dei luoghi a più alta densità di stranieri è la conca del Fucino, in provincia dell’Aquila. Qui l’economia locale è basata sull’agricoltura e il lavoro stagionale nei campi attira molte persone dall’estero. A fianco alla patata, che per anni è stata la coltivazione principale, oggi si stanno sviluppando produzioni orticole come la bietola, la carota, il cavolo, il cavolfiore, il finocchio, l’indivia, il pomodoro e il radicchio. Si stanno sviluppando la floricoltura e l’industria di trasformazione alimentare. Ma i giovani italiani considerano l’operaio e l’agricoltore come mestieri da poveri e vi si dedicano sempre meno. Al contrario gli immigrati gradiscono questi posti di lavoro e dagli anni ottanta è iniziato un afflusso ininterrotto.
Nei paesi che circondano la conca le percentuali di residenti stranieri censiti arrivano al 15%, il doppio della media nazionale. Ad essi vanno aggiunti i migranti non residenti e quelli clandestini. Così, in certi momenti della giornata, nelle piazze, è difficile comprendere dove ci si trovi: il dialetto e le lingue si confondono e non si capisce quando i visi siano scuri per la carnagione o per l’effetto del sole che li ha modellati durante le giornate di lavoro nei campi.
«Io sono venuto dieci anni fa dal Marocco perché lì non c’era lavoro. Poi sono rimasto, perché qui quelli che hanno voglia di lavorare trovano da lavorare»
. Mohammed è un ragazzo di 30 anni, è autotrasportatore e vive a Celano con la figlia e la moglie.
Uno degli aspetti più positivi dell’integrazione nel Fucino è la presenza di comunità fatte di nuclei familiari e non solo di singoli individui. Rosa Cambise, titolare di un’azienda agricola di Trasacco, ha un’idea molto chiara a riguardo: «quando hanno una famiglia devono vivere in maniera più aperta e devono frequentare il tessuto sociale in cui risiedono. Non possono rimanere chiusi in un’abitazione improvvisata. E poi, diciamolo, la presenza di una donna al fianco di un uomo lo migliora tanto».
Nonostante la situazione sembri rosea rispetto ad altre realtà italiane colpite più intensamente da fenomeni come il caporalato e la delinquenza legata all’immigrazione clandestina, anche nel Fucino non mancano i problemi. A parte i fatti di cronaca, che dimostrano solo situazioni di estremo disagio, vi sono problemi strettamente quotidiani. Padre Daniel è il parroco ortodosso di Avezzano. Alcuni tratti delle mura esterne della chiesa lasciatagli in gestione dalla comunità cattolica locale sono tinteggiate di un bianco che stacca dal giallo del resto della struttura: «Cosa posso fare? Ogni volta che qualcuno imbratta i muri, io passo una mano di vernice». Racconta, inoltre, che spesso anche alcuni italiani gli rinfacciano di avere occupato uno spazio cattolico. «Sono diversi anni che vorremmo costruire una chiesa nostra, ma il Comune non ci vende il terreno. Mi preoccupa più questo che dover fare l’imbianchino a tempo perso».
A poche centinaia di metri dalla parrocchia c’è l’associazione Rindertimi, una Onlus che si occupa di integrazione e mediazione culturale. Il suo presidente, l’ex consigliere regionale Luigi Milano, spiega come la stanzialità degli stranieri che lavorano stagionalmente sia un fattore nuovo che sta accelerando l’integrazione, ma che sta creando anche alcuni disagi: «Da novembre a marzo qui è tutto fermo e molti rimangono senza lavoro per troppo tempo. Questo li porta a vivere di espedienti e spesso a cadere nella trappola dell’illegalità».
Ma l’ex consigliere lamenta soprattutto l’indifferenza delle istituzioni: «fino a quando ci sarà equilibrio tra domanda e offerta di lavoro non sia avranno problemi come quello, per esempio, di Rosarno, ma la situazione è in veloce cambiamento e noi dobbiamo curarci dei migranti, che sono una risorsa essenziale per il nostro territorio. C’è bisogno di un vero sentimento di prossimità con queste persone».
Un esempio di impegno civile è quello dell’Associazione Sportiva San Benedetto dei Marsi. Gianluca Rossi ne è il segretario e racconta di aver iniziato questa avventura per poter dare a bambini e adolescenti la possibilità di avere un luogo di incontro divertente e sicuro. «Nel settore giovanile abbiamo più di settanta ragazzi, di cui molti stranieri. La cosa che più ci dà soddisfazione è la costanza con cui partecipano». Nessuno straniero, però, è iscritto alla squadra maggiore. «La stagione passata ci avevamo provato con due magrebini – racconta Gianluca – ma la FIGC dopo sei mesi ancora non ci restituiva tutta la documentazione necessaria per tesserarli».
Quello che più lo preoccupa sono i problemi per far iscrivere i figli degli stranieri alle giovanili: «Ci chiedono carte che attestino che un bambino di sei-otto anni non abbia mai giocato in campionati di federazioni calcistiche di altri paesi e un attestato di frequentazione scolastica, documento non richiesto per gli italiani. Come se facesse la differenza, a quell’età e nell’ambito del dilettantismo, che un bambino che voglia divertirsi, allontanandosi dalla “strada”, sia iscritto in una squadra di un paese a migliaia di chilometri di distanza o frequenti una scuola locale o meno. A volte mi sembra proprio che il problema del Fucino siamo noi!».
Alle sue parole sembrano fare eco le pagine di cronaca locale che riportano le contestazioni per la centrale a biomasse che dovrebbe nascere dopo la recente approvazione del Governo. La maggior parte dei cittadini ha timore che la coltivazione delle pioppelle destinate a essere bruciate come biomassa possa ridurre notevolmente il terreno agricolo. Inoltre la centrale dovrebbe avere una potenza di 32MV, oltre il triplo di quelle riconosciute in Italia come a basso impatto ambientale. Tutto ciò rischia di avere un influsso notevole sul territorio, creando troppo poca occupazione rispetto a quella che verrebbe meno a causa dei danni alle coltivazioni. Le difficoltà economiche e sociali colpirebbero tutti i cittadini indistintamente dal paese d’origine. © Mario Fracasso


Il sapore delle Alpi biellesi: Fricc del marghe’ (Fritto del margaro)

fritto del margaro

La cucina e i piatti tipici rappresentano uno specchio dei territori. Per questo non basta “vedere” un posto, ma serve anche “gustarlo”, andando alla ricerca di sapori antichi e cercando le storie dietro a una determinata pietanza. Nel biellese, poco distante dal Santuario d’Oropa, inerpicato a oltre 1.000 metri sulle Alpi, si può vivere e sperimentare questo incontro tra luogo e gusto. Il “Fritto del margaro” è uno dei piatti tipici della zona e già dal nome capiamo il perché: il margaro è, in quest’area del Piemonte, colui che cura la “malga” che è sia un pascolo alpino, sia il luogo dove si fanno burro e formaggio. In pratica il Margaro è l’addetto all’allevamento di bestiame e a tutte le attività legate a latte e formaggio. Come per tante altre prelibatezze di origine contadina in giro per l’Italia, anche questo è un piatto povero, con pochi ingredienti selezionati dall’attività di chi l’ha inventato. È noto che per resistere al freddo montano, l’alimentazione migliore sia quella più grassa, spesso ricca di proteine: il Fritto del margaro non fa eccezione ed è una sintesi degli ingredienti che gli allevatori avevano e hanno a disposizione per preparare qualcosa di buono e nutriente. Si tratta, infatti, di uova, formaggio e pomodori fritti nel burro e accompagnati spesso da pane o polenta. È semplice, ma già dal profumo racconta secoli di storia, e a gustarlo si capisce che se le persone sono ciò che mangiano, i luoghi sono ciò che offrono in cucina. @Diego Funaro


I due volti del Bosco

Testo: Dario Febbo e Fabio D’Agostino

Foto: Diego Funaro e Mario Fracasso

Faggi, aceri e querce; ginepri, denti di leone e narcisi; scoiattoli, caprioli, civette e cinghiali….e lupi, con occhi color cielo, che d’incanto si trasformano in donne angeliche. Gli abitanti dei boschi si muovono nascosti tra la realtà e la nostra immaginazione, portando paura, stupore, meraviglia e gioia.

Per salutare l’autunno, vi invitiamo a fare una passeggiata in compagnia di due guide speciali, addentrandoci nel Bosco di Sant’Antonio. Calpesteremo le foglie secche del suo autunno e ci inebrieremo dell’odore di muschio e funghi. Ma ammireremo anche il verde della sua primavera, il volo dei suoi insetti e i raggi del sole che penetrano tra le sue fronde. Lo osserveremo con uno sguardo duplice, scientifico e immaginifico, grazie alle parole del Direttore del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, Dario Febbo, e al racconto del nostro amico scrittore, Fabio D’Agostiono. ©DirezioneItalia

La Riserva naturale del Bosco di Sant’Antonio si trova in Abruzzo, lungo la strada che collega i paesi di Cansano e Pescocostanzo. Passeggiando al suo interno si incontrano alberi secolari che raggiungono un’altezza di oltre 30 m. La storia di questo bosco è strettamente legata a quella degli abitanti del luogo: è nato e si è sviluppato per assecondare l’esigenza umana di far pascolare in un luogo riparato bovini e cavalli. Gli alberi venivano piantati a diversi metri di distanza e una particolare capitozzatura, che ha spinto le piante a svilupparsi in larghezza assumendo strane forme, assicurava protezione alle mandrie e agli uomini che vi si addentravano. ©DirezioneItalia

(continua dopo le foto)

IL LUPO E I FUNGHI
Com’è tradizione di Domenica mi diletto a raccogliere funghi. L’odore del terreno umido e delle foglie secche mi ricrea e solleva dalla fatica dell’essermi svegliato presto. La lunga passeggiata aiuta a rilassarmi e a sentire il contatto con la natura e i suoi colori. Gli unici suoni che odo sono i crepitii delle foglie calpestate e il mio respiro. Godo nel non sentire altre presenze umane, che mi desterebbero da questo stato meditativo.
All’ombra di due alberi, che riconosco per le incisioni dei nomi: Stefy, Marti e Cri. I miei bei funghi sono lì ad aspettare, grandi e sodi. M’inginocchio e li guardo da vicino, sento la loro fragranza che inebria i miei sensi.
La fame si fa sentire, non vedo l’ora di tornare alla mia rosea casetta, per cucinare e gustare un bel piatto di tagliatelle ai porcini, parmigiana ai funghi chiodini e come dessert un bel tartufo bianco.
Assorto dai miei pensieri, scorgo una pelliccia grigia tra gli alberi, è un lupo! Sta venendo da me. Sono terrorizzato e rimango immobile. L’animale è tranquillo, cammina lentamente e non sembra feroce. Si ferma nelle mie vicinanze e incomincia ad annusare il terreno, con una zampa lo scava. Dopo pochi secondi, fa dei passi indietro, come per dirmi: “vieni a vedere!” Con cautela mi avvicino, guardo nella buca e non posso crederci! C’è un tartufo bianco! Emozionato, finisco di scavare e lo tiro fuori. Mentre contemplo la sua bellezza, mi giro per ringraziare il lupo, ma non c’è più.
Con la felicità di un bambino per il fortunato incontro, torno a casa. Cucino il menu modificandolo con lo strepitoso ingrediente appena trovato.
Improvvisamente sento bussare alla porta. Apro. Il lupo è lì, davanti a me. Sento il cuore in gola. Mi annusa ma non ringhia. Vuole il suo premio e allora decido di fargli assaggiare le tagliatelle al tartufo, prendo un altro piatto e sull’uscio assieme al lupo mangiamo beati. La pietanza è spettacolare, con quel forte odore caratteristico, che si sparge sulla mia pelle.
Condividiamo tutto il pranzo. Mi sento estasiato e anche il lupo ha apprezzato, lo vedo scodinzolare e con lo sguardo basso mi si avvicina, ma ora non ne ho più paura, ormai siamo fratelli, così lo accarezzo sulla schiena.
Un poderoso ululato rompe il silenzio, mi giro di scatto e il lupo corre verso quel suono. Da dietro una roccia si materializzano altri due lupi, si annusano tra di loro per un po’ e i due appena arrivati scompaiono nuovamente nella boscaglia, mentre il lupo grigio si gira verso di me, il suo muso tramuta nel viso angelico di una donna, con lunghi capelli color porpora. Rimango attonito. Prima di sparire con i suoi compagni, mi sorride e quello sguardo di occhi azzurri come il mare, rimarrà scolpito per sempre nella mia memoria. ©FabioD’Agostino

Estratto del “Piano di assetto naturalistico della Riserva Naturale Guidata del Bosco di Sant’Antonio“
Il Bosco di Sant’Antonio è collocato precisamente a occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Majella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969m.) e quelle del monte Rotella (2127m.), occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di faggio con preferenze igrofile. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto e un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno e un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum.
Una considerazione importante è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro che ospita il bosco, che è quindi circondato da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico, affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco stesso è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo Colle, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre, l’Acero di monte, anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli, il Ciliegio, l’Acero riccio, l’Acero opalo, il Cerro, che sovente, nella fascia appenninica, si affianca al Faggio, il Melo selvatico, il Carpino nero, il Tasso, e l’Agrifoglio.
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica, del Pruno selvatico, del Ribes rosso, dell’Uva spina, del Biancospino, del Berretto da prete, del Ginepro comune, del Sambuco, del Citiso spinoso e della Lianosa Vitalba.
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà . Sono stati rilevati: l’Elleboro puzzolente, il Piè di gallo, la Calta palustre, l’Anemone gialla, il Ranuncolo favagello, la Peonia selvatica, la Colombina cava, la Dentaria minore, la Cicerchia primaticcia, l’Euforbia mirsinite, l’Euforbia delle faggete, la Viola silvestre, il Ciclamino napoletano, la Genziana maggiore, il Dente di leone, il Giglio martagone, il Mughetto, l’Asfodelo montano, il Narciso selvatico.
Sono infine molto interessanti i dati relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la Lobaria pulmonaria v. meridionalis, legata a microhabitat a elevata umidità e in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.
Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di Sant’Antonio (500 ettari circa) e la sua prossimità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di Sant’Antonio, ma, piuttosto, di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di Sant’Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est e il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso Marsicano e il Lupo Appenninico, ma anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo come il Cervo e il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello e altri ancora. ©DarioFebbo


Mastro Geppetto vive a Palermo

Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Sicilia, immediatamente si affacciano alla mente cannoli, carretti variopinti e pupi: le marionette tipiche dell’isola e famose in tutto il mondo. Molti conoscono questi ultimi solo per averli visti a casa di qualche amico che li ha comprati come souvenir; molti meno sanno che queste marionette sono usate tuttora per spettacoli e rappresentazioni teatrali inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.

A Palermo, soprattutto nelle zone popolari, non è difficile incontrare un puparo, ma bisogna sapere dove cercare. Salvatore Bumbello ha una bottega al Capo, uno dei quartieri mercato della città, come Ballarò e la Vucciria. Qui dà vita alle marionette e se ne prende cura.

«Negli anni ’20 c’era chi faceva le ossature, l’interno del pupo, chi faceva le armature, chi faceva l’oprante e chi faceva il maniante e ognuno aveva la sua mansione» racconta Salvatore con malinconia «Ma poi con il tempo… Ora quando ti dico “puparo”, significa fare tutto, dalla costruzione alla messa in scena, significa costruttore, manovratore e recitante. Proprio tutte cose». Poi spiega che l’oprante è chi manovra e fa recitare i pupi, mentre il maniante è il suo aiutante. In questo mondo ci si nasce e la strada di un puparo inizia da piccoli e prosegue soltanto se c’è una grande passione. La storia di Salvatore lo conferma: «Mio padre ha iniziato a sette anni, perché è rimasto orfano del padre. A quell’età non è che poteva fare granché, però c’era un puparo, Francesco Scrafani, che aveva ‘sto laboratorio e lo faceva stare lì. Montava anche i pupetti da souvenir – racconta commosso – prendeva le ossaturette piccole, gli metteva i piedini e li dipingeva. Con l’andar del tempo, la prima cosa che ha fatto sono state le ossature, poi le armature e nello stesso tempo manovrava. In vecchiaia Scrafani si ritirò e mio padre è rimasto nel laboratorio. Io a sette anni andavo nel suo laboratorio dopo la scuola e seguivo cosa faceva lui. Il mio primo pupo l’ho fatto di 35 cm a dieci anni».

Nell’Opera dei Pupi (questo è il nome corretto di tale particolare forma di teatro) gli spettacoli inscenati hanno origini lontane dalla Sicilia, ma ben radicate nella cultura di tutti gli italiani, che li conoscono principalmente attraverso Ariosto. «Trattiamo la storia dei Paladini di Francia. I personaggi principali sono: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Bradamante e ogni personaggio ha una sua storia – racconta Salvatore – ognuno c’ha la sua armatura che cambia come stile e come fregi. Poi ogni personaggio c’ha il suo carattere: c’è il traditore, che è Gano, poi ci sono Orlando che è difensore della fede cristiana e primo paladino di Francia, il secondo è Rinaldo, poi c’è Ferraù, lo spagnolo, i pagani, ecc…».

 Il pubblico non si affolla più come un tempo, quando questo teatro era l’unico che il “popolino” potesse vedere. Ma non mancano gli aneddoti che, a volte, assumono contorni leggendari. Uno lo racconta Salvatore: «Gano è traditore, è il paladino che porta alla distruzione della Francia e fa morire tutti i paladini nella lotta di Roncisvallespiega – e per questo lo odiano tutti». Poi sorride e continua: «C’era uno spettatore in un paese che si stava vedendo l’opera dei pupi. Una sera andò dal puparo e gli dice: “me lo vende a Gano? Perché io a ‘stu tradituri unnu pozzu cchiù vidiri”. Il puparo, per recuperare soldi glielo ha venduto. Questo spettatore ha comprato Gano, l’ha messo in piazza e gli ha sparato, l’ha rotto tutto e la sera dopo è andato a vedere l’opera dei pupi. Non è che si poteva fermare lo spettacolo o nell’episodio non ci poteva essere Gano, il puparo ne usava uno uguale. Quando lo spettatore lo vide si mise a urlare: “io ne ‘stu teatro ‘un ci vengu cchiù! Ammazzavu ieri a Gano e già spuntò!”».

Ora il pubblico è cambiato e sono soprattutto turisti e bambini ad assistere alle avventure di Carlo Magno e dei suoi paladini. «I bambini secondo me danno la forza per andare avanti in questo mestiere. Quando un bambino vede l’opera dei pupi, questo significa che, in mezzo a un pubblico di settanta, ottanta bambini, ci può essere anche il puparo, perché nasce proprio da piccoli questa passione» spiega Salvatore, e poi conclude: «Io faccio laboratori con i bambini, anche di costruzione, e li ho coinvolti. Ogni volta che davano un colpo di martello, che facevano un segno nel metallo, loro erano proprio nel mondo delle fantasie… ci piace tanto, ci piace».  ©Diego Funaro


Abstraction Devices – fotografia oltre la realtà

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Foto e testo: Luca Baldini
Introduzione: Mario Fracasso

La realtà spesso non è quella che immaginiamo, a volte neanche quella che siamo certi di aver percepito.
Karl Raimund Popper, epistemologo austriaco morto nel 1994, nella sua Congetture e Confutazioni, parlando della filosofia Kantiana, spiega che bisognerebbe abbandonare l’opinione secondo la quale l’uomo è spettatore passivo, sul quale la natura imprime la propria regolarità e accettare che, nel vedere, udire e sentire ogni tipo di fenomeno, siamo noi stessi a imprimere attivamente alle nostre visioni l’ordine e le leggi del nostro corredo culturale.
Partendo da questa idea, vi presentiamo una galleria fotografica tanto reale quanto soggettiva, in cui l’autore, Luca Baldini, ha scomposto gli oggetti per ricomporli in base alla realtà che vedeva dentro se stesso. Molti filosofi parlano delle nostre certezze sulla realtà esterna, definendole Realismo Ingenuo, convinzioni che diamo quotidianamente per scontate, ma che bloccano il processo di conoscenza. Luca Baldini, ha provato ad andare oltre: ha dato nuovo significato a determinati luoghi d’Italia, ricomponendone gli oggetti per esprimere la propria percezione. In fondo, anche Einstein riprese le teorie di Kant e disse: «tutti i concetti, anche quelli più vicini all’esperienza, sono dal punto di vista logico convenzioni liberamente scelte». Luca Baldini ha scelto le sue e, raccontando la sua Italia, ha dimostrato che anche la fotografia può aiutare a riflettere. ©Mario Fracasso

Abstraction Devices

Sulla pellicola registro composizioni che spesso hanno un taglio astratto aggiunto, operazioni tese ad espandere il potenziale comunicativo delle immagini, in modo che possano rappresentare anche idee che non sono esplicitamente raffigurate. Idee che esistono in una componente verbale, che sia riflessione solitaria o vera e propria conversazione fra osservatori. L’esposizione multipla, applicata direttamente sulla pellicola, crea immagini più complesse ma comunque compatte e integre nella loro rispondenza a una realtà mentale non artificiosa: il procedimento analogico preserva il rapporto indicale dell’immagine con l’esistente, la compresenza di punti di vista differenti avvicina la composizione al mondo delle idee.

Fate-Path_Luca BaldiniFate/Path – Bologna

Destino/Strada, un dibattito aperto sulla vita. O, meglio, un punto di vista sulla vita. Fate fa assonanza con faith e path fa rima con math. Grazie ad algoritmi matematici possiamo calcolare i giusti spostamenti di un binario, in modo da seguire una via tendendo a una meta. Ma questo non è sufficiente, perché la vita ha sempre una componente aerea, sfuggente e immortale che si manifesta negli imprevisti: essa è qui rappresentata dal sistema di alimentazione elettrica della ferrovia, i cui tiranti di poligonazione mi ricordano un po’ le braccia di un marionettista che governa dall’alto. Cos’è più importante, dunque, cos’è più forte, il percorso che ci prefissiamo o il patrocinio del destino? La volontà o la fede? Credo che la foto una risposta sicura la dia: oltre il ponte non ci è dato guardare. Godiamoci il viaggio.

20th Century_Luca Baldini20th Century – Italia

Queste dieci esposizioni sulla stessa porzione di pellicola, scattate in diversi luoghi d’Italia, sono un brainstorming sul secolo appena passato. Una rappresentazione diacronica più che sincronica, una raffica di memorie in sequenza immobilizzate in un’istantanea mentale. A far da protagonista è il processo di antropizzazione dell’esistente: si parte da un tetto in paglia e si arriva all’automobile e alle centrali elettriche.

Development In ArchitectureDevelopment In Architecture – Milano Marittima

Development In Architecture, ovvero Lo Sviluppo In Architettura, è una doppia esposizione parziale: la porzione di pellicola (35 mm) interessata dall’unione delle due immagini è 70×24 mm, ma solo nel terzo centrale è avvenuta la sovrapposizione. Prima di scattare la seconda esposizione e capovolgere la mia macchina Fujica, ho riavvolto la pellicola di mezzo frame invece che di uno intero. Il risultato, a partire da un oggetto semisferico, è un’immagine che mi ricorda lo sviluppo bidimensionale di una semisfera tridimensionale. Dunque di una forma geometrica. Qui si lega la mia riflessione sull’architettura.

Do Not Feed The Trees

Do Not Feed The Trees – Roma

«Vietato dare cibo agli animali» è la tipica frase che potreste leggere in uno zoo, specialmente se si tratta di specie animali protette. Qui siamo invece nel bellissimo parco di Villa Torlonia a Roma. La recinzione e le telecamere di sicurezza rimandano al concetto di protezione. C’è un museo alle spalle dell’obiettivo, ma per la foto ho ribaltato lo sguardo: il parco è qui metafora di una Natura che diventa, nella civiltà metropolitana, il negativo del costruito; non più libera di manifestarsi nelle sue varietà. In diverse zone di molte città il Verde è un colore in via d’estinzione, rinchiuso in gabbie che chiamiamo aiuole. Natura, quindi, come qualcosa da preservare dall’avanzata del cemento. Natura come elemento sempre più raro, da proteggere, ma anche da ammirare e osservare.

Still Life With Skyscraper

Still Life With Skyscraper – Frosinone

Natura morta con grattacielo è una composizione di oggetti edificati, panorama urbano tipicamente rappresentativo delle periferie delle città italiane, tristemente caratterizzate dall’assenza di tutte quelle attenzioni nella scelta di materiali e tecniche costruttive, soluzioni visive, spaziali e sociali che nei secoli hanno fatto la fortuna – invece – dei nostri bellissimi e armoniosi centri storici. Il grattacielo emerge, spento, fra altre sagome. Non importa aumentare il numero degli affacci, siano due balconi o siano duecento, le nostre periferie sono destinate a rimanere delle “nature morte”.

Fortress Europe

Fortress Europe – Bologna

Il centro storico di Bologna è protetto da telecamere di sicurezza e per il traffico, sia dentro che lungo il suo perimetro. Nella foto si possono vedere le più moderne tecnologie da “Grande Fratello”, combinate con le tecniche costruttive della millenaria Torre degli Asinelli e i ricchi palazzi di via Rizzoli. Questa visione mi ha fatto pensare ad un’analogia con l’Europa: una fortezza economica che i poteri centrali hanno costruito e stanno rafforzando per non permettere l’accesso a paesi meno sviluppati, se non a carissimo prezzo. L’Euro come arma silenziosa e affilata. Uno slogan per i governi aspiranti europei: Join the banks’ way or keep out! Ovvero Unitevi al gioco delle banche o rimanete fuori!

Propeller Mast Dye

Propeller Mast Dye – Cervia

Provincia di Ravenna, cantiere nautico del porto turistico di Cervia. Questa foto spiega perchè i titoli delle mie foto nascano in Inglese: è una lingua più duttile e indefinita rispetto all’Italiano; quasi astratta, in quanto non vi è sempre corrispondenza biunivoca fra significante e significato.  Ad esempio, mast vuol dire albero maestro, ma suona quasi esattamente come must, il verbo dovere, parola che a sua volta può essere tradotta con diverse persone e tempi verbali. Dye, invece, vuol dire tintura o tingere e anch’esso si pronuncia come un altro verbo, il più comune to die, morire. Le tre parole che compongono il titolo, dunque, descrivono schematicamente la composizione, ma possono anche trarre in inganno. A livello subliminale, potremmo leggere Il propulsore (l’elica) deve morire, anziché Elica (e) Tintura dell’Albero Maestro. Anche la composizione è ingannevole: l’operaio dipinge l’albero e si tinge egli stesso dei colori dello scafo della barca su cui si trova. Quasi come un atto di introspezione mentale o come quei processi inconsci post-traumatici di rimozione o correzione della memoria.

Equalization

Equalization – Ravenna

Durante questa lunga esposizione alle luci del crepuscolo, nell’Oasi di Punte Alberete, ho lentamente spostato la profondità di campo da infinito a due metri. In questa maniera ho messo a fuoco tutto il paesaggio visibile, dai ciuffi di un canneto in primo piano fino alle lontane luci di una strada, passando per gli alberi. Tutto a fuoco e niente perfettamente in dettaglio. Equalizzazione è la compensazione di un fenomeno e richiama il concetto di uguaglianza. In questa composizione tutti gli elementi sono sullo stesso piano e hanno la stessa importanza, dal grande al piccolo, dal naturale all’artificiale.

Open - Closed

Open\Closed – Ravenna

Ravenna ha un porto canale scavato nella sabbia che sfocia nel Mar Adriatico. Per assicurarne l’accessibilità a navi mercantili di grosso pescaggio, lo scavo è protetto dalle correnti marine da due dighe foranee di 2,8 km; due lunghissimi moli immobili che creano come un grande vestibolo di ingresso. La foto è scattata lì dove finisce il canale e comincia il “vestibolo”, limbo che al tramonto si tinge di mistero, in bilico fra la conclusione e l’orizzontalità infinita. Aperto\Chiuso è una riflessione sulla relatività dell’orizzonte, sulla labilità del limite. Per me è pace, per me è movimento.

Nightmare Of A Tree At The Edge Of Town

Nightmare Of A Tree At The Edge Of Town – Ravenna

Incubo di un albero alle porte della città è una doppia esposizione notturna. Siamo poco fuori da Ravenna, nell’oasi naturalistica di Punte Alberete, parco naturale la cui ricchezza di flora e fauna è minacciata dall’avanzata dell’urbanizzazione e, soprattutto, dai fumi tossici del polo chimico-industriale. La composizione si vedono un albero e l’immagine onirica dello stesso albero abbattuto.

Fairy Tale Gone To Bed

Fairy Tale Gone To Bed – Bologna

Camminando verso casa, mi sono imbattuto in questa visione un po’ magica della scalinata del Parco della Montagnola, popolata da una processione di lampioni che sembravano sospesi fra quiete e movimento. Fra realtà e finzione, come i personaggi di una fiaba, fairy tale, appunto. E come le fiabe non necessariamente sono provviste di una morale (al contrario delle favole), così ho cercato di creare un’immagine che potesse voler dire tanto, ma anche nulla di preciso, lasciando spazio all’immaginazione anche nel titolo: “Fiaba andata a letto” può essere il racconto della buonanotte, ma può anche riferirsi a una parentesi romantica che termina durante la notte; si conclude o, semplicemente, si va tutti a riposare. Ciò che resta non è che un palcoscenico.

©Luca Baldini


CIBIANA, IL PAESE CHE DIPINGE LA SUA STORIA

Tra pendii scoscesi e alte cime, torrenti e sentieri, immersa nel verde dei boschi delle Dolomiti, montagne appena entrate a far parte del Patrimonio Unesco, sta Cibiamo (BL), un paese di 450 anime che offre ai visitatori uno spettacolo artistico-culturale molto singolare: i suoi murales.

Allo scopo di recuperare tradizioni e mestieri della piccola valle ai piedi del monte Rite, dal 1980, artisti da tutto il mondo arrivano per creare, sulle pareti degli edifici più antichi, opere in cui danno vita alla memoria storica del paese ed in particolare delle famiglie che abitavano le case prescelte. Per scoprire i 56 affreschi conviene perdersi tra vicoli irti e stretti di Cibiana e delle vicinissime frazioni di Pianezze e Masariè. Inoltre ogni anno, l’ultima domenica del mese di luglio, si ripete la festa dei Murales Viventi dove gli abitanti inscenano antichi lavori e costumi tradizionali, proprio in corrispondenza dei murales. Si possono ammirare, per esempio, la realizzazione di scarpete, pantofole di corda e velluto confezionate completamente a mano, o dei zestoi, gerle in legno utili per i lavori nei campi. In molte opere sono inoltre rappresentate chiavi: richiamano la storica fabbrica ERREBI che produce ancor oggi 120.000 pezzi giornalieri.

Cibiana, che fa parte dell’Associazione Italiana Borghi Dipinti, 85 centri  che condividono l’esperienza del murales e sono accomunati dallo stesso desiderio di mantenere vive storie e tradizioni locali, si arricchisce di opere d’arte annualmente ed è ormai conosciuto come “il paese che dipinge la sua storia”. ©Karin Daberto


Arte di luci e colori: la Santa Domenica di Scorrano

Tra il 5 e il 9 Luglio, ogni anno, Scorrano (LE) diventa la capitale mondiale delle luminarie e risplende della meraviglia di luci e colori creata dai suoi maestri paratori.

Foto: Alessandra Gorgoni e Lucilla Cuman
Testo: Lucilla Cuman

Quando il sole è appena tramontato, poco prima che la notte abbia il sopravvento e tutto sia circondato da una meravigliosa luce blu, la gente riempie le strade e la festa prende vita. Ci sono gli anziani nostalgici, che sulle panchine borbottano sottovoce che “Era meglio quando non c’era tutta questa modernità e la festa era più religiosa”, i bambini che giocano felici, perchè potranno andare a letto tardi e i nonni compreranno loro quel palloncino colorato che hanno visto alla bancarella, gli ambulanti che preparano la cupeta (tipico dolce croccante locale) e l’orientale sorridente che prova a venderti un “aggeggio” che ti aiuta ad infilare il filo nell’ago. E lì, sotto alle “loro” luminarie, ci sono i maestri paratori con i volti tesi. Circondati da parenti e amici, impartiscono le ultime disposizioni ai loro collaboratori: tutto deve essere perfetto fino all’ultimo dettaglio, fino all’ultima lampadina, perchè nei giorni seguenti la gente dovrà parlare della loro accensione come della migliore di tutte.

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A Scorrano, infatti, la Santa Domenica non è solo una festa di paese, ma una vera e propria competizione in cui diverse famiglie di artigiani dimostrano la loro arte. Per prepararsi a questo evento, che si svolge ogni prima domenica di luglio, ci vogliono mesi di lavoro certosino: bisogna creare, immaginare, disegnare e poi realizzare dal legno archi, spalliere, frontoni, cassarmoniche e gallerie. Tutto ciò richiede ore di incessante lavoro per suscitare l’effetto di meraviglia e stupore di tutti i paesani.

Decorare i paesi con grandi paramenti luminosi è una tradizione nota già dal XVI secolo, quando invece dell’energia elettrica si usavano carburo e olio. Nel suo Storie delle Luminarie di Scorrano, lo storico dell’arte Giovanni Giangreco spiega che la loro importanza per la cittadinanza era tale da coinvolgere artisti come  Zimbalo, che fu l’architetto del Duomo di Lecce, e addirittura Michelangelo Buonarroti.

Oggi i maestri salentini regalano emozioni e suggestioni esportando in tutto il mondo i loro allestimenti. Partecipano a molte manifestazioni religiose, ma anche a sfilate di moda concerti e altre celebrazioni laiche, riuscendo a creare ogni volta la meraviglia attraverso la bellezza e l’armonia di colori e forme. Sembrano voler esorcizzare la freddezza delle architetture moderne e in qualche modo, con le loro luminarie, illudere che la città moderna sia un’estensione di quella antica, riportando  lo spettatore in un’altra dimensione, quando l’Italia e il Salento erano nella fase della rinascita e tutto diveniva più bello.  ©Lucilla Cuman