L'Italia vista con gli occhi degli italiani

Articoli con tag “abruzzo

Integrazione possibile nel Fucino

Foto e testo: Mario Fracasso

La conca del Fucino, in Abruzzo, è una zona ad altissima densità di popolazione immigrata. I lavori stagionali legati alla realtà agricola richiamano Albanesi, Rumeni, ma soprattutto Magrebini.

«Senza il lavoro di sei milioni di immigrati non potremmo continuare a godere del benessere, chiuderebbero campi, ospedali, fabbriche e servizi aziendali per famiglie e città». Così, l’allora Cancelliere tedesco, Helmut Kohl, condannò l’attentato incendiario avvenuto contro la comunità turca della città di Mölln. Dopo venti anni l’idea della necessità dei lavoratori migranti è ormai accettata in tutta Europa e Nicola Cacace nel suo libro, L’informatico e la badante, spiega bene come l’Italia faccia parte dei paesi che più ne sono dipendenti. Il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo, il ricambio generazionale è sempre più lento e meno del 5% dei giovani sono disponibili a lavori di medio e basso profilo. Ciò ha trasformato l’Italia da paese di emigranti a paese in cui gli immigrati sostengono parte dell’economia. [continua dopo le foto]

Uno dei luoghi a più alta densità di stranieri è la conca del Fucino, in provincia dell’Aquila. Qui l’economia locale è basata sull’agricoltura e il lavoro stagionale nei campi attira molte persone dall’estero. A fianco alla patata, che per anni è stata la coltivazione principale, oggi si stanno sviluppando produzioni orticole come la bietola, la carota, il cavolo, il cavolfiore, il finocchio, l’indivia, il pomodoro e il radicchio. Si stanno sviluppando la floricoltura e l’industria di trasformazione alimentare. Ma i giovani italiani considerano l’operaio e l’agricoltore come mestieri da poveri e vi si dedicano sempre meno. Al contrario gli immigrati gradiscono questi posti di lavoro e dagli anni ottanta è iniziato un afflusso ininterrotto.
Nei paesi che circondano la conca le percentuali di residenti stranieri censiti arrivano al 15%, il doppio della media nazionale. Ad essi vanno aggiunti i migranti non residenti e quelli clandestini. Così, in certi momenti della giornata, nelle piazze, è difficile comprendere dove ci si trovi: il dialetto e le lingue si confondono e non si capisce quando i visi siano scuri per la carnagione o per l’effetto del sole che li ha modellati durante le giornate di lavoro nei campi.
«Io sono venuto dieci anni fa dal Marocco perché lì non c’era lavoro. Poi sono rimasto, perché qui quelli che hanno voglia di lavorare trovano da lavorare»
. Mohammed è un ragazzo di 30 anni, è autotrasportatore e vive a Celano con la figlia e la moglie.
Uno degli aspetti più positivi dell’integrazione nel Fucino è la presenza di comunità fatte di nuclei familiari e non solo di singoli individui. Rosa Cambise, titolare di un’azienda agricola di Trasacco, ha un’idea molto chiara a riguardo: «quando hanno una famiglia devono vivere in maniera più aperta e devono frequentare il tessuto sociale in cui risiedono. Non possono rimanere chiusi in un’abitazione improvvisata. E poi, diciamolo, la presenza di una donna al fianco di un uomo lo migliora tanto».
Nonostante la situazione sembri rosea rispetto ad altre realtà italiane colpite più intensamente da fenomeni come il caporalato e la delinquenza legata all’immigrazione clandestina, anche nel Fucino non mancano i problemi. A parte i fatti di cronaca, che dimostrano solo situazioni di estremo disagio, vi sono problemi strettamente quotidiani. Padre Daniel è il parroco ortodosso di Avezzano. Alcuni tratti delle mura esterne della chiesa lasciatagli in gestione dalla comunità cattolica locale sono tinteggiate di un bianco che stacca dal giallo del resto della struttura: «Cosa posso fare? Ogni volta che qualcuno imbratta i muri, io passo una mano di vernice». Racconta, inoltre, che spesso anche alcuni italiani gli rinfacciano di avere occupato uno spazio cattolico. «Sono diversi anni che vorremmo costruire una chiesa nostra, ma il Comune non ci vende il terreno. Mi preoccupa più questo che dover fare l’imbianchino a tempo perso».
A poche centinaia di metri dalla parrocchia c’è l’associazione Rindertimi, una Onlus che si occupa di integrazione e mediazione culturale. Il suo presidente, l’ex consigliere regionale Luigi Milano, spiega come la stanzialità degli stranieri che lavorano stagionalmente sia un fattore nuovo che sta accelerando l’integrazione, ma che sta creando anche alcuni disagi: «Da novembre a marzo qui è tutto fermo e molti rimangono senza lavoro per troppo tempo. Questo li porta a vivere di espedienti e spesso a cadere nella trappola dell’illegalità».
Ma l’ex consigliere lamenta soprattutto l’indifferenza delle istituzioni: «fino a quando ci sarà equilibrio tra domanda e offerta di lavoro non sia avranno problemi come quello, per esempio, di Rosarno, ma la situazione è in veloce cambiamento e noi dobbiamo curarci dei migranti, che sono una risorsa essenziale per il nostro territorio. C’è bisogno di un vero sentimento di prossimità con queste persone».
Un esempio di impegno civile è quello dell’Associazione Sportiva San Benedetto dei Marsi. Gianluca Rossi ne è il segretario e racconta di aver iniziato questa avventura per poter dare a bambini e adolescenti la possibilità di avere un luogo di incontro divertente e sicuro. «Nel settore giovanile abbiamo più di settanta ragazzi, di cui molti stranieri. La cosa che più ci dà soddisfazione è la costanza con cui partecipano». Nessuno straniero, però, è iscritto alla squadra maggiore. «La stagione passata ci avevamo provato con due magrebini – racconta Gianluca – ma la FIGC dopo sei mesi ancora non ci restituiva tutta la documentazione necessaria per tesserarli».
Quello che più lo preoccupa sono i problemi per far iscrivere i figli degli stranieri alle giovanili: «Ci chiedono carte che attestino che un bambino di sei-otto anni non abbia mai giocato in campionati di federazioni calcistiche di altri paesi e un attestato di frequentazione scolastica, documento non richiesto per gli italiani. Come se facesse la differenza, a quell’età e nell’ambito del dilettantismo, che un bambino che voglia divertirsi, allontanandosi dalla “strada”, sia iscritto in una squadra di un paese a migliaia di chilometri di distanza o frequenti una scuola locale o meno. A volte mi sembra proprio che il problema del Fucino siamo noi!».
Alle sue parole sembrano fare eco le pagine di cronaca locale che riportano le contestazioni per la centrale a biomasse che dovrebbe nascere dopo la recente approvazione del Governo. La maggior parte dei cittadini ha timore che la coltivazione delle pioppelle destinate a essere bruciate come biomassa possa ridurre notevolmente il terreno agricolo. Inoltre la centrale dovrebbe avere una potenza di 32MV, oltre il triplo di quelle riconosciute in Italia come a basso impatto ambientale. Tutto ciò rischia di avere un influsso notevole sul territorio, creando troppo poca occupazione rispetto a quella che verrebbe meno a causa dei danni alle coltivazioni. Le difficoltà economiche e sociali colpirebbero tutti i cittadini indistintamente dal paese d’origine. © Mario Fracasso


I due volti del Bosco

Testo: Dario Febbo e Fabio D’Agostino

Foto: Diego Funaro e Mario Fracasso

Faggi, aceri e querce; ginepri, denti di leone e narcisi; scoiattoli, caprioli, civette e cinghiali….e lupi, con occhi color cielo, che d’incanto si trasformano in donne angeliche. Gli abitanti dei boschi si muovono nascosti tra la realtà e la nostra immaginazione, portando paura, stupore, meraviglia e gioia.

Per salutare l’autunno, vi invitiamo a fare una passeggiata in compagnia di due guide speciali, addentrandoci nel Bosco di Sant’Antonio. Calpesteremo le foglie secche del suo autunno e ci inebrieremo dell’odore di muschio e funghi. Ma ammireremo anche il verde della sua primavera, il volo dei suoi insetti e i raggi del sole che penetrano tra le sue fronde. Lo osserveremo con uno sguardo duplice, scientifico e immaginifico, grazie alle parole del Direttore del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, Dario Febbo, e al racconto del nostro amico scrittore, Fabio D’Agostiono. ©DirezioneItalia

La Riserva naturale del Bosco di Sant’Antonio si trova in Abruzzo, lungo la strada che collega i paesi di Cansano e Pescocostanzo. Passeggiando al suo interno si incontrano alberi secolari che raggiungono un’altezza di oltre 30 m. La storia di questo bosco è strettamente legata a quella degli abitanti del luogo: è nato e si è sviluppato per assecondare l’esigenza umana di far pascolare in un luogo riparato bovini e cavalli. Gli alberi venivano piantati a diversi metri di distanza e una particolare capitozzatura, che ha spinto le piante a svilupparsi in larghezza assumendo strane forme, assicurava protezione alle mandrie e agli uomini che vi si addentravano. ©DirezioneItalia

(continua dopo le foto)

IL LUPO E I FUNGHI
Com’è tradizione di Domenica mi diletto a raccogliere funghi. L’odore del terreno umido e delle foglie secche mi ricrea e solleva dalla fatica dell’essermi svegliato presto. La lunga passeggiata aiuta a rilassarmi e a sentire il contatto con la natura e i suoi colori. Gli unici suoni che odo sono i crepitii delle foglie calpestate e il mio respiro. Godo nel non sentire altre presenze umane, che mi desterebbero da questo stato meditativo.
All’ombra di due alberi, che riconosco per le incisioni dei nomi: Stefy, Marti e Cri. I miei bei funghi sono lì ad aspettare, grandi e sodi. M’inginocchio e li guardo da vicino, sento la loro fragranza che inebria i miei sensi.
La fame si fa sentire, non vedo l’ora di tornare alla mia rosea casetta, per cucinare e gustare un bel piatto di tagliatelle ai porcini, parmigiana ai funghi chiodini e come dessert un bel tartufo bianco.
Assorto dai miei pensieri, scorgo una pelliccia grigia tra gli alberi, è un lupo! Sta venendo da me. Sono terrorizzato e rimango immobile. L’animale è tranquillo, cammina lentamente e non sembra feroce. Si ferma nelle mie vicinanze e incomincia ad annusare il terreno, con una zampa lo scava. Dopo pochi secondi, fa dei passi indietro, come per dirmi: “vieni a vedere!” Con cautela mi avvicino, guardo nella buca e non posso crederci! C’è un tartufo bianco! Emozionato, finisco di scavare e lo tiro fuori. Mentre contemplo la sua bellezza, mi giro per ringraziare il lupo, ma non c’è più.
Con la felicità di un bambino per il fortunato incontro, torno a casa. Cucino il menu modificandolo con lo strepitoso ingrediente appena trovato.
Improvvisamente sento bussare alla porta. Apro. Il lupo è lì, davanti a me. Sento il cuore in gola. Mi annusa ma non ringhia. Vuole il suo premio e allora decido di fargli assaggiare le tagliatelle al tartufo, prendo un altro piatto e sull’uscio assieme al lupo mangiamo beati. La pietanza è spettacolare, con quel forte odore caratteristico, che si sparge sulla mia pelle.
Condividiamo tutto il pranzo. Mi sento estasiato e anche il lupo ha apprezzato, lo vedo scodinzolare e con lo sguardo basso mi si avvicina, ma ora non ne ho più paura, ormai siamo fratelli, così lo accarezzo sulla schiena.
Un poderoso ululato rompe il silenzio, mi giro di scatto e il lupo corre verso quel suono. Da dietro una roccia si materializzano altri due lupi, si annusano tra di loro per un po’ e i due appena arrivati scompaiono nuovamente nella boscaglia, mentre il lupo grigio si gira verso di me, il suo muso tramuta nel viso angelico di una donna, con lunghi capelli color porpora. Rimango attonito. Prima di sparire con i suoi compagni, mi sorride e quello sguardo di occhi azzurri come il mare, rimarrà scolpito per sempre nella mia memoria. ©FabioD’Agostino

Estratto del “Piano di assetto naturalistico della Riserva Naturale Guidata del Bosco di Sant’Antonio“
Il Bosco di Sant’Antonio è collocato precisamente a occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Majella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969m.) e quelle del monte Rotella (2127m.), occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di faggio con preferenze igrofile. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto e un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno e un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum.
Una considerazione importante è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro che ospita il bosco, che è quindi circondato da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico, affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco stesso è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo Colle, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre, l’Acero di monte, anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli, il Ciliegio, l’Acero riccio, l’Acero opalo, il Cerro, che sovente, nella fascia appenninica, si affianca al Faggio, il Melo selvatico, il Carpino nero, il Tasso, e l’Agrifoglio.
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica, del Pruno selvatico, del Ribes rosso, dell’Uva spina, del Biancospino, del Berretto da prete, del Ginepro comune, del Sambuco, del Citiso spinoso e della Lianosa Vitalba.
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà . Sono stati rilevati: l’Elleboro puzzolente, il Piè di gallo, la Calta palustre, l’Anemone gialla, il Ranuncolo favagello, la Peonia selvatica, la Colombina cava, la Dentaria minore, la Cicerchia primaticcia, l’Euforbia mirsinite, l’Euforbia delle faggete, la Viola silvestre, il Ciclamino napoletano, la Genziana maggiore, il Dente di leone, il Giglio martagone, il Mughetto, l’Asfodelo montano, il Narciso selvatico.
Sono infine molto interessanti i dati relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la Lobaria pulmonaria v. meridionalis, legata a microhabitat a elevata umidità e in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.
Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di Sant’Antonio (500 ettari circa) e la sua prossimità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di Sant’Antonio, ma, piuttosto, di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di Sant’Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est e il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso Marsicano e il Lupo Appenninico, ma anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo come il Cervo e il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello e altri ancora. ©DarioFebbo


Poesie di Isabella Tomassi per L’Aquila

POSTEMERGENCY PUNK (I. Tomassi)

Emigrante in fuga da itaca distrutta
all’avventura ero partita
alla conquista della conoscenza
eterna praticante dell’arte del bagaglio
diventato fagotto, diventato ricordo
minuzioso
preso a casaccio, selezionato
dalla mente presente
in punta di piedi
tra il prima e il dopo
portato dalla magnifica
schiuma di una parola ritrovata,
pesca fruttuosa.

L’hanno presa i porci
la mia aquila e i suoi
castelli intorno,
i campi di fagioli, le terre montagnose;
i crolli hanno mostrato
le sue vergogne:
i tribali accoppiamenti con
il Signore, quello che salva
con miracoli inauditi
e quello che da sempre
educa ad accettare le
paure sconvolte di una
società che non ragiona
sul fare comune.
L’analisi ferma alla propaganda,
la complessità reducta ad
unam ovvero la grettezza
al potere! I soliti vecchi
a promettere un futuro
che non vedranno.
Contraffare la realtà come fosse la somma delle necessità
così, fare la propria casa
è la sfida di chi osa
il semplice coltivare
di chi finora ha imparato
ad accumulare, senza
dissipare le voci
cantanti dei cinesi,
la révolution dei francesi
di tutto un po’, mattoni
d’ogni genere sfidando il cantico egocentrico
delle sirene e la loro
voglia di trattenerci
irretiti nel sogno
fuori misura di una
pace persi
in altura.
Al rientro Penelope aveva
finito la sua tela
Argo perso la sua fede
tutti gli odissei dispersi,
allora, hanno cambiato
il logos del loro viaggio
che non è più un attracco

una locuzione ma una
ricostruzione.

L’angoscia dell’impossibile
ritorno, del silenzio profondo
e proprio in quel baccano
far rinascere il grano
col pane che gli gonfia il petto
i crochi a tingere le prime gelate
senza contrattazione con i sassi
a parte il ripararsi in tholos
messi in vendita da miopi
sciacalli di spazi,
le radici nelle unghie
le rosee aurore tra le braccia
non ascoltare più alcuna minaccia

ma con qualunque corteccia fare breccia nella feccia
e da lì in poi ritrovare le grotte strofinare la sorte
sul culo del generale la mano morta, di nuovo seri
senza varietà senza clown senza città.
In quest’isola termica il valore non è la rendita
in quest’isola elettromagnetica il valore non è la tecnica
in quest’isola geometrica il valore non è la mimica
in quest’isola panica il valore è la mantica
in quest’isola segnica dò valore alla logica
in quest’isola agricola dò valore alla ritmica
ma su quest’isola già presa dalla camorra ce la prenderemo con il primo che corra tra le braccia di quei porci per le c.a.s.e. senza pronunciare una frase, sin dalla prima fase, occultando a sé stessi che quelli non avrebbero comprato ciò che non fosse stato messo al mercato: i direttori d’accademia i paesani possidenti i cavatori conniventi i dirigenti ammaestrati da sindaci rimbambiti giù nella valle la tensione spezza i fili non regge più i contesti s’insinua sotto le vesti e le porteresti con te sotto gli ulivi nei tuoi ritiri
e chi dell’isola guardava i destini e ha creduto ugualmente ha lasciato fare ciecamente? Ritorno ad una domanda essenziale che aveva spinto col maestrale come me e te sul banale come te e me insieme sul mare.

CON AMORE PER L’AQUILA (I. Tomassi)

non avere paura dell’alto del micro del normale

dell’ombra del gioco di tutto soprattutto! non
avere paura della povertà la fame il freddo la libertà
di come comportarti con ludo quando lo vedrai
tra cinque dieci minuti, un’ora e di dormire
sul divano perché la tua bocca non avrà più accesso
ai suoi baci. Non avere paura di tornare dove
non vuoi più vivere, soprattutto non avere paura di denunciare pubblicamente
che l’esperimento umano
iniziato con la punizione
finisce con la paura assoluta. Soprattutto
non avere paura che duri la paura,
la paura sboccia piano, spacca le zolle con pazienza
nel giorno che si festeggiano gli umani che non hanno paura.
non avere paura soprattutto! non avere paura
non avere paura non avere paura non avere
paura soprattutto,
soprattutto non avere paura, del sole alla finestra
sull’orto, del vento, del silenzio della solitudine non
avere paura delle tesi da terminare, di non
riuscire a farla prima di morire di paura
non devi avere paura di soffrire soprattutto
non devi avere paura del pane, del pane, delle capre, della penna
e le sue parole, non avere paura di sorelle cugine nonne
mamme, soprattutto non avere paura dei pensieri
freddi, del letto vuoto della televisione ogni giorno,
non avere paura non avere paura delle siepi
dei pioppi, del dente di leone che cresce, del picchio verde non avere paura soprattutto
delle macerie, delle pietre alle quali vorresti rendere la loro vita, della città buia e vuota
della burocrazia, delle bugie ben dette, del cemento della costa e dei forzati del divertimento
no, non avere paura, soprattutto non avere paura che tutti intorno lasceranno che l’ingiustizia si compia senza il coraggio di fermare i buldozzer che spazzeranno via la tua assenza di paura, le bifore i cortili i ciottoli le fontane, il gelato in piazza, la storia del tuo primo bacio e la piazza del vino rosso con gli amici, soprattutto non avere paura dei qualunquisti e dei buonisti che sembrano non avere il corpo martoriato, è il corpo il solo che non ha paura che la trasforma nei cori
nei cortei i girotondi con le mani-corpo che si salutano, questo corpo sopravvissuto
parla
ma soprattutto esiste non si elimina con caschi e i manganelli, non si elimina con il g8, non si elimina con l’indifferenza, né con il sarcasmo, la superficialità né con il fascismo delle menti

collegare congiungere connettere considerare comprendere condividere continuare
con – tutti
con – amore


Sant’Antonio e le Farchie: il fuoco che salvò una città

In Abruzzo, nella provincia di Chieti, si rievoca un miracolo che attraverso un incendio salvò una piccola città.

Sant’ Antonio ha come attributo ricorrente il fuoco, tanto che in molte città e paesi, il 17 gennaio, giorno a Lui dedicato, si accendono grandi falò, alla fine dei rituali più diversi. A Fara Filiorum Petri, nei pressi di Chieti, ogni anno si festeggia il Santo, celebrando un miracolo col quale Egli salvò la cittadina dal tentativo di un’invasione alla fine del 1700. Il salvataggio avvenne grazie alla trasformazione degli alberi attorno a Fara, in fiamme alte e fitte, che impedirono il passaggio agli invasori. Per ricordare il prodigio le contrade del paese, stringono fasci di canne alti fino a 8 metri e larghi oltre un metro, detti farchie. Li annodano con rami di salice rosso, e al calar della sera li bruciano, ricreando l’atmosfera che salvò Fara. Osservando i volti di chi prepara la festa e vi prende parte attiva, si notano orgoglio, devozione, fatica e gioia, emozioni che si mescolano per dare vita a una celebrazione dell’identità e della cultura del posto.

Foto: Francesco D’Alonzo

 


San Domenico a Cocullo: chi l’ha visto?

L’arrivo della primavera è accompagnato da riti apotropaici di passaggio fin dalla preistoria, culti ancestrali  ripetuti nel corso di millenni. Le religioni di stato hanno di volta in volta inglobato e parzialmente alterato le divinità venerate dalle popolazioni, così come le cerimonie e le tradizioni. Ma ancora oggi è possibile partecipare a funzioni sacre che affondano le loro radici in tempi molto remoti. l’Italia è uno dei paesi più ricchi in tal senso e alcune di esse sono così famose da attirare folle di turisti provenienti da tutta Europa. È il caso della festa di San Domenico Abate a Cocullo, in Abruzzo. La giornata, dedicata al Santo nato a Sora, in Ciociaria, si è svolta, fino al 2011, nel primo giovedì di maggio. A partire da quest’anno è stata spostata al primo del mese a causa delle riforme del nuovo governo che impongono la riduzione dei giorni non lavorativi. La particolarità di questa festa è la partecipazione copiosa di serpenti non velenosi. La leggenda racconta che il priore di Montecassino inviò in regalo all’abate Domenico alcuni pesci, ma i frati che portavano il dono ne nascosero quattro poco fuori le mura per mangiarli sulla strada del ritorno. Domenico li ammonì avvertendoli che i pesci nascosti si erano trasformati in serpi. Giunti al nascondiglio trovarono effettivamente dei serpenti che tornarono pesci dopo essere stati toccati dall’Abate.

L’associazione con i rettili è un’assimilazione di culti preesistenti come quello del sacerdote Umbrone – di cui si ha notizia tramite l’Eneide – e della dea Angizia: entrambi erano signori dei serpenti e originari dell’odierno Abruzzo. Se un tempo erano i sacerdoti e gli dei a domare e incantare i serpenti, oggi sono i serpari autorizzati alla loro cattura dalla guardia forestale. La caccia al rettile inizia alcuni settimane prima della processione, quando il clima si fa più mite e l’inverno lascia posto alla primavera. I serpari battono i terreni dei monti attorno al piccolo borgo per prendere bisce, cervoni, colubri, lattari, saettoni e biacchi. I rettili sono poi custoditi dai serpari fino al giorno della processione. La mattina della festa del Santo i moderni Umbroni camminano tra le vie del paese con i serpenti attorno alle braccia e al collo. Gli animali storditi e spaventati sono costretti a subire anche il passaggio tra le mani di curiosi, che vogliono farsi immortalare in una foto col serpente, il suono della banda e dei mortaretti che segnano l’inizio e la fine delle celebrazioni. Oggi, fortunatamente, il termine della festa significa per loro il ritorno alla libertà: in un recente passato erano, invece, sacrificati sulla piazza della chiesa. Il culmine della cerimonia è la processione della statua del Santo che, all’uscita dalla chiesa, nel mezzo della folla assiepata, viene ricoperta di bisce e altri serpenti. Antropologicamente la festa può essere interpretata come un ristabilimento dell’ordine e una sconfitta del Male, un passaggio dall’oscurità dell’inverno alla rinascita della fertilità primaverile. San Domenico è anche protettore dai morsi velenosi degli animali selvatici e l’atto del porre i serpenti sulla statua del Santo indica proprio il conflitto che si risolve con la vittoria dell’ordine sul caos. Infatti, al rientro nella chiesa dove alloggia il simulacro del Santo, la statua è spogliata dei serpenti.

L’aspetto folkloristico della festa è notevole, ma in certi momenti si fatica a trovare vera partecipazione religiosa. I più sono a Cocullo per vedere e toccare qualche serpente. Lo scarso interesse per l’aspetto sacro è evidente. Ne è una dimostrazione il fatto che l’insieme dei riti è conosciuto principalmente come “Festa dei Serpari” e non come “Festa di San Domenico Abate”. Il Santo protegge anche dal mal di denti, ma sono pochi quelli che conoscono il significato del gesto rituale protettivo di suonare la campanella della chiesa tirando la catenella con la bocca. Durante le due Messe del mattino molti turisti compiono meccanicamente il gesto imitando il resto della folla. C’è chi chiede: «Perché si deve tirare la catenella con la bocca?»  e, ricevendo spiegazioni sulla protezione dai dolori ai denti, continua «allora resto in fila e suono pure io, tanto un po’ di mal di denti ce l’ho». Il passaggio della giornata dedicata all’Abate ciociaro dal primo giovedì di maggio al primo giorno del mese, ha reso la folla ancora più ingombrante. Coullo conta 215 abitanti ma, quest’anno, la somma record di 20.000 persone ha raggiungimento il piccolo centro abruzzese. In questa calca i pellegrini ciociari, giunti per rendere omaggio con devozione al loro santo e a chiedere “una grazia”, sebbene abbondanti, diventano invisibili. Tuttavia  nel pomeriggio, quando la fiumana è più che dimezzata, i veri devoti al Santo possono omaggiare la statua nel rito più raccolto del bacio del molare del santo. © Diego Funaro


L’Aquila, una rinascita ecosostenibile

(Articolo National Geographic)

A Pescomaggiore, paese distrutto dal terremoto a 15 km dall’Aquila, è nato un progetto autonomo per creare piccole abitazioni antisismiche basandosi sui concetti della bioarchitettura.

Tussillo, Villa Sant’Angelo (AQ) – Il diradarsi della nebbia svela la situazione del paese.

Il 6 Aprile del 2009 una scossa sismica d’intensità 5,9MI sulla scala Richter ha colpito la provincia dell’Aquila. Questo movimento tellurico ha avuto come epicentro proprio il capoluogo abruzzese ma ha provocato danni anche a molti chilometri di distanza. Dopo due anni si può sperimentare, nel presente, come potesse avvenire lo spopolamento e l’abbandono delle città nel passato. Le macerie invadono le strade di paesi disabitati, i puntellamenti diventano parte del paesaggio urbano. La vegetazione cresce e ricopre.

Castelnuovo, San Pio delle Camere (AQ) – Poltrone dimenticate tra i ruderi.

La scossa sismica ha provocato danni diversi in base al tipo di terreno in cui si è propagata. Paesi più distanti dall’epicentro, a volte, hanno subito danni maggiori. È il caso di Castelnuovo, piccola frazione di San Pio delle Camere (AQ) sita a più di 20 km di distanza dal capoluogo. Qui il sottosuolo di sabbia e ghiaie ha amplificato l’intensità della scossa. La porzione del paese che non è collassata è inagibile e i residenti sono stati tutti trasferiti in un nuovo complesso abitativo.

Camarda, L’Aquila – Un anziano riposa al sole. Sullo sfondo i complessi edilizi costruiti per far fronte all’emergenza terremoto.

Per molti, però, è difficile rassegnarsi ad abbandonare il paese dove si è vissuti o la casa dove si è nati. Soprattutto gli anziani che hanno figli e parenti costretti a vivere lontani dalle contingenze del terremoto fanno fatica ad adattarsi. Spesso li si incontra seduti soli agli angoli dei paesi disabitati, semplicemente riposando e aspettando il tempo che scorra.

Camarda, L’Aquila – Felice Scipioni, al centro della piazze del paese.

Felice è uno di questi ma la sua scelta è stata quella di non abbandonare la casa dove abitava. La sua famiglia vive nel nuovo complesso di Camarda ma lui è rimasto nel centro storico solo con i suoi cani. ‹‹Mi piace il fuoco! Se me ne vado a vivere li, mica mi fanno accendere il fuoco! Meglio una casa inagibile che una casa senza camino!››.

L’Aquila – Una donna passeggia davanti la facciata della Basilica di San Bernardino.

Se gli anziani non concepiscono la vita oltre le loro abitudini precedenti il terremoto, c’è un pericolo molto più grave che corrono i più giovani. Dimenticare come fossero i loro luoghi prima di quel 6 aprile 2009. Il rischio è quello che macerie, edifici inagibili, puntellamenti, transenne e ponteggi entrino a far parte della quotidianità e diventino la normalità della loro vita.

Pescomaggiore, L’Aquila – La cava di sabbia situata tra le frazioni aquilane di Paganica e Pescomaggiore.

In un contesto così difficile un gruppo di privati cittadini sta provando a far rinascere il loro centro abitato secondo i principi della bioarchitettura. Il progetto è nato dal comitato per la rinascita di Pescomaggiore che già prima del sisma cercava di evitare lo spopolamento del paese attraverso la rivalutazione del territorio. Una delle proteste che portava avanti con più intensità era contro l’attività di una cava di sabbia posta a pochi chilometri dall’abitato.

Pescomaggiore, L’Aquila – L’alba tinge di rosa il paesaggio attorno all’Eco Villaggio

Il nuovo impegno di Dario D’Alessandro e degli altri membri del comitato è quello di costruire un piccolo villaggio antisismico ed eco-sostenibile appena fuori dall’abitato di Pescomaggiore. Questa frazione dell’Aquila che, con i suoi 998 metri di altezza, si affaccia sul pianoro su cui si sviluppa il capoluogo abruzzese, è posta a poca distanza dall’inizio il Parco Nazionale d’Abruzzo e Monti della Laga.

Pescomaggiore, L’Aquila – E.V.A., acronimo di Eco Villaggio Autocostruito.

Per questo, l’idea è quella di fornire alloggi ad aquilani che pur nell’urgenza di un tetto sotto il quale vivere, siano sensibili alle questioni ambientali. Le case devono essere costruite dagli abitanti stessi del villaggio e devono essere eco-compatibili: quando il vecchio abitato sarà di nuovo agibile, si potrà valutare se smantellare le nuove strutture o se sarà necessario conservarle per altre esigenze del paese.

Pescomaggiore, L’Aquila –Il cantiere di una delle case dell’Eco Villaggio.

Le case di E.V.A. (Eco Villaggio Autocostruito) sono mono o bilocali, con intelaiatura in legno e muri in balle di paglia pressata intonacati con calce. Nonostante esista un modello edilizio basato anche solo sulla paglia gli architetti a Pescomaggiore hanno preferito aggiungere l’intelaiatura in legno per rientrare nelle norme costruttive in vigore in Italia. ‹‹Avrei preferito le sole balle›› racconta Isabella, una delle prime residenti, ‹‹avrebbero garantito una sufficiente stabilità e sicurezza antisismica ma in Italia le norme edilizie sono diverse da altri paesi europei e ci siamo adattati››.

Pescomaggiore, L’Aquila – Visi da cantiere. Stefano e Piero: volontari e residenti al lavoro.

Le abitazioni finite per adesso sono quattro. Altre tre sono in costruzione. La direzione dei lavori è affidata agli architetti del B.A.G (Beyond Architecture Group), team specializzato nella costruzione di edifici con materiali naturali o riciclati. Nel cantiere, però, lavorano solo gli abitanti del villaggio e i volontari più o meno esperti che arrivano da tutta Europa.

Pescomaggiore, L’Aquila – Stefano presta la sua manodopera sul cantiere di E.V.A.

Stefano è uno di questi ultimi. Cuoco di professione, viene da Como ed è arrivato a Pescomaggiore per mettersi a disposizione come manovale. ‹‹Ho un vecchio casolare sul Lago di Como e mi piacerebbe crearvi attorno una struttura turistica eco-sostenibile che preveda cucina per celiaci. Ho cercato a lungo un esperienza di come questa: sono utile per una giusta causa e imparo molto››.

Pescomaggiore, L’Aquila – Creazione di uno stampo per la costruzione artigianale di un lavandino.

Nell’Eco Villaggio, infatti, c’è un vero scambio di saperi artigianali, architettonici ed edilizi. Un volontario, per esempio, ha costruito un primo lavandino con la tecnica della pietra ricostruita, spiegando il metodo per farne altri. Stefano ora sa già come potrà fare i sanitari per i bungalow eco-compatibili che ha in mente.

Pescomaggiore, L’Aquila – Riunione all’interno di una delle case di paglia.

Ma E.V.A. non è solo cantiere. Gli abitanti dell’Eco Villaggio costituiscono una piccola comunità che vive insieme e condivide un progetto comune. Si confrontano sempre su come procedere nei lavori, su quali iniziative debba prendere il comitato, sulla necessità di collaborazioni, fondi e aiuti esterni. Spesso si confrontano anche sulla quotidianità e la routine comune e le riunioni diventano, così, piccole assemblee di villaggio.

Pescomaggiore, L’Aquila – Pane e olio, vino e lettura. Filippo aspetta l’ora di cena.

Chi abita E.V.A. ha anche un lavoro proprio. Filippo, per esempio, è giornalista per una rivista locale, Dario avvocato, Piero agricoltore. Tutti continuano le loro attività precedenti ma ogni sera si ritrovano per mangiare in compagnia. Il televisore non è sentito come un bene necessario e aspettando la cena si preferisce fare un aperitivo, chiacchierare o leggere.

Pescomaggiore, L’Aquila – Mascia e Jacopo, la tenerezza di una madre

Quasi tutti i giorni anche Mascia frequenta l’Eco Villaggio. Le è stato assegnato un alloggio dalla Protezione Civile, un piccolo appartamento per lei e i suoi due figli in uno dei due M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori) di Pescomaggiore.  Ma preferisce trascorre il tempo alle case di paglia e partecipare attivamente alla vita della comunità. I suoi figli, Jacopo (nella foto) ed Edoardo, hanno molto spazio per giocare, mentre lei lavora nel cantiere. ‹‹Credo in questo progetto e sono sicura che E.V.A. sia un ottimo modello e un sano stile di vita per i miei figli››.

Pescomaggiore, L’Aquila – Mascia accende la stufa a legna in una delle case dell’Eco Villaggio.

Non tutto è ancora completo nel nuovo villaggio. Il fotovoltaico, per esempio, è in fase di realizzazione. Intanto, però, ci si organizza al meglio per il risparmio energetico. Per il riscaldamento si utilizzano stufe a legna che consentono, anche d’inverno, di riscaldare l’ambiente con solo due ore di accensione.

Pescomaggiore, L’Aquila – Il lampadario della cucina in una delle case dell’Eco Villaggio.

Per l’illuminazione, invece, si usano solo lampadine a basso consumo e si costruiscono lampadari artigianali con vecchie pentole e un po’ di fantasia. Il futuro di E.V.A. comprende anche l’agricoltura. La produzione di miele e la raccolta dello zafferano sono già una realtà e contribuiscono, insieme alle donazioni volontarie, all’autofinanziamento. In progetto ci sono un orto biologico per la sussistenza del villaggio e la coltivazione di particolari piante autoctone in estinzione come la Patata Turchesa, il Grano Solina e il farro Triticum Dicoccum.

Pescomaggiore, L’Aquila – Arcobaleno e macerie davanti alla chiesa di san Martino.

E.V.A., l’Eco Villaggio Autocostruito di Pescomaggiore è come un arcobaleno tra nuvole grigie e macerie: l’esempio di una rinascita intelligente e sensibile tra i ruderi di paesi che stanno scomparendo dalle mappe, fabbriche ed attività commerciali in difficoltà, Università che perdono anche i pochi studenti rimasti.

© (immagini e testo) Mario Fracasso