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Lo Stadio dei Marmi e la filosofia dello sport

Alcune delle statue di marmo dello stadio Pietro Mennea
Alcune delle statue di marmo dello stadio Pietro Mennea

L’attesa è un incantesimo. Diceva il filosofo della parola. Era un francese.

Ma l’attesa, si dirà, è una parola assente nel freddo del marmo, come nel caldo del marmo.

Parola in potenza, non detta, che presuppone un “via!” al gesto, al movimento. Ma questo marmo è immobile quanto muto, aspetta qualcosa o qualcuno? che fa? È appunto in attesa. Il marmo stesso è una parola immobile o un silenzio in movimento. Sì, perché questi uomini di marmo (o son dei?) stanno per muoversi, sono nell’istante prima, tra il bianco e il nero, lo stato e la dinamica. In attesa. In un incantesimo.

Dettaglio del lanciatore del disco allo stadio dei Marmi

Ognuno di loro, con la palla, con l’arco, con il disco, nell’infilarsi i guanti, nel mirare l’obiettivo con gli occhi fissi, ognuno si trova nell’istante prima.

Nella premonizione del gesto. In un pre-momento, in ciò che precede.

Vi è la pre-visione del gesto atletico, della traiettoria, del millimetrico lancio, dello spostamento sottile del peso per perseguire il migliore dei risultati.

La pre-stazione sportiva è tutta nell’istante che precede l’esplosione muscolare. La perfetta levigatura del marmo la disegna pulsante.

Gigantesche statue di marmo circondano gli spalti dello stadio Pietro Mennea

La pre-parazione atletica è il lungo corso del corpo, che si genera e si migliora e si gonfia e si elasticizza per ottenere il premio. Ancora un pre.

La pre-stanza fisica incombe sugli avversari, si mostra ai bordi dello stadio, è la cornice dello sforzo e dello sfarzo che lo sport annuncia e propone e prepone alla gioia del vincitore.

Il traguardo, curiosamente, è un tra, né un pre né un post. Come dire che si trova nel mezzo di un percorso (non pre-corso) di cui nulla sappiamo prima (il prima è un pre) e nulla ricorderemo dopo, alla ricerca di un nuovo traguardo. Così è la gara, così è lo sport: essere sempre in mezzo alla competizione, alla lotta, al gioco, alla guerra, all’agonismo.

Lo stadio dei Marmi è circondato da alte statue bianche

Mai alla fine, mai all’inizio. Semmai al “via!”, quello per cui sono in attesa le statue di marmo attorno allo stadio.

E qui, senza che nessun intralcio alla vista ci possa rendere inutilmente ciechi, vediamo

nella fermezza della pietra la tensione del gesto, il gesto stesso, nella sua potenza e nella sua potenzialità (inespressa), sentiamo e comprendiamo il pensiero di quel gesto, l’intenzione. Ecco la filosofia della pietra: l’intenzione. Il pensiero del marmo: l’attesa. Il sentimento della durezza: la forza immobile.

Percepiamo vita in questa immobilità, perché immobile non è, almeno ai nostri occhi. È questa la via del marmo. ©Guido Bosticco

 

 


Cassata: un dolce siciliano in continua trasformazione

pasticceria siciliana

pasticceria siciliana

È un simbolo della Sicilia nel mondo ed è uno dei dolci più buoni della pasticceria italiana: parliamo della cassata. Questo dessert variopinto rappresenta pienamente la continua contaminazione culturale ed evoluzione dell’Isola. Come per molte altre pietanze siciliane, ad esempio le arancine, infatti, deve la sua nascita al periodo della dominazione araba, attorno all’XI secolo, cambiando continuamente fin quasi ai giorni nostri.

Fu Palermo a veder nascere questa torta. La leggenda narra che un contadino arabo ebbe l’idea di mescolare della ricotta di pecora con zucchero di canna in una ciotola e che, quando gli chiesero cosa stesse facendo, rispose semplicemente indicando l’utensile; pare che nell’arabo del periodo la ciotola si chiamasse “qasa’at” e perciò quell’impasto di formaggio e zucchero fu chiamato cassata. Ovviamente era ben lontano dalla decoratissima torta che conosciamo oggi. Le evoluzioni sono state numerose: con la prima si racchiuse quella crema nella pasta frolla e la si infornò. La tradizione vuole che questa iniziale variante avvenisse alla Kalsa, alla corte dell’emiro. Circa un secolo più tardi, durante il periodo normanno, sempre a Palermo, questa volta nel convento della Martorana, la ricetta fu modificata per la seconda volta, sostituendo l’involucro di pasta frolla con la pasta reale, a base di farina di mandorle, da poco inventata dalle suore dello stesso convento. La cassata diventava di volta in volta più aromatica, e la preparazione al forno fu sostituita da quella a freddo, passaggio reso possibile grazie all’utilizzo della pasta di mandorle (o reale). Con la dominazione spagnola arrivò, attraverso il Sud America, anche il cioccolato che divenne un altro ingrediente della cassata, aggiunto a gocce nella ricotta. Col passare del tempo, i contatti con le culture vicine e l’evoluzione dei gusti, la torta più famosa della Trinacria continuava a cambiare. Durante il periodo barocco, anche la forma della cassata si trasformava: si aggiunsero decorazioni di frutta candita che hanno dato a questo dessert un aspetto notevolmente elaborato e barocco. Nel XVIII secolo, fu il pan di Spagna, arrivato da Genova, ad aggiungersi alla preparazione. Per arrivare a quella che, almeno per il momento, è la ricetta definitiva della cassata siciliana, si arriva alla fine del 1800, quando il pasticcere palermitano Salvatore Gulì, adornò ulteriormente questa torta con delle strisce di zuccata e la rese celebre in tutto il mondo.

Come si può notare, la regina della pasticceria siciliana, è il risultato di incontri, mescolanze ed evoluzioni. La cassata ci mostra come quelle che crediamo essere nostre tradizioni, possano avere radici lontane o incerte e possano essere più mutevoli di quanto pensiamo. Il nome stesso della cassata non trova certezze neanche sfogliando un dizionario etimologico. Potrebbe derivare dal latino “caseum” per la ricotta che la farcisce, oppure dall’arabo “qas’at”, o ancora dall’inglese “glass” per la glassa di zucchero che la ricopre e che può ricordare un vetro opaco, smerigliato. ©Diego Funaro


Le origini della Pizza: storia di incontri di culture

Pizza patrimonio UNESCO

Per un napoletano la pizza è qualcosa di sacro. Alcuni anni fa lo spot di una nota catena di fast food, che mostrava un bambino che non voleva mangiare pizza perché avrebbe preferito un hamburger, aveva infastidito i napoletani che reagirono ironicamente con un “contro-spot” pro-pizza. Alcuni giorni fa i social hanno invece preso di mira la pizza che Carlo Cracco ha proposto in un suo ristorante, ritenendola poco appetibile e forse in linea più con la cucina spettacolo degli chef superstar, che con la tradizione. Anche in questo caso l’ironia è stata la risposta preponderante.

Come mai la pizza è così importante e radicata nella cultura italiana e napoletana in particolare? Probabilmente perché è dal XVI secolo che in Campania si mangia la pizza così come la conosciamo oggi.

cof

La sua origine, seppur con ricette e forme leggermente diverse, si perde nel tempo. Per questo, trovarne un’origine ben definita potrebbe risultare una chimera. Ma un viaggio nel Mediterraneo e indietro nella Storia, alla ricerca dell’origine etimologica della parola “pizza”, può aiutarci a capire qualcosa in più.

La prima traccia scritta di questo vocabolo risale a un testo del 997 e ci porta a Gaeta, tra Lazio e Campania, poi a un contratto di locazione del 1201 a Sulmona, in Abruzzo e successivi testi del centro e sud Italia. Il vocabolo più vicino per tempo e spazio è “pinsa”, termine napoletano derivato dal verbo latino “pinsere”, il cui significato è “pestare, battere, pigiare”: qualcosa che ricorda i gesti dei pizzaioli, intenti a impastare una buona pizza.

Arrivando con la mente ai Balcani, alla Turchia, alla Grecia e a Israele, notiamo la somiglianza della pizza, sia nel nome, sia nella forma con i panini schiacciati e tondi chiamati in quei paesi pide e pita (πίτα in greco e פיתה in ebraico). Questo tipo di pane, inoltre, può direttamente riportare alla mente le piadine. Anche qui la similitudine nel suono della parola, oltre che nel cibo in sé è evidente, soprattutto se consideriamo la pide turca.

Restando in Grecia, ma considerando il Greco antico, ci accorgiamo che, etimologicamente, la pizza potrebbe derivare dal verbo πήσσω (pèsso), che significa: rendo sodo, compatto. Proprio ciò che accade, nella preparazione di una pizza, quando si crea un impasto.

Se ci atteniamo a ciò che riporta il dizionario etimologico Cortellazzo Zolli, questo percorso ha una direzione diversa da quella fin qui ipotizzata. Si fa riferimento ai Longobardi e al germanico d’Italia “bizzo” o “pizzo”, oltre che al gotico “bita” e al tedesco moderno “bissen”, nel significato di “morso, boccone, pezzo di pane”. Allontanandoci ulteriormente, notiamo che anche i vocaboli inglesibit” e “bite” hanno la stessa radice germanica e lo stesso significato.

Non è soltanto la ricerca etimologica della parola pizza a portarci nella storia antica. Se cerchiamo l’origine di questo alimento, possiamo arrivare fino all’antica Roma. Molto prima della pizza come la conosciamo oggi, infatti, gli antichi romani erano soliti usare del pane tondo e schiacciato come se fosse un piatto per poggiare altri cibi. Ne abbiamo una testimonianza letteraria tramite Virgilio che nell’Eneide scrive:

Altro per avventura allor non v’era
di che cibarsi. Onde, finiti i cibi,
volser per fame a quei lor deschi i denti,
e motteggiando allora: «O – disse Iulo –
fino a le mense ancor ne divoriamo?».

Questa ricerca delle origini della pizza ci mostra come anche uno degli alimenti simbolo d’Italia abbia radici molto profonde nella Storia e non solo nelle tradizioni del Bel Paese. La sua fama mondiale è dovuta a un incontro avvenuto tra basso Lazio e Campania di ingredienti, lingue e culture diverse e lontane. Lontane come l’America…da cui proviene uno dei suoi ingredienti principali: il pomodoro.

A rendere la pizza un simbolo italiano di fama mondiale fu il pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito che, nel 1889, preparò una pizza con i colori della bandiera d’Italia usando pomodoro, mozzarella e basilico, in onore della Regina Margherita di Savoia. Un tipo di pizza simile, in verità, era già preparata a Napoli da circa un secolo, ma lievi modifiche e l’apprezzamento da parte della regina ne fecero un cibo non più soltanto popolare, ma amato anche dai nobili. In precedenza, infatti, la pizza era una pietanza venduta soprattutto in strada, uno “street-food” ante litteram, preparato e consumato principalmente dalle classi meno abbienti.

Oggi la pizza è diffusa in tutto il mondo, con ricette lontane dalla tradizione dei luoghi che l’hanno resa celebre. È facile, soprattutto all’estero, trovarne dai condimenti anche troppo particolari come prosciutto cotto e ananas. Per i puristi napoletani, invece, la vera pizza ha solamente due varianti (i meno integralisti arrivano al massimo a una decina): la marinara e la margherita. In ogni caso nella città della dea Partenope nessuno la considera un cibo che può essere rimodellato a piacimento, continuando a chiamarlo con lo stesso nome e sminuendo la complessità di azioni, emozioni e sensazioni che racchiude.

A loro l’UNESCO ha dato ragione: da dicembre 2017 ha inserito l’arte dei pizzaioli napoletani nell’elenco del patrimonio immateriale dell’umanità. Per l’UNESCO la vera pizza napoletana non è solo un cibo: include competenze particolari, gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto, esibirsi e condividere. Pizzaioli e ospiti compiono un rito sociale nel quale forno e bancone hanno la funzione di un palcoscenico.

Ecco perché la pizza è sacra in Italia e lo è maggiormente per un napoletano, perché rappresenta una parte della nostra storia e della nostra identità. In tutto il Bel Paese, soprattutto per i partenopei, questo alimento è ciò di cui ci si nutre e di cui si sono nutriti gli antenati che nel farlo hanno dato vita a una ritualità che resiste nel tempo.
© Diego Funaro


Sulla strada appena fuori Roma

A volte è bello fare i turisti nella propria regione. È quello che è capitato a me quando un amico mi ha chiesto di accompagnarlo per un breve viaggio nelle vicinanze di Roma perché gli mostrassi posti che non conosce. Il nostro piccolo tour sarebbe stato in macchina, così ho pensato a luoghi che, oltre ad avere la possibilità di fare sport, avere arte, cultura e ricchezze enogastronomiche, fossero anche lungo strade belle paesaggisticamente.

Il nostro itinerario ha visto come punto di partenza l’aeroporto di Fiumicino, dove siamo atterrati arrivando a Roma. Qui abbiamo noleggiato l’automobile che ci ha poi portato tra borghi di montagna, un 4×4 fornito da Tinoleggio che ha reso ancora più agevole e divertente il percorso. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

In poco più di un’ora, percorrendo un tratto di autostrada in direzione L’Aquila, per poi uscire sulla statale Tiburtina e svoltare sulla via Sublacense, eccoci arrivare alla prima tappa: Cervara di Roma, il centro abitato più alto dell’Area Metropolitana della Capitale, a 1.053 metri; secondo per altezza in tutto il Lazio. Ho scelto questo posto perché totalmente diverso da Roma, un borgo silenzioso, da cui ammirare la Valle dell’Aniene e prendere un caffè nel bar della piazzetta che è una terrazza sui monti, prima di passeggiare tra vicoli ricchi di sorprese: infatti Cervara di Roma è anche noto come borgo degli artisti, per i suoi numerosi murales e per le poesie dipinte sui muri del paese e sculture che spuntano improvvisamente dalle rocce della montagna a cui sono aggrappate le case. Qui per molti anni ha vissuto Ennio Morricone che ha anche composto delle musiche per questa cittadina. Cervara è anche nota per essere stata nominata “Borgo Ideale” per la qualità della vita, l’aria pulita, l’assenza di traffico nel centro e il rapporto tra edilizia e la natura circostante. Negli ultimi anni, il borgo è stato scelto come ambientazione per un film con Checco Zalone.

Dopo la nostra passeggiata abbiamo ripreso la macchina per continuare a salire sulla montagna, attraversando l’area faunistica del cervo percorrendo una ventina di chilometri e giungere a Monte Livata. Qui si possono trovare le aree più vicine a Roma per gli sport invernali oltre che paesaggi incantevoli e animali che pascolano liberamente. È facile imbattersi in cavalli che si aggirano tra le faggete e i boschi o in buoi e mucche che pascolano sulle praterie. Roma è a pochi chilometri, ma sembra davvero molto più lontana. Quest’area si trova nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini che si chiamano così per le abbondanti piogge che li bagnano. Il nome “Simbruini”, infatti, deriva dal latino “sub imbribus” e cioè “sotto le piogge”. Le precipitazioni contribuiscono a rendere rigogliosa la vegetazione e mutevole il paesaggio anche nell’arco della stessa giornata. Una nuvola passeggera che sfiora i rami degli alberi può rendere ancora più bianca la montagna innevata, dando l’impressione di camminare veramente su una nube. La magia del posto non ha colpito soltanto noi, Monte Livata, così come Cervara di Roma, è stata usata anche recentemente come location cinematografica; proprio tra i suoi alberi e tornanti è stato girato nel 2017 un film con Antonio Banderas, in cui i Simbruini rappresentano isolate montagne degli Stati Uniti.

Mentre il sole della prima giornata del nostro breve viaggio sta tramontando, ci spostiamo verso la nostra terza tappa: Subiaco che dista solamente mezz’ora dalle piste da sci, quindici chilometri di comodi tornanti con una vista sorprendente sulla Valle dell’Aniene.

Il secondo giorno è totalmente dedicato a Subiaco, uno dei borghi più belli d’Italia. La scelta di questo luogo nel nostro itinerario è stata dettata dalle infinite possibilità che offre: dallo sport, alla storia e all’arte, senza tralasciare la spiritualità e il paesaggio naturalistico. Subiaco è attraversata dal fiume Aniene e proprio nei pressi di uno dei suoi quartieri più antichi è possibile fare rafting e andare in canoa, chi invece preferisce l’arrampicata non resterà deluso dalle pareti appena fuori dal centro abitato. Noi comunque abbiamo preferito dedicarci alla natura e alla cultura che qui sono strettamente legate. Andando alla ricerca delle origini del nome della cittadina, si scopre che ha radici latine; qui, infatti, l’imperatore Nerone aveva costruito una sua villa e parzialmente modificato il corso del fiume Aniene, creando tre piccoli laghi. Sono proprio questi laghi a dare origine al nome “Sub Lacum” ossia “presso il lago” del primo insediamento. Dei tre laghetti originari ne resta soltanto uno e la leggenda vuole che qui Nerone pescasse con una rete di fili d’oro. Attualmente questo piccolo lago è chiamato laghetto di San Benedetto, perché si trova in una gola ai piedi del Monte Taleo, luogo in cui il santo visse in eremitaggio, intraprendendo la vita monastica e dando vita all’ordine benedettino. Attorno alla grotta in cui il giovane Benedetto visse per tre anni, in preghiera e meditazione, è nato uno splendido monastero, in cui il legame tra la roccia e le costruzioni umane è pressoché indistinguibile. L’importanza di questo monastero non è solo nella sua bellezza, ma nel suo notevole rilievo storico. Tra gli innumerevoli affreschi al suo interno, a colpire particolarmente è quello che raffigura San Francesco. La sua unicità sta nell’essere il solo ritratto del Poverello di Assisi dipinto mentre era ancora in vita. Non mostra, infatti, né le stigmate, né l’aureola ed è particolarmente realistico, Francesco infatti è raffigurato con un occhio più grande dell’altro per le conseguenze di un’infezione che aveva contratto durante un viaggio in Terra Santa e con le orecchie molto grandi. Poche centinaia di metri più a valle sorge un altro monastero, quello di Santa Scolastica, l’unico superstite tra quelli che san Benedetto fondò a Subiaco. L’atmosfera qui è diversa da quella del Sacro Speco, il connubio con le montagne è meno evidente, ma ugualmente si respira un’aria suggestiva. Anche Umberto Eco restò impressionato da questo posto, in particolare dalla sua biblioteca in cui sono conservati testi antichissimi impreziositi da miniature e in cui, per la prima volta in Italia, fu stampato un libro utilizzando la tecnica a caratteri mobili di Gutenberg. La biblioteca colpì così profondamente Eco da fargli nascere l’idea per uno dei suoi romanzi più noti: il nome della rosa. Questi due luoghi sacri si trovano al centro del Cammino di San Benedetto, percorso di circa 300 chilometri che attraversa i luoghi principali della vita del patrono d’Europa e le cui tappe più importanti sono Norcia, luogo natale di Benedetto, Subiaco, luogo in cui visse e in cui scrisse la famosa Regola e Montecassino, città in cui morì e dove si trova uno dei monasteri più famosi.

Abbiamo concluso la giornata con l’esplorazione del centro storico di Subiaco, dedalo di vicoli sormontato dalla Rocca Abbaziale, nota anche come Rocca dei Borgia. È qui, infatti che visse Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI, ed è qui che nacquero Lucrezia e Cesare Borgia, suoi figli illegittimi. L’austerità esterna del palazzo è bilanciata dall’eleganza delle sue stanze, decorate con affreschi di diverso genere che celebrano le nobili famiglie che vi hanno abitato e i luoghi nei dintorni di Subiaco.

Questi primi due giorni ci hanno visti fare sport, ammirare la natura e saziare la nostra curiosità storica e artistica, ma un viaggio, per essere completo, deve passare anche attraverso il gusto. Per questo motivo, la terza e ultima giornata del nostro fine settimana è stata all’insegna dell’enogastronomia, percorrendo una parte della strada del vino Cesanese, allontanandoci da Subiaco, per dirigerci da Affile a Piglio, passando per gli Altipiani di Arcinazzo sempre guidando l’auto a noleggio.

Andando a conoscere questo vino DOCG, scopriamo che ha una storia molto antica e che nasce proprio dalle colline attorno ad Affile, piccolo borgo vicino a Subiaco. Queste colline erano ricoperte da boschi, ma i romani ne tagliarono gli alberi per coltivare la vite su quei terreni. Il nome “Cesanese” nasce dal verbo latino “caedere” che significa “tagliare”, e ricorda proprio l’abbattimento di questi boschi. Il legame tra borgo e territorio è così stretto che nello stemma della città è raffigurato un tralcio di vite. Da questo piccolo borgo, il Cesanese si è diffuso su un’area più vasta che giunge nel cuore della Ciociaria, fino ad Anagni e a Piglio, dove ne è prodotto uno tra i più famosi: il Cesanese del Piglio. Questa cittadina è stata la nostra ultima tappa e qui abbiamo degustato dell’ottimo vino accompagnato da tipiche ciambelline e abbiamo passeggiato alla scoperta della sua anima medievale. Come gli altri luoghi attraversati in questi tre giorni e come il vino che nasce da queste terre, anche Piglio ha un nome di origine latina. Una leggenda vuole che Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore si trovasse a passare di qui in una giornata molto ventosa e che proprio il vento gli fece volare dalla testa il copricapo che in latino era chiamato “pilleus”.

Durante questo fine settimana, pur essendoci allontanati di poco da Roma, abbiamo potuto viaggiare, percorrere strade e renderci conto di quanto ciò che beviamo, i paesaggi che osserviamo, i libri che leggiamo, i borghi in cui viviamo o decidiamo di passare qualche giorno, affondino le loro radici nell’antichità e abbiano mille modi per incuriosirci e stupirci.

© Diego Funaro

 


Il torciglione umbro, un gustoso viaggio nel tempo

torciglione di natale

Non solo panettone e pandoro – benché questi siano ormai ampiamente diffusi sulle tavole italiane da Nord a Sud, sono dolci tipici di Milano e Veronai dolci del periodo di Natale sono moltissimi e cambiano di regione in regione, di città in città.

torciglione di natale

In Umbria per esempio, particolarmente nella zona di Perugia e del lago Trasimeno, il dolce tipico della vigilia di Natale è il torciglione. Questo dessert è a base di mandorle e miele con la forma di un serpente attorcigliato su sé stesso; da questa conformazione particolare deriverebbe il nome, ma le origini sono incerte e affondano le radici nella Storia.

Alcuni sostengono che in tempi remoti, in quest’area, alcuni culti pagani adorassero il serpente, specialmente nel periodo del solstizio d’inverno. Il rettile con le sue mute stagionali rappresentava la fine e l’inizio in un ciclo infinito; come  le stagioni, l’anno e l’accorciarsi delle giornate, che dal 21 dicembre ricominciano ad avere più ore di luce. Il cerchio e la spirale hanno significati affini e il torciglione ne rappresenta la sintesi.

Secondo altri, il dolce avrebbe radici cristiane. In questo caso la forma del serpente sarebbe un simbolo diabolico; il maligno sarebbe sconfitto ogni volta che si fa a fette il dolce che lo rappresenta.

Una terza possibilità non vedrebbe in questa figura un serpente, ma un’anguilla di lago e sarebbe legata a una visita di alcuni vescovi e cardinali alle monache di Isola Maggiore del Trasimeno. Si dice che gli alti prelati giunsero sull’isola di venerdì e per questo avrebbero dovuto mangiare pesce. Sfortunatamente la dispensa del monastero non era fornita, perciò una monaca pensò di utilizzare alcuni ingredienti che aveva a disposizione per preparare un dolce che avesse le fattezze di un’anguilla, tradizionalmente pescata in quella zona.

Un’ultima probabile origine sulle radici di questo dolce natalizio porterebbero al martirio di santa Anatolia che nel 249 fu rinchiusa in un sacco con un serpente, ma riuscì a salvarsi miracolosamente. Tuttavia quest’ultima ipotesi ci appare meno probabile, soprattutto perché lontano dalla zona di diffusione del torciglione.

Come sempre non vi daremo la ricetta, perché il suggerimento è quello di gustare i cibi tradizionali durante un viaggio nella loro zona di origine. © Diego Funaro


Bevagna, un borgo in cui rivive il Medioevo

In Italia le rievocazioni storiche e le feste a esse collegate sono innumerevoli, molte sono legate al Medioevo o al Rinascimento, soprattutto nelle città del Centro che nacquero o accrebbero la loro importanza proprio in queste epoche storiche. Tante tra queste rievocazioni sono semplici sfilate in costume, altre prevedono giostre o richiamano importanti celebrazioni antiche.

Una ci ha colpiti particolarmente, perché rende partecipi i visitatori di quella che era la vita quotidiana nel periodo tra il 1200 e il 1300: parliamo del “Mercato delle Gaite” che si svolge a Bevagna, uno dei borghi più belli d’Italia a pochi chilometri da Perugia, in Umbria, alla fine di giugno.

Che cosa sono le gaite? Sono i quattro quartieri che suddividono la città: San Giorgio, San Giovanni, Santa Maria e San Pietro. La parola “gaita” sembra derivare dal longobardo “watha” che significa “guardia”. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

 

La particolarità di questa festa, che da trent’anni anima questa città, è che rende possibile assistere e partecipare a quelli che furono gli antichi mestieri diffusi in quella zona. Volontari in costume soffiano il vetro, tessono la seta, battono monete, fanno la carta o la pergamena oppure tingono tessuti, secondo le modalità medievali. C’è chi spiega in modo didascalico, chi attorno a un mestiere ha creato degli spettacoli teatrali, chi coinvolge lo spettatore e lo invita a provare. In ogni caso, si è catapultati indietro di oltre 600 anni, quasi come Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”.

Questo viaggio nel tempo dà un’idea diversa da quella che hanno molti su questo periodo storico. Non era, infatti, un’epoca buia, grigia e ignorante poiché, sebbene la cultura alta non fosse alla portata di tutti, nei monasteri, per esempio, si conservava il sapere grazie agli amanuensi, ai miniatori, ai rilegatori e a tutti coloro che hanno permesso a libri ben più antichi del Medioevo stesso, di giungere ai giorni nostri. Inoltre ci si può rendere conto di quanto l’attenzione all’ambiente fosse paradossalmente maggiore all’epoca, che ai giorni nostri. Nella produzione di qualsiasi materiale e oggetto, si riutilizzava ogni cosa, nulla era gettato via, probabilmente per la consapevolezza del valore del tempo e della fatica che costava produrre anche solo un bicchiere, una pagina, una moneta.

Il Mercato delle Gaite non è soltanto una rievocazione con una sorta di laboratorio didattico e di spettacoli teatrali; ogni quartiere, rappresentando alcuni antichi mestieri, è in gara con gli altri e alla fine della settimana di feste è eletta la gaita vincitrice. Bevagna durante questa festa continua a scorrere nel presente, ma la magia dell’evento fa dimenticare la frenesia moderna e porta ad immergersi nelle emozioni di un passato lontano. ©Diego Funaro


Fave e pecorino: il cibo del primo maggio dalla morte alla vita

fave e pecorino copy
A Roma e dintorni il primo maggio coincide con una ricca mangiata di fave e pecorino. Questa tradizione è antichissima e affonda le sue radici nel mondo classico, ben prima che questa data fosse legata alla festa dei lavoratori. Il formaggio e il legume sono cibi simbolici e propiziatori di abbondanza e fecondità, sebbene inizialmente il significato dato alle fave fosse legato al lutto,

La morte era associata al fiore bianco a macchie nere di questo legume. Nell’antica Grecia, infatti, il bianco era il colore del lutto e le macchie a forma di lettera “θ” (theta), iniziale di θανατοσ (thanatos che significa morte in greco) enfatizzavano quest’idea. Si riteneva, inoltre, che nei semi delle fave abitassero le anime dei defunti e che queste utilizzassero i gambi, cavi, della leguminosa, per raggiungere l’aldilà. Pitagora accenna a questo lato funereo delle fave. Platone, invece, sosteneva che il gonfiore indotto dalle fave, fosse legato a una tranquillità spirituale carente.

Nel mondo romano, inizialmente, l’interpretazione non è molto differente. I frutti di questa pianta, però, con il tempo iniziano ad assumere un significato ben diverso. Per analogia estetica con i genitali, sia maschili, sia femminili, si inizia ad attribuire un senso di fecondità alle fave. I Romani, notarono una somiglianza tra i semi e i testicoli e tra un baccello aperto e la vagina. Così il legume divenne pian piano un cibo afrodisiaco. Da recenti studi sembrerebbe che i Romani avessero ragione: alcune sostanze contenute nelle fave, favorirebbero effettivamente l’attività sessuale.

Il pecorino ha anch’esso origini nell’antica Roma e nella Grecia classica. Ne parlano, tra gli altri, anche Ippocrate, Varrone e Plinio il Vecchio. Questo formaggio si conservava a lungo, anche per l’alta quantità di sale contenuto ed era un cibo adatto a essere trasportato, aveva per di più ottime proprietà nutritive e per ciò era adatto ai legionari.

Ma perché la festa dei lavoratori? La fine di aprile e l’inizio di maggio sono l’inizio del periodo dei raccolti e inaugurarlo mangiando i semi di una pianta che rimanda all’opulenza era di buon auspicio. Il pecorino non ha particolare valore simbolico o rituale, ma è un cibo legato all’abbondanza di latte e il suo sapore intenso e piccante si abbina perfettamente con la dolcezza della fava. Nel corso dei secoli a Roma si è continuato ad associare il primo maggio alle fave col pecorino e il fatto che questo sia un giorno festivo ha notevolmente contribuito alla conservazione del rito, perché sia il formaggio stagionato, sia il legume fresco sono facili da trasportare e, dunque, ideali per un pic-nic. Inoltre il non dover cucinare nulla rende ancora più agevole il tramandare questa tradizione. Naturalmente c’è chi ne fa delle varianti, inserendo questi ingredienti come base per altri piatti, o consumandoli come antipasto o dessert. In qualunque modo si vogliano gustare queste pietanze, per un romano andranno sempre abbinate a un vino rosso dei Castelli, perché da queste parti si dice che “l’acqua fracica li ponti e aruzzonisce le budella” (fradicia i ponti e arrugginisce le budella). © Diego Funaro


La frisella, un pane che viaggia per mare

origine delle freselle

crespelle

È probabile che tutti ne abbiamo sentito parlare almeno una volta e molti di noi l’hanno anche assaggiata: è la frisella, una ciambella di pane biscottato tagliata a metà, tipica della Puglia e della Campania, ma diffusa anche in altre zone del Sud Italia.

Immaginiamo di solito il pane come qualcosa di fresco e morbido, da consumare prima possibile o da inserire in altre preparazioni, non appena inizia a diventare raffermo. La frisella, o com’è chiamata in Campania “fresella”, non ha affatto queste caratteristiche. Già la forma è particolare, perché non è un panino o una pagnotta, ma una ciambella tagliata per metà longitudinalmente, e poi non è morbida, al contrario, la doppia cottura in forno, la rende dura. La forma a ciambella è stata scelta per rendere più pratica la conservazione e più facile il trasporto. Questi taralli, infatti, si conservano a lungo e sono stati per tanto tempo il cibo di marinai e pescatori che li portavano legati a una cordicella che era poi chiusa come una collana e appesa. La stessa cosa è stata fatta per secoli anche nelle case dei contadini che, non potendo panificare spesso nei forni comuni e non avendone di propri, avevano bisogno di un tipo di pane che durasse molto tempo senza rovinarsi. Anche i pastori transumanti usavano portarne diverse con sé durante i lunghi periodi tra i monti. Chiaramente le friselle non vanno mangiate così come sono, ma devono essere ammorbidite e unite ad altri cibi. Chi vive in mare, per esempio le ha da sempre fatte rinvenire con acqua marina o ne ha fatto il fondo per zuppe di pesce. A Napoli, la fresella è utilizzata come ingrediente fondamentale per la caponata, insieme a pomodoro, aglio, basilico, olive, tonno, alici, olio d’oliva e origano. A Bari le friselle sono consumate con lampascioni e carciofini, dopo essere state bagnate di vino, sugo di pomodoro, olio e acqua. Il modo più comune di mangiarle è quello di inzupparle in acqua e coprirle di pomodori a pezzetti, olio e un pizzico di sale e, se si vuole, arricchite con altri semplici ingredienti come il basilico o l’origano.

Ma da dove arrivano le friselle? A Napoli erano vendute in strada dai “tarallari” già nel XIV secolo, ma le origini sono ben più antiche: in Puglia sono chiamate anche “pane dei crociati”, perché erano uno dei cibi che questi portarono nei viaggi in Medio Oriente. Plinio nella “Naturalis Historia” parla di “pane nautico” che, inzuppato in diversi ingredienti ha differenti proprietà benefiche. Questo pane duro si conservava a lungo e poteva essere ammorbidito anche semplicemente con acqua, magari di mare.

storie delle freselle

Ci sono differenti possibili etimologie del nome, c’è chi la fa derivare da “fresa”, chi dal napoletano “fresillo” che significa nastrino, magari per la forma acciambellata, o per il fatto di essere conservare legate con una cordicella o un nastro. Alcuni addirittura risalgono allo spagnolo frijoles” fagioli, perché anticamente le freselle erano bagnate con acqua di cottura dei fagioli. Un’altra probabile derivazione è dal latino “frendere” e cioè “sbriciolare, macinare”, da cui deriva anche la parola “friabile”, caratteristica principale di questa ciambella. Secondo alcuni, questo tipo di taralli avrebbe origini pressoché mitiche, infatti, sarebbero state portate in Italia da Enea quando sbarcò in Salento, mentre secondo altri sarebbero stati gli autoctoni ad offrire questo pane ai troiani dopo il loro sbarco, in segno di benvenuto. L’etimologia, in questo caso, sarebbe da far risalire alla parola “Frigia”, e cioè alla regione di provenienza di Enea.

Per restare al mondo antico, un’altra possibile provenienza della frisella è dalla Grecia classica: sembra infatti che questa specialità pugliese sia diretta discendente dei dìpyros, di cui parla anche Marziale. Il dìpyros altro non è che un pane cotto due volte dal greco “dìs” = due e “pyros” = fuoco. A Creta ancora oggi c’è un pane caratteristico simile alla frisella, si chiama kulùres ed è una ciambella tagliata a metà, proprio come la specialità del nostro Meridione. ©Diego Funaro


Il dolce italiano: il Tiramisù

tiramisu - direzioneitalia - diego funaro

Il tiramisù è uno dei simboli dell’Italia a tavola. Non è difficile dire quale sia la ricetta originale, tuttavia ne esistono diverse versioni e ognuno afferma che la sua sia quella “vera”. Essenzialmente esistono il tiramisù con alcol e quello senza. Le origini di questo dolce famoso in tutto il mondo sembrano essere relativamente recenti e la paternità del dessert è contesa da più regioni: Veneto e Friuli Venezia Giulia in primis, ma anche Toscana e Piemonte. Secondo alcuni, infatti, la sua storia porta dalla Venezia rinascimentale alla Firenze medicea, mentre altri sostengono che nacque a Torino, nell‘800, per “tirare su” il Conte di Cavour dalle grandi fatiche per l’unificazione dell’Italia. La teoria che sembra avere basi più solide, però, è quella del’enogastronomo Giuseppe Maffioli, secondo cui fu il pasticcere trevigiano Roberto Linguanotto, negli anni ’60, a dar vita al tiramisù, che in dialetto veneto nacque come “Tirame sù”. Unì l’usanza locale dello “sbatudìn” (uovo sbattuto con zucchero) con quanto aveva imparato della pasticceria tedesca durante la sua esperienza in Germania. Probabilmente Linguanotto si ispirò non soltanto allo “sbatudìn” e alle “creme bavaresi”, ma anche ad altri dolci tradizionali, come il “dolce Torino”, la “Charlotte” o la “Zuppa inglese”.

Lo “sbatudìn”, diretto predecessore in Veneto del tiramisù, era più un ricostituente che un dolce. Lo mangiavano soprattutto i bambini, gli anziani e gli ammalati. Che il tiramisù sia la sua evoluzione possiamo comprenderlo già dal nome: l’uovo e lo zucchero erano considerati ricostituenti e l’aggiunta di caffè, cacao e mascarpone diede un apporto energetico ancora superiore. Niente di meglio per… una colazione! Già, perché questo dolce popolare non è stato subito considerato un dessert, ma era l’alimento per iniziare la giornata e caricarsi di forze e vitalità: in pratica era il cibo che svegliava e quindi “tirava su dal letto”. ©Diego Funaro


Un Buddha romano

Nella periferia sud-est di Roma, tra il Grande Raccordo Anulare e il quartiere Prenestino, lontano dai monumenti classici, ma circondato da magazzini e capannoni industriali, c’è un edificio che cattura immediatamente l’attenzione: un grande tempio buddista con uno stile architettonico tradizionale cinese.

L’impressione, straniante anche per me arrivato in via dell’Omo appositamente per visitare il Tempio Hua Yi Si, è quella di un pezzetto di Cina antica sbucato in Italia per chissà quale magia. Cercando di raccogliere informazioni, scopro che è il tempio più grande dell’Europa Occidentale, inoltre è l’unico a richiamare in maniera così decisa e precisa l’architettura tradizionale cinese fuori dall’Asia. Chiedendo successivamente all’interno pareri su queste notizie, non troverò né conferme né smentite: sono nozioni che fedeli e monaci non degnano di attenzione. [continua dopo le foto]

La sensazione di trovarsi in Cina diventa pressoché certezza nel momento in cui si varca il passaggio del grande cancello che divide un’anonima strada romana dal giardino dell’edificio sacro. Il palazzo sacro appare ancora più maestoso, dall’interno delle mura, statue e piccoli alberi contribuiscono a creare un’atmosfera particolare. All’ingresso del tempio, quasi a fare da guardia ci sono due sculture di leoni, stilizzati esattamente come ci si aspetterebbe lo fossero in Estremo Oriente. Il primo incontro che si fa, una volta entrati nel tempio è una statua di marmo del “Budda felice”: il Budai. Dà l’impressione di accogliermi come un cordiale padrone di casa. Non è soltanto il sorriso a caratterizzare il Budai, ma il suo essere grasso: la pancia è considerata la sede dell’anima, e dunque il grosso ventre è un’allegoria della sua estrema bontà.

L’ospitalità dei monaci è una conferma della sensazione trasmessa dal Buddha. L’educata accoglienza è accompagnata da una grande riservatezza per la quale non è possibile intervistare i monaci, né tantomeno scattare loro foto.

Il forte profumo d’incenso e i canti rituali che rompono il silenzio, sono un richiamo deciso verso la sala di preghiera. Roma è separata solo sa poche mura, ma sembra lontana come fossi in Estremo Oriente. ©Diego Funaro


Tra le pagine della storia: a 550 anni dal primo libro stampato

Gesti quotidiani come leggere un messaggio sul telefonino o scorrere un articolo di un blog sembrano il frutto moderne rivoluzioni che cambiano rapidamente il nostro modo di comunicare. Ma per trovare le loro origini dobbiamo risalire a una rivoluzione della comunicazione molto più antica: l’invenzione della stampa a caratteri mobili

Grazie a un’intuizione di un orafo tedesco, infatti, in Europa si ebbe un aumento esponenziale del numero di libri. Era il 1455 quando Johannes Gutenberg utilizzò singoli caratteri di stampa metallici, con ogni lettera e segno di interpunzione, che potessero comporre qualsiasi parola. Una tecnologia molto più versatile di quella che sfruttava, invece, pagine incise nel legno e stampate con la tecnica della xilografia. In questo modo, la rapidità nella produzione, la qualità dei libri e i costi contenuti portarono a una diffusione sempre maggiore del sapere.

Il successo di questa invenzione (che in Estremo Oriente esisteva già da 400 anni) fu tale da permetterne una rapida espansione in tutto il continente. Fuori dai confini tedeschi, fu l’Italia a vedere stampato il primo libro con questa nuova tecnologia, precisamente 550 anni fa, cioè nel 1465 nel monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco. A portare l’innovazione nel Lazio furono due tipografi tedeschi Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz. È probabile che i due, in fuga da Magonza, ormai assediata, giunsero a Subiaco perché invitati dal cardinale Giovanni Torquemada. Qui, incontrando il sapere dei monaci devoti a San Benedetto e l’arte degli amanuensi, idearono dei caratteri speciali, detti “sublacensi” o “Subiaco Type” che sono il risultato della fusione delle grafie gotica e latina con alcune particolarità tipiche dei manoscritti monastici. Molti monaci si dimostrarono ottimi collaboratori dei due tipografi, sia perché ne condividevano le origini, sia perché preparati nell’arte di ligare, scribere, corrigere libros, ovvero rilegare, scrivere e corregere libri. Non solo, nel monastero benedettino di Santa Scolastica e in quello vicino del Sacro Speco, i due prototipografi ebbero a disposizione un gran numero di manoscritti da usare come originali per le loro stampe. [Continua dopo le foto]

Il primo libro a essere stampato fu una grammatica latina di cui non è rimasta traccia, mentre ad arrivare fino ai nostri giorni è il secondo testo che Pannartz e Sweynheym impressero con un innovativo e particolare torchio basculante nel monastero di Santa Scolastica: il “De Oratore” di Cicerone. Per stabilire la data di nascita di questo incunabolo è stato necessario l’intervento di Carlo Fumagalli, un bibliofilo di Cremona che lo acquistò nel 1875. Questi inizialmente non credeva di avere tra le mani un pezzo di storia, ma semplicemente una copia. Fu colpito, però, da una nota manoscritta che affermava che il volume era stato corretto ed emendato pridie kalendas octobres MCCCCLXV, ovvero prima della fine di settembre 1465. Successive ricerche hanno confermato l’autenticità della nota e hanno permesso di datare il tomo ai primi mesi di quell’anno.

A consolidare la diffusione della stampa a caratteri mobili a Subiaco non fu soltanto il più antico monastero benedettino, ma anche la presenza del fiume Aniene che con la sua acqua ha reso possibile per secoli la fabbricazione della carta. Fino all’inizio del XXI secolo, nella cittadina laziale era, infatti, attiva una cartiera e oggi nelle sue immediate vicinanze è stato creato un piccolo museo, il “Borgo dei Cartai” che illustra le antiche tecniche di produzione della carta. Un altro luogo a Subiaco celebra la storia della carta e della stampa: il “Museo delle Attività Cartarie e della Stampa” che si trova nella Rocca abbaziale, palazzo che fino alla fine di ottobre 2015 avrà anche uno spazio espositivo dedicato all’anniversario della stampa a caratteri mobili in Italia.

Qui, nel cuore dell’Appennino, dove San Benedetto intraprese la vita monastica, si incontrarono la tecnica tedesca e la cultura umanistica romana, per poi diffondersi nel resto d’Europa, contribuendo in modo significativo a definirne la cultura e tenerne vive le radici che arrivano fino all’Antica Roma. Per questo Pannartz e Sweynheym scelsero di stampare una raccolta di classici latini, primo tra tutti Cicerone. Probabilmente per monaci e prototipografi non erano solamente i contenuti ad essere importanti, la lingua latina, madre di buona parte delle lingue occidentali, è stata tenuta in considerazione stampando dei libri di grammatica.

Gutenberg prima e Sweynheym con Pannartz dopo, hanno reso possibile anche piccole azioni spontanee, come leggere un’email e un ebook. Non ci rendiamo conto, infatti, di quanto l’innovazione della stampa abbia cambiato le nostre vite. La rivoluzione portata dalla stampa a caratteri mobili è stata fondamentale per la popolarizzazione della lettura, almeno a livello potenziale, ma è stata la base per una serie di invenzioni future, per esempio la macchina da scrivere e successivamente il computer. Grazie ai due tipografi di Magonza, una porzione sempre maggiore di persone ha potuto esprimersi e far conoscere le proprie idee a un pubblico via via più vasto. È sempre grazie a Gutenberg e ai suoi allievi e collaboratori che oggi abbiamo a disposizione biblioteche, edicole, librerie, quindi il merito di questa particolare tecnica di stampa è quello di averci reso più informati, colti e con meno barriere. ©Diego Funaro


Arancine da questa parte, arancini dall’altra

Arancini sicilying

La cucina italiana è un mosaico articolato, le cui tessere sono le tradizioni regionali, che a loro volta si ramificano con variazioni della stessa pietanza. Queste ramificazioni arrivano ad essere così varie che una stessa ricetta può cambiare non solo da una città all’altra, ma da un quartiere all’altro, fino agli estremi in cui ogni famiglia preparerà una propria variante, assicurandoci che proprio quella è la versione originale. Tale complessità spesso si accosta a origini incerte. Gli arancini, simbolo della gastronomia siciliana, possono essere un esempio calzante. Senza arrivare a divisioni capillari, questa polpetta di riso panato e fritto divide esattamente in due la Sicilia: nella parte orientale con la denominazione maschile “arancino”, in quella occidentale al femminile “arancina”. Può sembrare cosa di poco conto, ma anche da qui passa la rivalità tra Palermo e Catania, le due principali città dell’Isola. Chi le chiama “arancine” sostiene la correttezza del nome per la similitudine con le arance nella forma e nel colore, d’altro canto, chi li chiama “arancini” potrebbe far notare che nei dialetti siciliani il nome dell’agrume è aranciu al maschile. Nell’area Est della Sicilia potrebbero anche dirvi che la somiglianza col frutto è inesistente, perché qui, molto spesso gli arancini hanno forma conica, più simile a quella dell’Etna, somiglianza ancora più evidente dopo il primo morso che, togliendone la punta, farebbe fuoriuscire vapore e, in maniera analoga a una colata lavica, una parte del sugo.

Le differenze non sono soltanto nel nome e nella forma. Esiste una grande varietà di ripieni per le arancine, tra tutti a farla da padrone è il ragù, che ovviamente avrà qualche variazione tra una rosticceria e l’altra. Può cambiare il tipo di carne usato, vitello, maiale o una mescolanza dei due, la presenza o meno dei piselli e così via. Questa ricchezza di versioni deriva dalle radici incerte degli arancini. Al di là del fatto che Palermo e Catania rivendichino entrambe la nascita della prima arancina, anche il periodo in cui nacque è incerto. C’è chi dice siano nate durante la dominazione musulmana, chi li fa risalire ai tempi di Federico II, chi a periodi molto più recenti, nella seconda metà del 1800. Nei primi due casi gli arancini sarebbero nati per praticità. La panatura consentiva, infatti, di trasportare facilmente una pietanza abbastanza elaborata e certamente nutriente, durante battute di caccia e lunghe giornate di lavoro nei campi. Chiaramente se le origini fossero queste, sarebbe stato impossibile un condimento con il pomodoro, che fu portato in Europa dopo la scoperta dell’America.

Sono tanti i posti in cui gustare queste prelibatezze, in particolare in uno abbiamo anche trovato una soluzione alla diatriba sul nome. Alla Focacceria Don Puglisi di Modica, durante una chiacchierata sugli arancini, si è giunti alla conclusione che al maschile possono essere chiamati quelli di forma conica, mentre quelli tondeggianti sono chiaramente arancine. Questa idea pacifica è in linea con la filosofia accogliente della casa Don Puglisi. Qui i cibi tradizionali sono preparati anche da donne rifugiate che hanno partecipato a programmi di accoglienza, inserendosi così nel mondo del lavoro e sostenendosi economicamente, un’evoluzione solidale della multiculturalità che da sempre caratterizza la Trinacria. ©Diego Funaro


Tra le pietre della Sicilia sud orientale

Ci sono luoghi che tornano alla mente per le loro atmosfere, magari per i profumi, per i colori e le forme di paesaggi e architetture. La Sicilia è certamente uno di questi posti, ha un’aria spesso solenne e il suo colore è quello della sua terra, delle sue spiagge e delle sue pietre, quasi dorato. Queste pietre che prendono forme immediatamente riconoscibili, anche da chi non ha mai messo piede nell’Isola, quando diventano uno degli edifici costruiti con uno tra i tanti stili architettonici siciliani, come il barocco dell’area sud orientale. [continua dopo le foto]

Se osserviamo attentamente, notiamo che c’è continuità tra le conformazioni che naturalmente l’acqua e il vento danno a sabbia e roccia e quelle, chiaramente più elaborate date da architetti e scultori. Michelangelo Buonarroti diceva di preferire la scultura alla pittura, perché scolpendo, toglieva il superfluo, rivelando l’anima del marmo. In modo analogo, può sembrare che i massi chiari di Trinacria dovessero inevitabilmente assumere certe forme, perché tale è la loro anima. La maggior parte delle volte, questa si mostra in maniera totale, come nel caso del duomo di San Giorgio e quello di San Pietro e nella chiesa di Santa Maria di Betlem a Modica. Nelle prime due chiese il barocco siciliano si manifesta con ricche decorazioni, mentre nell’ultima la facciata semplice custodisce le elaborate lavorazioni degli interni. La semplicità delle linee diventa ancora più marcata nelle abitazioni modicane, ma sempre con legame, un rimando agli edifici religiosi appena citati. Le case di fronte al duomo di San Giorgio, ad esempio, sembrano gli spettatori sulle gradinate di un teatro, mentre osservano l’esibirsi maestoso del protagonista di una scena. Ed è proprio così che appare il duomo. Le abitazioni del centro modicano sono elementari, quasi più prossime allo stato di pietra che a quello di costruzione. E tra queste dimore apparentemente umili si trova anche la casa natale di Salvatore Quasimodo, una casa simile al suo modo di fare poesia, semplice all’apparenza, ma colmo di significato. Alcune tra queste costruzioni si avvicinano ancor di più allo stadio primordiale di pietra, nascendo direttamente tra le pendici del colle su cui si sviluppa Modica, sfruttandone le pareti naturali e scavando la pietra, quasi come per i sassi di Matera. Per trovare il luogo dove questo rapporto tra l’edificazione e la natura diventa totale, occorre percorrere alcuni chilometri da Modica, per arrivare a Cava d’Ispica. Qui ci si ritrova in un canyon con immancabili pareti verticali abbastanza alte. Da lontano non si nota alcun intervento umano a modificare il paesaggio, ma addentrandosi con una guida tra i vari sentieri della zona, si iniziano a vedere dei fori nelle rocce, sembrano grotte naturali. Entrando in una di queste aperture, però, si capisce che sono state create ad arte per diventare case. E, in effetti, sono state abitate fino agli anni ’50 e fin da uno dei momenti più lontani della preistoria: il paleolitico. Nelle case più vicine ai nostri giorni, possiamo notare anche porte, scalinate e finestre, mentre imbattendoci in quelle più antiche, un occhio attento e preparato, può scorgere anche grotte rituali, con altari per antiche divinità acquatiche, qui infatti in antichità scorreva un copioso corso d’acqua che ora è poco più di un torrente.

Dirigendosi verso il mare, precisamente sulla spiaggia di Santa Maria del Focallo, si notano immediatamente le grandi dune di sabbia, modellate in continuazione dal vento. Avvicinando lo sguardo si nota come l’opera del vento sia davvero simile a quella di scalpellini, scultori e architetti che per millenni hanno plasmato queste terre. ©Diego Funaro


Un giorno a casa dei giganti: Miragica

Dici Puglia e pensi immediatamente a Trulli e orecchiette, ma ovviamente c’è molto altro da conoscere in questa splendida regione, come vi abbiamo raccontato in alcuni dei nostri articoli. Il fatto che in Puglia ci sia il giusto mix di cultura, buon cibo, arte e divertimento è noto praticamente a tutti. Questa mescolanza l’abbiamo ritrovata anche nel parco di divertimenti Miragica che ci ha ospitati per un giorno, facendoci provare buona parte delle attrazioni insieme a un piccolo numero di blogger. [Continua dopo le foto]

La storia di Miragica racconta che questo parco sia il rifugio di giganti e infatti, passeggiando tra il carosello, le montagne russe e il teatro, si nota che le scenografie e le architetture sono da paese delle fiabe, ideale per creature gigantesche o piccolissime. Anche i nomi delle attrazioni sono fiabeschi: strozzagorgo, girabugia, mangiabiglie… tutto porta in un mondo fantastico, ma non lasciatevi cullare dai nomi, non tutto è “roba da bambini”, certe cose sono solo per veri coraggiosi, come “kappaò”, “per Bacco” e ovviamente “senza fiato”.

Non ci sono soltanto le fiabe, il rombo dei motori e l’odore di pneumatici consumati ci hanno portati a uno spettacolo di stuntman, dei veri giganti alla guida di moto, auto e quad che si sono esibiti in evoluzioni su una, due e quattro ruote, indipendentemente dal mezzo.

A tavola il palato è stato più che soddisfatto. Nel ristorante del parco abbiamo potuto gustare delle specialità come i cavatelli con gamberetti e melanzane prima di riprendere il tour e farci spaventare dalla zona horror “virus”: un percorso all’interno di un capannone dove pare che qualche esperimento sia andato storto e si è circondati da manichini che rappresentano realisticamente cavie umane urlanti.

Ma il bello di Miragica è che la magia da fiaba non è soltanto dentro al parco, infatti a pochi chilometri ci sono luoghi noti in tutto il mondo, come Castel del monte, la fortezza a forma di corona fatta erigere da Federico II e usata da Matteo Garrone nel suo film “Il Racconto dei Racconti”. Questo castello è ancora oggi avvolto nel mistero, non se ne conosce con esattezza la funzione, poiché non è mai servito per la difesa o per l’attacco. Si dice sia un tempio solare. Quello che è certo è che fu costruito seguendo la proporzione aurea (ma ve ne parleremo dettagliatamente in futuro). Tra le città che abbiamo visitato, a pochi chilometri da Miragica, ci sono anche Bisceglie e Trani; modesta ma bellissima la prima, solenne e vivace la seconda. Posti ricchi di storia, arte, luoghi di culto e panorami incantevoli che fanno comprendere come in qualche modo tutta la Puglia sia terra di giganti.


Willy Wonka era modicano?

cioccolato dolceria rizza modica

In Sicilia c’è una grande tradizione dolciaria di origini antiche e influenzata da diverse culture di differenti zone del mondo; il cioccolato di Modica ne è un esempio così illustre che Leonardo Sciascia affermò: «a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto, e che il cioccolato altrove prodotto, sia pure il più celebrato, ne sia l’adulterazione, la corruzione».

Era il XVI secolo quando i Conquistadores spagnoli portarono il cacao (principalmente “criollo” con fave grosse, dolci e succose) dall’America in Europa. Fu un successo immenso.
Per ottenere il xocoatl, l’antenato della cioccolata che tutti conosciamo, gli aztechi trituravano con un mattarello di pietra le fave di cacao su una tavola, anch’essa di pietra ricurva chiamata metate che riscaldavano, ponendola sopra braci o ramoscelli bruciati. In questo modo i frutti sprigionavano tutti i loro aromi e si otteneva un impasto che poteva essere arricchito con spezie come pepe, peperoncino, vaniglia o cannella. La bevanda era molto energetica e amara. La preparazione del cioccolato modicano si ispira a quella delle antiche popolazioni del centro America, ma non è identica. Alle origini il cioccolato di Modica era mescolato a zucchero di canna, prodotto tipico del territorio, perché, di tutta l’Italia, solamente in alcune zone della Sicilia era coltivata la canna da zucchero. Si è arrivati col tempo a preferire una lavorazione a bagnomaria, invece che sulla pietra riscaldata, per poter avere temperature più basse e uniformi durante tutto il procedimento. Una delle principali caratteristiche del cioccolato di Modica, infatti, è quella della lavorazione “a freddo”, con temperature che variano tra i 35° e i 40°, che permettono di mantenere inalterate le proprietà organolettiche del cacao e di non sciogliere lo zucchero. La consistenza, confrontata con quella del cioccolato a cui siamo abituati, risulta meno liscia e più granulosa, mentre l’aspetto sembra più grezzo per non essere stato temperato come la maggior parte dei cioccolati. Nel corso dei secoli il cioccolato di Modica ha anche rischiato di scomparire. Leggendo L’arte di annacarsi – un viaggio in Sicilia, di Roberto Alajmo, scopriamo che a partire dagli anni ’20 del ‘900, quando cioè Modica dovette cedere il titolo di provincia a Ragusa, la città ha avuto un moto di orgoglio e di ricerca della propria identità che è passata anche attraverso la gastronomia locale. Proprio in questo periodo, infatti, sono nate le principali cioccolaterie modicane, come l’Antica Dolceria Rizza. Peppe Rizza, titolare dell’azienda, sembra quasi Willy Wonka per la passione e la gioia che mette nel preparare il cioccolato e narrarne la storia.
Willy Wonka, però non era modicano. Chissà quanto più gustosa sarebbe stata la sua fabbrica se avesse mai assaggiato l’esplosione di sapori che questa prelibatezza crea nel palato. @Diego Funaro


Carciofi alla giudia, istituzione della cucina romana

Cucina romana, carciofi mammola alla giudia

A Roma alcuni piatti tipici sono praticamente un’istituzione e fanno parte della cultura e del vissuto di ogni romano. Un caso particolare è rappresentato dai carciofi alla giudia, probabilmente la pietanza più famosa della cucina giudaico-romanesca. La ricetta ha un’origine antica ed è il risultato dell’incontro di più culture: quella ebraica spagnola, siciliana e romana, con due prodotti tipici della zona: il carciofo mammola che localmente è chiamato cimarolo”, le cui caratteristiche sono la forma tondeggiante e l’assenza di spine e l’olio extravergine d’oliva laziale. L’incontro avvenne quando il Papa Paolo IV stabilì nel 1555 con la bolla Cum nimis absurdum, pesanti limitazioni e obblighi per tutti gli ebrei. Tutte le persone di religione ebraica furono costrette a vivere in luoghi separati da chi professava la religione cattolica. Nacque in questo modo il ghetto di Roma, uno dei quartieri più belli della Capitale. Qui trovarono ospitalità anche gli ebrei di Spagna e Sicilia cacciati da Isabella di Castiglia nel 1492. Spagnoli e siciliani portarono a Roma le loro ricette, nate dai territori d’origine e dalla convivenza con i musulmani. Queste ricette, fondendosi con la cucina romana diedero vita a carciofi fritti due volte in olio d’oliva, conditi con sale e pepe, che assumono una forma simile a quella di fiori aperti. Si dice che questo piatto fosse consumato principalmente alla fine della celebrazione ebraica dello Yom Kippur o Giorno dell’Espiazione, e che fosse apprezzato anche dagli altri romani che andavano a gustarlo al ghetto. Furono i romani non ebrei, infatti, a denominare questi carciofi “alla giudia” e cioè “alla giudea”. Probabilmente la calendarizzazione dei carciofi alla giudia come cibo rituale non è esatta, perché i cimaroli sono un ortaggio primaverile, mentre lo Yom Kippur cade in periodi diversi, ma il legame dei romani con questo piatto dalle radici antiche è indissolubile. ©Diego Funaro


Frappe e castagnole: alla ricerca di Saturno

Dolci di Carnevale

Non sono soltanto maschere e carri allegorici a caratterizzare il periodo di carnevale. L’Italia, infatti, ha una ricca tradizione gastronomica che segna tutto l’anno e in particolare i momenti di festa tra i quali, appunto, il carnevale. Durante i festeggiamenti carnascialeschi, che seguono immediatamente le Festività natalizie (dal 17 gennaio, giorno di sant’Antonio Abate, al martedì precedente le ceneri) le tavole del Bel Paese si arricchiscono di dolci fritti, in particolare castagnole e frappe. Queste ultime hanno numerosi nomi che variano da città a città e nelle diverse regioni; per esempio in Toscana sono dette cenci, in liguria bugie, nel bolognese sfrappole, e al centro-sud sono chiamate chiacchiere.

La storia delle castagnole è relativamente recente, risalgono al ‘700, quella delle frappe ha radici molto più antiche, infatti esistevano già nell’antica Roma. Le prime, che evidentemente prendono il nome dal frutto autunnale, sono delle palline di pasta fritte o infornate e poi spolverizzate di zucchero o coperte di miele. Delle castagnole si trova traccia in un manoscritto viterbese della fine del Settecento. Qui se ne descrivono quattro ricette, di cui tre prevedono la frittura e una soltanto la cottura in forno. Alcuni sostengono che già un secolo prima, due importanti cuochi delle famiglie D’Angiò e Farnese preparassero le castagnole, usando però il nome di struffoli alla romana.

Per cercare la nascita delle frappe, dobbiamo trovare l’antenato dell’odierno carnevale. Nell’antica Roma, durante l’inverno, si celebravano i Saturnali, feste solenni in onore di Saturno, durante le quali alcune leggi erano sospese e le distanze sociali quasi si annullavano. Durante i Saturnali, l’atmosfera festosa portava frequentemente a eccessi enogastronomici che si concludevano in orge. Di questi eccessi erano un ingrediente sempre presente le frictilia, strisce di pasta fritte nello strutto, molto simili alle odierne chiacchiere. Il ricorso alla frittura nel grasso di maiale, così come le grandi quantità prodotte di questo cibo rituale, indicavano ricchezza e generosità della terra, per rievocare l’opulenza e l’uguaglianza del tempo mitico governato da Saturno. ©Diego Funaro


Destinazione Biella

Biella per chi non la conosce, probabilmente fa pensare a un’imprecisata zona industriale in Piemonte. Almeno questo e poco più è quello che a molti è stato insegnato a scuola. L’industria tessile, in effetti, è tutt’ora un importante forza trainante del biellese che, però, offre molto altro a chi voglia conoscerne l’atmosfera.

Per il blog tour #destinazionebiella la prima tappa è stata proprio una visita a Casa Zegna, a Trivero. Il museo sorge nelle immediate vicinanze del lanificio e ospita, oltre ad abiti di diverse epoche e lane di svariati tipi e in diversi stadi di lavorazione, l’archivio storico, laboratori e mostre temporanee. Abbiamo avuto modo di scoprire come accanto alla ricerca dell’eccellenza nel campo della lana, già più di un secolo fa, Ermenegildo Zegna avesse in mente il sogno di rendere migliore il territorio in cui vive l’azienda e migliorare così anche la vita di dipendenti e collaboratori. L’industriale concretizzò le sue idee, piantando oltre 400.000 conifere e innumerevoli rododendri nell’Oasi Zegna, ampia zona alpina aperta a tutti in cui godere del paesaggio, svolgendo diverse attività: dallo sci alle ciaspolate in inverno, alle escursioni e mountain bike nei mesi non innevati. Il fondatore del lanificio fu anche un uomo in grado di cogliere le opportunità nei momenti critici, non solo per sé, ma per tutti i suoi dipendenti. Infatti, durante la seconda guerra mondiale, per compensare i cali di produzione e la conseguente disoccupazione di molti operai, iniziò la costruzione della “Panoramica Zegna” una strada provinciale di quasi 45 chilometri che giunge da Biella fino in montagna, impiegando nei cantieri i suoi stessi operai tessili. [continua dopo le foto]

Dal primo impatto con l’anima industriale dell’area, è solo apparentemente complesso il passaggio verso altre facce di questa zona ricca di tesori nascosti. La tradizione enogastronomica e i prodotti tipici sono stati una piacevole scoperta. I formaggi sono stati i protagonisti di ogni tavolata, come nella prima cena nell’hotel Bucaneve o nel pranzo alla Cascina la Noce. Toma, maccagno ed erborinati hanno accompagnato polenta e confetture o sono stati degustati con del buon vino come il Canavese Nebbiolo. Interessanti e confermate dai sapori sono state le informazioni sul metodo di produzione di questi prodotti, ad esempio sfruttando la naturale produzione di latte degli animali, senza stressarli e sfruttarli oltre le loro possibilità, come invece avviene con i metodi industriali. A conclusione del pranzo alla Cascina la Noce, oltre a dolci fatti in casa con prodotti biologici a km zero, ci è stata offerta una meravigliosa grappa. Quest’acquavite è prodotta sul posto con un distillatore di rame che sfrutta la complessa e delicata tecnica “a bagnomaria alla piemontese”.

Per passare dal profano al sacro, bastano pochi chilometri da Biella. Precisamente a Oropa, a 1.162 metri di altitudine, sorge un imponente santuario, patrimonio UNESCO, che architettonicamente rimanda ad atmosfere francesi, rievocando la grandeur settecentesca d’Oltralpe. Si tratta del Santuario della Madonna nera di Oropa, il principale complesso devozionale mariano delle Alpi. Alla monumentalità di questo luogo sacro hanno contribuito alcuni tra i più importanti architetti sabaudi come Arduzzi, Beltramo, Bonora, Galletti, Gallo, Guarini e Juvarra. La lunga evoluzione del Santuario scorre tra il IV secolo, quando Sant’Eusebio avrebbe portato qui dalla Palestina la statua della Vergine, e il 1960, anno della consacrazione della Basilica Superiore, che con la sua cupola domina tutto il complesso e la valle sottostante. Il cuore di tutto il complesso è la seicentesca Basilica Antica. Questa struttura di pietra scura, che contrasta con il chiarore dei successivi edifici del Santuario, sorge dove anticamente era la chiesa di Santa Maria e in modo simile alla Porziuncola di Assisi, valorizza e protegge una piccola chiesetta antica: il Sacello Eusebiano, che da sempre conserva la statua della Madonna. L’insieme degli edifici non è formato solamente da chiese, ma comprende anche un museo dei tesori che ospita preziosi oggetti devozionali ed ex voto, oltre a dipinti, gioielli e progetti architettonici. Tutti oggetti legati alla storia del luogo sacro. Nei corridoi del palazzo che accoglie il museo, è facile notare come molti sportivi testimonino la loro devozione a questo santuario. Troviamo, infatti, molte maglie di calciatori come Gilardino del Milan, che ringrazia per la vittoria della Champions League, oltre a maglie di atleti provenienti dagli sport più disparati.

Se non basta l’immersione nell’imprenditoria, nel mangiar bene e nella religione, attorno a Biella si può anche vivere il Medio Evo. Infatti a Candelo c’è il “ricetto” meglio conservato d’Italia. Per capire cosa sia un ricetto possiamo percorrere due vie: la prima è quella etimologica. La parola deriva dal latino receptum e sta a indicare un rifugio. La seconda via è per chi abbia familiarità con Tolkien e il Signore degli Anelli. Il ricetto, è una cittadella fortificata in cui erano conservati beni di prima necessità sia della popolazione, sia del signorotto. Le costruzioni che normalmente erano adibite a magazzino, durante gli attacchi nemici diventavano anche abitazione per gli abitanti di Candelo. Tornando a Tolkien, appare evidente l’analogia con il Fosso di Helm che offre riparo agli abitanti di Rohan. E in questa cittadella medievale, dietro le mura e tra le stradine di ciottoli chiamate rue (con chiara derivazione dal francese), si ha continuamente l’impressione di camminare in un romanzo fantasy o in un libro di storia. Un’ottima guida ci ha aiutato a immergerci ancora di più nel periodo in cui il ricetto è nato, spiegandoci come vivevano le persone dell’epoca: evitando l’acqua, senza calzature, con abiti di tela marrone (a parte i nobili e i signori) a cui si potevano cambiare le maniche e che indossavano sempre, cambiando solo le “braghe di tela” chiamate “mutante”.

Solo passando qualche giorno in un luogo ci si rende conto di come l’immagine che se ne ha prima del viaggio sia spesso lontana dalla realtà. Come diceva Sant’Agostino: “il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge una pagina soltanto”. Di questo libro, l’Italia rappresenta un capitolo meraviglioso che solo viaggiando si può apprezzare a pieno. E di questo capitolo, il biellese è un paragrafo da non saltare assolutamente. ©Diego Funaro


Il sapore delle Alpi biellesi: Fricc del marghe’ (Fritto del margaro)

fritto del margaro

La cucina e i piatti tipici rappresentano uno specchio dei territori. Per questo non basta “vedere” un posto, ma serve anche “gustarlo”, andando alla ricerca di sapori antichi e cercando le storie dietro a una determinata pietanza. Nel biellese, poco distante dal Santuario d’Oropa, inerpicato a oltre 1.000 metri sulle Alpi, si può vivere e sperimentare questo incontro tra luogo e gusto. Il “Fritto del margaro” è uno dei piatti tipici della zona e già dal nome capiamo il perché: il margaro è, in quest’area del Piemonte, colui che cura la “malga” che è sia un pascolo alpino, sia il luogo dove si fanno burro e formaggio. In pratica il Margaro è l’addetto all’allevamento di bestiame e a tutte le attività legate a latte e formaggio. Come per tante altre prelibatezze di origine contadina in giro per l’Italia, anche questo è un piatto povero, con pochi ingredienti selezionati dall’attività di chi l’ha inventato. È noto che per resistere al freddo montano, l’alimentazione migliore sia quella più grassa, spesso ricca di proteine: il Fritto del margaro non fa eccezione ed è una sintesi degli ingredienti che gli allevatori avevano e hanno a disposizione per preparare qualcosa di buono e nutriente. Si tratta, infatti, di uova, formaggio e pomodori fritti nel burro e accompagnati spesso da pane o polenta. È semplice, ma già dal profumo racconta secoli di storia, e a gustarlo si capisce che se le persone sono ciò che mangiano, i luoghi sono ciò che offrono in cucina. @Diego Funaro


Mirabilia 2014: scoprendo il territorio di Perugia

Troppo spesso il riconoscimento di un luogo come patrimonio UNESCO è visto come un traguardo: non la pensano così 10 città italiane che hanno nel proprio territorio almeno un Patrimonio dell’Umanità. Per loro si tratta di un punto di partenza, un incentivo a tutelare e far conoscere maggiormente luoghi preziosi che appartengono a tutti.

In quest’ottica nasce il progetto “Mirabilia – European Network of UNESCO Sites” al quale finora hanno aderito le camere di commercio di Brindisi, Genova, La Spezia, Matera, Messina, Padova, Perugia, Salerno, Udine e Vicenza.

Ogni anno Mirabilia mette in contatto domanda e offerta turistica, con la Borsa del Turismo Culturale. L’edizione appena conclusa si è svolta a Perugia; qui oltre a buyer provenienti da 20 Paesi e operatori locali, sono stati invitati anche 10 blogger da diverse regioni italiane, Germania, Spagna e Stati Uniti.

In questo viaggio abbiamo conosciuto persone che credono nelle tradizioni artigianali ed enogastronomiche locali, mantenendole vive, spesso rinnovandole. (continua dopo le foto).

Marta, pronipote di Giuditta Brozzetti, gestisce l’omonimo Laboratorio di Tessitura a Mano, mostrando con passione come l’arte tessile medioevale sia ancora visibile nell’alta moda italiana.

Sandro Gonnella fonde arte, design, sartoria e artigianato per creare gli occhiali sartoriali Ozona, pezzi unici apprezzati anche da nomi noti dello spettacolo.

Maria Antonietta Taticchi usa le tradizionali tecniche della ceramica di Deruta nel suo laboratorio “Il Pozzo delle Ceramiche” nel centro di Perugia, dove non si limita a riproporre tipiche decorazioni, ma dipinge su piatti, vasi, tazze e altri oggetti paesaggi e architetture dell’area perugina.

Anna Fornari crea gioielli dall’aspetto più che moderno, rinnovando un’arte antichissima, ispirandosi alla natura e alla quotidianità.

L’immersione nella storia dei mestieri non poteva saltare il Museo-Laboratorio di Vetrate Artisiche Moretti Caselli, dove nel 1859 Francesco Moretti iniziò la sua attività, portata avanti oggi dai suoi discendenti che mostrano orgogliosi le opere d’arte su vetro.

Le tradizioni umbre sono anche legate alla tavola e al mangiar bene. Abbiamo avuto la fortuna di vivere una lezione di cucina all’Università dei Sapori con lo Chef Riccardo Benvenuti, imparando da lui alcuni segreti del mestiere per non essere banali anche con i classici piatti tipici. Come dicevano i Romani, “repetita iuvant”. E così, c’è stato anche un secondo mini corso di cucina. Ad insegnare, tra le altre cose, la complessa semplicità dei Pici con le briciole è stato lo Chef Roberto Russo, che mi ha accolto in un convento cinquecentesco, ora trasformato in agriturismo nei pressi di Tuoro sul Trasimeno, al confine tra Umbria e Toscana.

Alla base dei piatti dei due chef, come di buona parte della cucina regionale umbra, c’è l’olio extravergine d’oliva, noto in tutto il mondo per l’eccellente qualità. E legato a queste terre da sempre (gli Etruschi lo usavano soprattutto in riti religiosi). Abbiamo avuto la fortuna di sentirne il profumo e il sapore visitando la Fattoria Palombaro, a Monte del Lago, sulle sponde del Trasimeno, dove Luca produce dell’ottimo olio seguendo le orme del bisnonno Ottavio Palombaro, che acquistò negli anni ’20 la struttura e iniziò la produzione.

Tradizioni di famiglia e passione per ciò che si fa sembrano una costante nelle terre perugine: è facile rendersene conto anche inebriandosi degli aromi e dei profumi dei vini nelle Cantine Lungarotti, a Torgiano. Qui nascono i Rubesco e i Torre di Giano, vini D.O.C. e D.O.C.G. Sempre a Torgiano con una visita al MUVIT: il Museo del Vino Torgiano si comprende come in questi luoghi il vino sia una parte fondamentale della vita locale fin da tempi antichissimi; ad esempio Etruschi e Romani ne facevano largo uso.

Mangiare in Umbria significa anche norcineria, con gli insaccati e i salumi tipici di Norcia, città natale di San Benedetto, patrono d’Europa. E poiché questa regione è stata terra di santi, è d’obbligo fare tappa ad Assisi, nei luoghi del patrono d’Italia San Francesco. La basilica Superiore con gli affreschi di Giotto, rende attuale e universale l’esempio di vita del Santo. Ma è nella Porziuncola, la piccola chiesetta custodita all’interno della maestosa basilica di Santa Maria degli Angeli che si può entrare più in contatto con lo spirito francescano, fatto di semplicità e gioia. Qui è dove il “poverello di Assisi” morì, cantando serenamente le lodi di Dio.

Tra i luoghi che in qualche modo dialogano con l’anima, in Umbria, merita di essere citata la chiesa di San Salvatore, a Spoleto. Questo sito UNESCO è una meraviglia dell’architettura longobarda la cui origine è del V secolo, ma furono proprio i longobardi nell’VIII secolo a darle l’aspetto con cui è arrivata fino a noi.

Il viaggio di Mirabilia 2014 è proseguito a Gubbio, dove le architetture, sia religiose sia civili, danno un aspetto solenne e nobile a tutta la città. Due esempi sono la chiesa di San Francesco, posta ai piedi del centro abitato, che si sviluppa in altezza, e il Palazzo dei Consoli che domina dall’alto.

Ultima tappa del percorso attorno a Perugia è stata Città della Pieve, più vicina a Siena che non al capoluogo umbro. Qui siamo stati accolti dall’Adorazione dei Magi del Perugino. L’incantevole affresco cinquecentesco è custodito nell’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi una piccola sala che ospita anche gli abiti cerimoniali della Confraternita dei Bianchi.

L’arrivederci in questi posti in cui il passato parla al futuro e il nord si incontra con il sud, ci è stato dato con il suono dei tamburi e i volteggi di un gruppo di sbandieratori in abiti rinascimentali: un’emozione in più nel cuore geografico d’Italia ©Diego Funaro


Pici con le briciole: un piatto povero e ricco di sapore

pici con le briciole

Pochissimi ingredienti, a volte, possono diventare un piatto gustoso e rappresentativo di un territorio. Accade così che quasi solo con acqua, farina e poco altro, sui colli attorno al lago Trasimeno, nell’area tra Perugia e Siena, nasca un piatto povero, ma ricco di tradizione: I pici con le briciole. È un tipo di pasta lunga, più grande degli spaghetti, della larghezza dei tagliolini, ma con uno spessore differente. Dev’essere preparata rigorosamente a mano. Nonostante la sua diffusione giunga fino a Viterbo, e siano molto apprezzati in tutta la zona nord dell’Umbria, i toscani affermano con fierezza di aver inventato questa pasta. In realtà i pici cambiano semplicemente nome in aree diverse e sono chiamati ad esempio “strangozzi”, “stringozzi” o “umbrichelli” fuori dalla Toscana. Comunque si vogliano chiamare, valgono un viaggio tra la Maremma e la Tuscia, come parte dell’esperienza di questi territori. ©Diego Funaro


Pretzel: il pane tedesco nato in Italia

pretzel - Diego Funaro - DirezioneItalia

L’Italia del mangiare bene è conosciuta soprattutto per i caratteristici piatti della dieta mediterranea. Eppure anche nella storia di cibi che non crediamo tipici del Bel Paese, si nasconde un passato italiano.

È il caso dei pretzel: un tipo di pane croccante fuori e morbido all’interno, con la caratteristica forma di braccia incrociate. Questo tipo di pane, molto saporito, soprattutto per la presenza del sale grosso in superficie, è noto anche con altri nomi, tra i quali: breze, brezn, prezl, Molti lo identificano subito con la Baviera e non a caso Monaco, capitale di questo Stadt è considerata la città italiana più a nord, come abbiamo raccontato QUI.

Il pretzel è comunque diffuso in buona parte dei paesi di lingua tedesca: Austria, Svizzera e, ovviamente, Germania. Anche nel nostro Alto Adige/Südtirol sono uno spuntino apprezzato, così come in Alsazia.

L’area d’origine dei pretzel è, infatti, quella tra Italia, Svizzera e Austria e la data di nascita, avvolta nella leggenda, risale ai primi anni del 600.

La storia mitica di questi panini ci dice che a inventarli fu un frate italiano, che utilizzò avanzi dell’impasto del pane, dandogli la forma di braccia in gesto di preghiera e con tre fori a simbolo della Santissima Trinità. Diede questa merenda in regalo ai bambini che imparavano a memoria preghiere e versi dei testi sacri. Il nome “pretzel” deriverebbe, infatti, dalla parola latina pretiola e cioè “piccola ricompensa”. Un’altra possibile origine del nome sarebbe da ricondurre a un altro termine latino: brachiola ovvero “piccole braccia”, poi mutato in brazula, per la forma del brezl a rappresentare le braccia incrociate. ©Diego Funaro


Cosplay: un nuovo costume

Testo e foto di Stefano Filosofi

Alla fine degli anni ‘80 entrare nella nuova generazione significava essere nati sotto il segno dell’Orsa maggiore, cioè sotto l’influenza degli anime giapponesi trasmessi su reti private e locali come Mediaset e Sette gold, allora syndication. Questo fenomeno scatenò l’interesse di una moltitudine di giovani verso la cultura giapponese, che nel frattempo era stata incubatrice di una nuova moda, il cosplay, l’arte di travestirsi dal proprio personaggio preferito, che si tratti di manga, anime, film o qual si voglia entità fittizia o reale e allo stesso tempo iconica e riconoscibile.

Quest’arte era stata ripresa dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’70, quando i primi fan di Star Trek iniziavano a radunarsi mascherati. Questa moda si diffuse in tutto il globo e, durante gli anni ‘90, approdò in Italia. Oggi il nostro paese è patria dei migliori cosplayer a livello europeo. Ad una prima impressione potrebbe sembrare un evento simile al nostro carnevale, ma a livello simbolico le due manifestazioni non hanno quasi nulla in comune. L’arte del cosplayer ha radici culturali ben diverse e le persone che si travestono vogliono rappresentare dei personaggi immaginari fantasticando di acquisirne capacità e caratteristiche, ma vantandosi più che altro per la somiglianza all’originale e per la bravura nella creazione del costume. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Alla domanda «Qual è la cosa più bella per un cosplayer?» fatta a Giorgia Vecchini vincitrice nel 2005 del concorso internazionale World Cosplay Summit, tenutosi a Nagoya, lei risponde: «Fare cosplay è divertente perché si conoscono un sacco di persone. È una passione molto creativa che implica, richiede e sviluppa diversi tipi di competenze ed è un altro modo, colorato e multisfaccettato, di vivere la propria passione per l’animazione giapponese e non e per i fumetti in genere. Inoltre è molto gratificante: tutte quelle foto per cui si posa durante gli appuntamenti fieristici e i complimenti ricevuti danno indubbiamente soddisfazione. E poi fa sognare: per un giorno si può diventare in tutto e per tutto il personaggio che si è deciso di interpretare». Il cosplay oltre ad essere catalizzatore di fantasie inespresse è anche luogo di incontro e di ritrovo per i molti ragazzi che fanno conoscenza in rete condividendo la stessa passione.

Anche il mercato ha intuito il possibile guadagno e questi raduni sono tenuti sempre più spesso all’interno di manifestazioni organizzate in modo da intrattenere lo spettatore, pubblicizzare al meglio icone e marchi e vendere prodotti di ogni genere. Ed è in questo panorama che nascono alcune tra le manifestazioni più importanti del paese come Lucca Comics&Games (che si svolge proprio a ridosso di Halloween), Romics e Comicon. Qui affluiscono migliaia di partecipanti cosplayer e appassionati di ogni sorta: dai fumettofili ai videogamers, dagli amanti del cinema a quelli dei giochi di ruolo e ai collezionisti di gadjet.

Un fenomeno quindi in piena espansione che promette di non rimanere relegato alla nicchia degli appassionati di manga e anime, gli Otaku. © Stefano Filosofi


Roma profuma di cacio e pepe

Cacio e pepe

Non si può dire di conoscere Roma senza aver mangiato almeno una volta la “Cacio e Pepe” in una delle sue innumerevoli trattorie. È uno dei piatti tipici della tradizionale cucina povera romana, dalla preparazione semplice soltanto in apparenza e con pochi ingredienti selezionati con cura: primo fra tutti il pecorino romano D.O.P.
Come ogni piatto tipico ha una storia che affonda le sue radici in un passato indefinito e che sconfina nel mito. Le origini sono quelle dell’agro romano e di buona parte del centro Italia, fino ai monti abruzzesi e umbri, con pastori che stavano lontani da casa per diverso tempo e portavano con loro del cibo che si conservasse abbastanza a lungo e fosse anche gustoso e nutriente. In questo caso: pasta secca, pepe e formaggio di pecora stagionato. Già nel ‘700 la pasta condita semplicemente con del formaggio era diffusa in buona parte del Bel Paese e in “Viaggio in Italia” Goethe, descrivendo la cucina di Napoli, accenna: <<i maccheroni si cuociono per lo più semplicemente nell’acqua pura e vi si grattugia sopra del formaggio, che serve ad un tempo di grasso e di condimento>> . Nei secoli la ricetta originaria è stata canonizzata e per poi subire parecchie varianti, dal tipo di pasta che spazia dai classici spaghetti, fino a tonnarelli e rigatoni, al metodo di preparazione. Ogni osteria a Roma e dintorni, comunque vi assicurerà che la sua è la “vera Cacio e Pepe”. In ogni caso quando siete nella capitale, assaggiarla è quasi un obbligo. @Diego Funaro