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Lo Stadio dei Marmi e la filosofia dello sport

Alcune delle statue di marmo dello stadio Pietro Mennea
Alcune delle statue di marmo dello stadio Pietro Mennea

L’attesa è un incantesimo. Diceva il filosofo della parola. Era un francese.

Ma l’attesa, si dirà, è una parola assente nel freddo del marmo, come nel caldo del marmo.

Parola in potenza, non detta, che presuppone un “via!” al gesto, al movimento. Ma questo marmo è immobile quanto muto, aspetta qualcosa o qualcuno? che fa? È appunto in attesa. Il marmo stesso è una parola immobile o un silenzio in movimento. Sì, perché questi uomini di marmo (o son dei?) stanno per muoversi, sono nell’istante prima, tra il bianco e il nero, lo stato e la dinamica. In attesa. In un incantesimo.

Dettaglio del lanciatore del disco allo stadio dei Marmi

Ognuno di loro, con la palla, con l’arco, con il disco, nell’infilarsi i guanti, nel mirare l’obiettivo con gli occhi fissi, ognuno si trova nell’istante prima.

Nella premonizione del gesto. In un pre-momento, in ciò che precede.

Vi è la pre-visione del gesto atletico, della traiettoria, del millimetrico lancio, dello spostamento sottile del peso per perseguire il migliore dei risultati.

La pre-stazione sportiva è tutta nell’istante che precede l’esplosione muscolare. La perfetta levigatura del marmo la disegna pulsante.

Gigantesche statue di marmo circondano gli spalti dello stadio Pietro Mennea

La pre-parazione atletica è il lungo corso del corpo, che si genera e si migliora e si gonfia e si elasticizza per ottenere il premio. Ancora un pre.

La pre-stanza fisica incombe sugli avversari, si mostra ai bordi dello stadio, è la cornice dello sforzo e dello sfarzo che lo sport annuncia e propone e prepone alla gioia del vincitore.

Il traguardo, curiosamente, è un tra, né un pre né un post. Come dire che si trova nel mezzo di un percorso (non pre-corso) di cui nulla sappiamo prima (il prima è un pre) e nulla ricorderemo dopo, alla ricerca di un nuovo traguardo. Così è la gara, così è lo sport: essere sempre in mezzo alla competizione, alla lotta, al gioco, alla guerra, all’agonismo.

Lo stadio dei Marmi è circondato da alte statue bianche

Mai alla fine, mai all’inizio. Semmai al “via!”, quello per cui sono in attesa le statue di marmo attorno allo stadio.

E qui, senza che nessun intralcio alla vista ci possa rendere inutilmente ciechi, vediamo

nella fermezza della pietra la tensione del gesto, il gesto stesso, nella sua potenza e nella sua potenzialità (inespressa), sentiamo e comprendiamo il pensiero di quel gesto, l’intenzione. Ecco la filosofia della pietra: l’intenzione. Il pensiero del marmo: l’attesa. Il sentimento della durezza: la forza immobile.

Percepiamo vita in questa immobilità, perché immobile non è, almeno ai nostri occhi. È questa la via del marmo. ©Guido Bosticco

 

 


Cassata: un dolce siciliano in continua trasformazione

pasticceria siciliana

pasticceria siciliana

È un simbolo della Sicilia nel mondo ed è uno dei dolci più buoni della pasticceria italiana: parliamo della cassata. Questo dessert variopinto rappresenta pienamente la continua contaminazione culturale ed evoluzione dell’Isola. Come per molte altre pietanze siciliane, ad esempio le arancine, infatti, deve la sua nascita al periodo della dominazione araba, attorno all’XI secolo, cambiando continuamente fin quasi ai giorni nostri.

Fu Palermo a veder nascere questa torta. La leggenda narra che un contadino arabo ebbe l’idea di mescolare della ricotta di pecora con zucchero di canna in una ciotola e che, quando gli chiesero cosa stesse facendo, rispose semplicemente indicando l’utensile; pare che nell’arabo del periodo la ciotola si chiamasse “qasa’at” e perciò quell’impasto di formaggio e zucchero fu chiamato cassata. Ovviamente era ben lontano dalla decoratissima torta che conosciamo oggi. Le evoluzioni sono state numerose: con la prima si racchiuse quella crema nella pasta frolla e la si infornò. La tradizione vuole che questa iniziale variante avvenisse alla Kalsa, alla corte dell’emiro. Circa un secolo più tardi, durante il periodo normanno, sempre a Palermo, questa volta nel convento della Martorana, la ricetta fu modificata per la seconda volta, sostituendo l’involucro di pasta frolla con la pasta reale, a base di farina di mandorle, da poco inventata dalle suore dello stesso convento. La cassata diventava di volta in volta più aromatica, e la preparazione al forno fu sostituita da quella a freddo, passaggio reso possibile grazie all’utilizzo della pasta di mandorle (o reale). Con la dominazione spagnola arrivò, attraverso il Sud America, anche il cioccolato che divenne un altro ingrediente della cassata, aggiunto a gocce nella ricotta. Col passare del tempo, i contatti con le culture vicine e l’evoluzione dei gusti, la torta più famosa della Trinacria continuava a cambiare. Durante il periodo barocco, anche la forma della cassata si trasformava: si aggiunsero decorazioni di frutta candita che hanno dato a questo dessert un aspetto notevolmente elaborato e barocco. Nel XVIII secolo, fu il pan di Spagna, arrivato da Genova, ad aggiungersi alla preparazione. Per arrivare a quella che, almeno per il momento, è la ricetta definitiva della cassata siciliana, si arriva alla fine del 1800, quando il pasticcere palermitano Salvatore Gulì, adornò ulteriormente questa torta con delle strisce di zuccata e la rese celebre in tutto il mondo.

Come si può notare, la regina della pasticceria siciliana, è il risultato di incontri, mescolanze ed evoluzioni. La cassata ci mostra come quelle che crediamo essere nostre tradizioni, possano avere radici lontane o incerte e possano essere più mutevoli di quanto pensiamo. Il nome stesso della cassata non trova certezze neanche sfogliando un dizionario etimologico. Potrebbe derivare dal latino “caseum” per la ricotta che la farcisce, oppure dall’arabo “qas’at”, o ancora dall’inglese “glass” per la glassa di zucchero che la ricopre e che può ricordare un vetro opaco, smerigliato. ©Diego Funaro


Le origini della Pizza: storia di incontri di culture

Pizza patrimonio UNESCO

Per un napoletano la pizza è qualcosa di sacro. Alcuni anni fa lo spot di una nota catena di fast food, che mostrava un bambino che non voleva mangiare pizza perché avrebbe preferito un hamburger, aveva infastidito i napoletani che reagirono ironicamente con un “contro-spot” pro-pizza. Alcuni giorni fa i social hanno invece preso di mira la pizza che Carlo Cracco ha proposto in un suo ristorante, ritenendola poco appetibile e forse in linea più con la cucina spettacolo degli chef superstar, che con la tradizione. Anche in questo caso l’ironia è stata la risposta preponderante.

Come mai la pizza è così importante e radicata nella cultura italiana e napoletana in particolare? Probabilmente perché è dal XVI secolo che in Campania si mangia la pizza così come la conosciamo oggi.

cof

La sua origine, seppur con ricette e forme leggermente diverse, si perde nel tempo. Per questo, trovarne un’origine ben definita potrebbe risultare una chimera. Ma un viaggio nel Mediterraneo e indietro nella Storia, alla ricerca dell’origine etimologica della parola “pizza”, può aiutarci a capire qualcosa in più.

La prima traccia scritta di questo vocabolo risale a un testo del 997 e ci porta a Gaeta, tra Lazio e Campania, poi a un contratto di locazione del 1201 a Sulmona, in Abruzzo e successivi testi del centro e sud Italia. Il vocabolo più vicino per tempo e spazio è “pinsa”, termine napoletano derivato dal verbo latino “pinsere”, il cui significato è “pestare, battere, pigiare”: qualcosa che ricorda i gesti dei pizzaioli, intenti a impastare una buona pizza.

Arrivando con la mente ai Balcani, alla Turchia, alla Grecia e a Israele, notiamo la somiglianza della pizza, sia nel nome, sia nella forma con i panini schiacciati e tondi chiamati in quei paesi pide e pita (πίτα in greco e פיתה in ebraico). Questo tipo di pane, inoltre, può direttamente riportare alla mente le piadine. Anche qui la similitudine nel suono della parola, oltre che nel cibo in sé è evidente, soprattutto se consideriamo la pide turca.

Restando in Grecia, ma considerando il Greco antico, ci accorgiamo che, etimologicamente, la pizza potrebbe derivare dal verbo πήσσω (pèsso), che significa: rendo sodo, compatto. Proprio ciò che accade, nella preparazione di una pizza, quando si crea un impasto.

Se ci atteniamo a ciò che riporta il dizionario etimologico Cortellazzo Zolli, questo percorso ha una direzione diversa da quella fin qui ipotizzata. Si fa riferimento ai Longobardi e al germanico d’Italia “bizzo” o “pizzo”, oltre che al gotico “bita” e al tedesco moderno “bissen”, nel significato di “morso, boccone, pezzo di pane”. Allontanandoci ulteriormente, notiamo che anche i vocaboli inglesibit” e “bite” hanno la stessa radice germanica e lo stesso significato.

Non è soltanto la ricerca etimologica della parola pizza a portarci nella storia antica. Se cerchiamo l’origine di questo alimento, possiamo arrivare fino all’antica Roma. Molto prima della pizza come la conosciamo oggi, infatti, gli antichi romani erano soliti usare del pane tondo e schiacciato come se fosse un piatto per poggiare altri cibi. Ne abbiamo una testimonianza letteraria tramite Virgilio che nell’Eneide scrive:

Altro per avventura allor non v’era
di che cibarsi. Onde, finiti i cibi,
volser per fame a quei lor deschi i denti,
e motteggiando allora: «O – disse Iulo –
fino a le mense ancor ne divoriamo?».

Questa ricerca delle origini della pizza ci mostra come anche uno degli alimenti simbolo d’Italia abbia radici molto profonde nella Storia e non solo nelle tradizioni del Bel Paese. La sua fama mondiale è dovuta a un incontro avvenuto tra basso Lazio e Campania di ingredienti, lingue e culture diverse e lontane. Lontane come l’America…da cui proviene uno dei suoi ingredienti principali: il pomodoro.

A rendere la pizza un simbolo italiano di fama mondiale fu il pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito che, nel 1889, preparò una pizza con i colori della bandiera d’Italia usando pomodoro, mozzarella e basilico, in onore della Regina Margherita di Savoia. Un tipo di pizza simile, in verità, era già preparata a Napoli da circa un secolo, ma lievi modifiche e l’apprezzamento da parte della regina ne fecero un cibo non più soltanto popolare, ma amato anche dai nobili. In precedenza, infatti, la pizza era una pietanza venduta soprattutto in strada, uno “street-food” ante litteram, preparato e consumato principalmente dalle classi meno abbienti.

Oggi la pizza è diffusa in tutto il mondo, con ricette lontane dalla tradizione dei luoghi che l’hanno resa celebre. È facile, soprattutto all’estero, trovarne dai condimenti anche troppo particolari come prosciutto cotto e ananas. Per i puristi napoletani, invece, la vera pizza ha solamente due varianti (i meno integralisti arrivano al massimo a una decina): la marinara e la margherita. In ogni caso nella città della dea Partenope nessuno la considera un cibo che può essere rimodellato a piacimento, continuando a chiamarlo con lo stesso nome e sminuendo la complessità di azioni, emozioni e sensazioni che racchiude.

A loro l’UNESCO ha dato ragione: da dicembre 2017 ha inserito l’arte dei pizzaioli napoletani nell’elenco del patrimonio immateriale dell’umanità. Per l’UNESCO la vera pizza napoletana non è solo un cibo: include competenze particolari, gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto, esibirsi e condividere. Pizzaioli e ospiti compiono un rito sociale nel quale forno e bancone hanno la funzione di un palcoscenico.

Ecco perché la pizza è sacra in Italia e lo è maggiormente per un napoletano, perché rappresenta una parte della nostra storia e della nostra identità. In tutto il Bel Paese, soprattutto per i partenopei, questo alimento è ciò di cui ci si nutre e di cui si sono nutriti gli antenati che nel farlo hanno dato vita a una ritualità che resiste nel tempo.
© Diego Funaro


Sulla strada appena fuori Roma

A volte è bello fare i turisti nella propria regione. È quello che è capitato a me quando un amico mi ha chiesto di accompagnarlo per un breve viaggio nelle vicinanze di Roma perché gli mostrassi posti che non conosce. Il nostro piccolo tour sarebbe stato in macchina, così ho pensato a luoghi che, oltre ad avere la possibilità di fare sport, avere arte, cultura e ricchezze enogastronomiche, fossero anche lungo strade belle paesaggisticamente.

Il nostro itinerario ha visto come punto di partenza l’aeroporto di Fiumicino, dove siamo atterrati arrivando a Roma. Qui abbiamo noleggiato l’automobile che ci ha poi portato tra borghi di montagna, un 4×4 fornito da Tinoleggio che ha reso ancora più agevole e divertente il percorso. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

In poco più di un’ora, percorrendo un tratto di autostrada in direzione L’Aquila, per poi uscire sulla statale Tiburtina e svoltare sulla via Sublacense, eccoci arrivare alla prima tappa: Cervara di Roma, il centro abitato più alto dell’Area Metropolitana della Capitale, a 1.053 metri; secondo per altezza in tutto il Lazio. Ho scelto questo posto perché totalmente diverso da Roma, un borgo silenzioso, da cui ammirare la Valle dell’Aniene e prendere un caffè nel bar della piazzetta che è una terrazza sui monti, prima di passeggiare tra vicoli ricchi di sorprese: infatti Cervara di Roma è anche noto come borgo degli artisti, per i suoi numerosi murales e per le poesie dipinte sui muri del paese e sculture che spuntano improvvisamente dalle rocce della montagna a cui sono aggrappate le case. Qui per molti anni ha vissuto Ennio Morricone che ha anche composto delle musiche per questa cittadina. Cervara è anche nota per essere stata nominata “Borgo Ideale” per la qualità della vita, l’aria pulita, l’assenza di traffico nel centro e il rapporto tra edilizia e la natura circostante. Negli ultimi anni, il borgo è stato scelto come ambientazione per un film con Checco Zalone.

Dopo la nostra passeggiata abbiamo ripreso la macchina per continuare a salire sulla montagna, attraversando l’area faunistica del cervo percorrendo una ventina di chilometri e giungere a Monte Livata. Qui si possono trovare le aree più vicine a Roma per gli sport invernali oltre che paesaggi incantevoli e animali che pascolano liberamente. È facile imbattersi in cavalli che si aggirano tra le faggete e i boschi o in buoi e mucche che pascolano sulle praterie. Roma è a pochi chilometri, ma sembra davvero molto più lontana. Quest’area si trova nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini che si chiamano così per le abbondanti piogge che li bagnano. Il nome “Simbruini”, infatti, deriva dal latino “sub imbribus” e cioè “sotto le piogge”. Le precipitazioni contribuiscono a rendere rigogliosa la vegetazione e mutevole il paesaggio anche nell’arco della stessa giornata. Una nuvola passeggera che sfiora i rami degli alberi può rendere ancora più bianca la montagna innevata, dando l’impressione di camminare veramente su una nube. La magia del posto non ha colpito soltanto noi, Monte Livata, così come Cervara di Roma, è stata usata anche recentemente come location cinematografica; proprio tra i suoi alberi e tornanti è stato girato nel 2017 un film con Antonio Banderas, in cui i Simbruini rappresentano isolate montagne degli Stati Uniti.

Mentre il sole della prima giornata del nostro breve viaggio sta tramontando, ci spostiamo verso la nostra terza tappa: Subiaco che dista solamente mezz’ora dalle piste da sci, quindici chilometri di comodi tornanti con una vista sorprendente sulla Valle dell’Aniene.

Il secondo giorno è totalmente dedicato a Subiaco, uno dei borghi più belli d’Italia. La scelta di questo luogo nel nostro itinerario è stata dettata dalle infinite possibilità che offre: dallo sport, alla storia e all’arte, senza tralasciare la spiritualità e il paesaggio naturalistico. Subiaco è attraversata dal fiume Aniene e proprio nei pressi di uno dei suoi quartieri più antichi è possibile fare rafting e andare in canoa, chi invece preferisce l’arrampicata non resterà deluso dalle pareti appena fuori dal centro abitato. Noi comunque abbiamo preferito dedicarci alla natura e alla cultura che qui sono strettamente legate. Andando alla ricerca delle origini del nome della cittadina, si scopre che ha radici latine; qui, infatti, l’imperatore Nerone aveva costruito una sua villa e parzialmente modificato il corso del fiume Aniene, creando tre piccoli laghi. Sono proprio questi laghi a dare origine al nome “Sub Lacum” ossia “presso il lago” del primo insediamento. Dei tre laghetti originari ne resta soltanto uno e la leggenda vuole che qui Nerone pescasse con una rete di fili d’oro. Attualmente questo piccolo lago è chiamato laghetto di San Benedetto, perché si trova in una gola ai piedi del Monte Taleo, luogo in cui il santo visse in eremitaggio, intraprendendo la vita monastica e dando vita all’ordine benedettino. Attorno alla grotta in cui il giovane Benedetto visse per tre anni, in preghiera e meditazione, è nato uno splendido monastero, in cui il legame tra la roccia e le costruzioni umane è pressoché indistinguibile. L’importanza di questo monastero non è solo nella sua bellezza, ma nel suo notevole rilievo storico. Tra gli innumerevoli affreschi al suo interno, a colpire particolarmente è quello che raffigura San Francesco. La sua unicità sta nell’essere il solo ritratto del Poverello di Assisi dipinto mentre era ancora in vita. Non mostra, infatti, né le stigmate, né l’aureola ed è particolarmente realistico, Francesco infatti è raffigurato con un occhio più grande dell’altro per le conseguenze di un’infezione che aveva contratto durante un viaggio in Terra Santa e con le orecchie molto grandi. Poche centinaia di metri più a valle sorge un altro monastero, quello di Santa Scolastica, l’unico superstite tra quelli che san Benedetto fondò a Subiaco. L’atmosfera qui è diversa da quella del Sacro Speco, il connubio con le montagne è meno evidente, ma ugualmente si respira un’aria suggestiva. Anche Umberto Eco restò impressionato da questo posto, in particolare dalla sua biblioteca in cui sono conservati testi antichissimi impreziositi da miniature e in cui, per la prima volta in Italia, fu stampato un libro utilizzando la tecnica a caratteri mobili di Gutenberg. La biblioteca colpì così profondamente Eco da fargli nascere l’idea per uno dei suoi romanzi più noti: il nome della rosa. Questi due luoghi sacri si trovano al centro del Cammino di San Benedetto, percorso di circa 300 chilometri che attraversa i luoghi principali della vita del patrono d’Europa e le cui tappe più importanti sono Norcia, luogo natale di Benedetto, Subiaco, luogo in cui visse e in cui scrisse la famosa Regola e Montecassino, città in cui morì e dove si trova uno dei monasteri più famosi.

Abbiamo concluso la giornata con l’esplorazione del centro storico di Subiaco, dedalo di vicoli sormontato dalla Rocca Abbaziale, nota anche come Rocca dei Borgia. È qui, infatti che visse Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI, ed è qui che nacquero Lucrezia e Cesare Borgia, suoi figli illegittimi. L’austerità esterna del palazzo è bilanciata dall’eleganza delle sue stanze, decorate con affreschi di diverso genere che celebrano le nobili famiglie che vi hanno abitato e i luoghi nei dintorni di Subiaco.

Questi primi due giorni ci hanno visti fare sport, ammirare la natura e saziare la nostra curiosità storica e artistica, ma un viaggio, per essere completo, deve passare anche attraverso il gusto. Per questo motivo, la terza e ultima giornata del nostro fine settimana è stata all’insegna dell’enogastronomia, percorrendo una parte della strada del vino Cesanese, allontanandoci da Subiaco, per dirigerci da Affile a Piglio, passando per gli Altipiani di Arcinazzo sempre guidando l’auto a noleggio.

Andando a conoscere questo vino DOCG, scopriamo che ha una storia molto antica e che nasce proprio dalle colline attorno ad Affile, piccolo borgo vicino a Subiaco. Queste colline erano ricoperte da boschi, ma i romani ne tagliarono gli alberi per coltivare la vite su quei terreni. Il nome “Cesanese” nasce dal verbo latino “caedere” che significa “tagliare”, e ricorda proprio l’abbattimento di questi boschi. Il legame tra borgo e territorio è così stretto che nello stemma della città è raffigurato un tralcio di vite. Da questo piccolo borgo, il Cesanese si è diffuso su un’area più vasta che giunge nel cuore della Ciociaria, fino ad Anagni e a Piglio, dove ne è prodotto uno tra i più famosi: il Cesanese del Piglio. Questa cittadina è stata la nostra ultima tappa e qui abbiamo degustato dell’ottimo vino accompagnato da tipiche ciambelline e abbiamo passeggiato alla scoperta della sua anima medievale. Come gli altri luoghi attraversati in questi tre giorni e come il vino che nasce da queste terre, anche Piglio ha un nome di origine latina. Una leggenda vuole che Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore si trovasse a passare di qui in una giornata molto ventosa e che proprio il vento gli fece volare dalla testa il copricapo che in latino era chiamato “pilleus”.

Durante questo fine settimana, pur essendoci allontanati di poco da Roma, abbiamo potuto viaggiare, percorrere strade e renderci conto di quanto ciò che beviamo, i paesaggi che osserviamo, i libri che leggiamo, i borghi in cui viviamo o decidiamo di passare qualche giorno, affondino le loro radici nell’antichità e abbiano mille modi per incuriosirci e stupirci.

© Diego Funaro

 


Il torciglione umbro, un gustoso viaggio nel tempo

torciglione di natale

Non solo panettone e pandoro – benché questi siano ormai ampiamente diffusi sulle tavole italiane da Nord a Sud, sono dolci tipici di Milano e Veronai dolci del periodo di Natale sono moltissimi e cambiano di regione in regione, di città in città.

torciglione di natale

In Umbria per esempio, particolarmente nella zona di Perugia e del lago Trasimeno, il dolce tipico della vigilia di Natale è il torciglione. Questo dessert è a base di mandorle e miele con la forma di un serpente attorcigliato su sé stesso; da questa conformazione particolare deriverebbe il nome, ma le origini sono incerte e affondano le radici nella Storia.

Alcuni sostengono che in tempi remoti, in quest’area, alcuni culti pagani adorassero il serpente, specialmente nel periodo del solstizio d’inverno. Il rettile con le sue mute stagionali rappresentava la fine e l’inizio in un ciclo infinito; come  le stagioni, l’anno e l’accorciarsi delle giornate, che dal 21 dicembre ricominciano ad avere più ore di luce. Il cerchio e la spirale hanno significati affini e il torciglione ne rappresenta la sintesi.

Secondo altri, il dolce avrebbe radici cristiane. In questo caso la forma del serpente sarebbe un simbolo diabolico; il maligno sarebbe sconfitto ogni volta che si fa a fette il dolce che lo rappresenta.

Una terza possibilità non vedrebbe in questa figura un serpente, ma un’anguilla di lago e sarebbe legata a una visita di alcuni vescovi e cardinali alle monache di Isola Maggiore del Trasimeno. Si dice che gli alti prelati giunsero sull’isola di venerdì e per questo avrebbero dovuto mangiare pesce. Sfortunatamente la dispensa del monastero non era fornita, perciò una monaca pensò di utilizzare alcuni ingredienti che aveva a disposizione per preparare un dolce che avesse le fattezze di un’anguilla, tradizionalmente pescata in quella zona.

Un’ultima probabile origine sulle radici di questo dolce natalizio porterebbero al martirio di santa Anatolia che nel 249 fu rinchiusa in un sacco con un serpente, ma riuscì a salvarsi miracolosamente. Tuttavia quest’ultima ipotesi ci appare meno probabile, soprattutto perché lontano dalla zona di diffusione del torciglione.

Come sempre non vi daremo la ricetta, perché il suggerimento è quello di gustare i cibi tradizionali durante un viaggio nella loro zona di origine. © Diego Funaro


Bevagna, un borgo in cui rivive il Medioevo

In Italia le rievocazioni storiche e le feste a esse collegate sono innumerevoli, molte sono legate al Medioevo o al Rinascimento, soprattutto nelle città del Centro che nacquero o accrebbero la loro importanza proprio in queste epoche storiche. Tante tra queste rievocazioni sono semplici sfilate in costume, altre prevedono giostre o richiamano importanti celebrazioni antiche.

Una ci ha colpiti particolarmente, perché rende partecipi i visitatori di quella che era la vita quotidiana nel periodo tra il 1200 e il 1300: parliamo del “Mercato delle Gaite” che si svolge a Bevagna, uno dei borghi più belli d’Italia a pochi chilometri da Perugia, in Umbria, alla fine di giugno.

Che cosa sono le gaite? Sono i quattro quartieri che suddividono la città: San Giorgio, San Giovanni, Santa Maria e San Pietro. La parola “gaita” sembra derivare dal longobardo “watha” che significa “guardia”. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

 

La particolarità di questa festa, che da trent’anni anima questa città, è che rende possibile assistere e partecipare a quelli che furono gli antichi mestieri diffusi in quella zona. Volontari in costume soffiano il vetro, tessono la seta, battono monete, fanno la carta o la pergamena oppure tingono tessuti, secondo le modalità medievali. C’è chi spiega in modo didascalico, chi attorno a un mestiere ha creato degli spettacoli teatrali, chi coinvolge lo spettatore e lo invita a provare. In ogni caso, si è catapultati indietro di oltre 600 anni, quasi come Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”.

Questo viaggio nel tempo dà un’idea diversa da quella che hanno molti su questo periodo storico. Non era, infatti, un’epoca buia, grigia e ignorante poiché, sebbene la cultura alta non fosse alla portata di tutti, nei monasteri, per esempio, si conservava il sapere grazie agli amanuensi, ai miniatori, ai rilegatori e a tutti coloro che hanno permesso a libri ben più antichi del Medioevo stesso, di giungere ai giorni nostri. Inoltre ci si può rendere conto di quanto l’attenzione all’ambiente fosse paradossalmente maggiore all’epoca, che ai giorni nostri. Nella produzione di qualsiasi materiale e oggetto, si riutilizzava ogni cosa, nulla era gettato via, probabilmente per la consapevolezza del valore del tempo e della fatica che costava produrre anche solo un bicchiere, una pagina, una moneta.

Il Mercato delle Gaite non è soltanto una rievocazione con una sorta di laboratorio didattico e di spettacoli teatrali; ogni quartiere, rappresentando alcuni antichi mestieri, è in gara con gli altri e alla fine della settimana di feste è eletta la gaita vincitrice. Bevagna durante questa festa continua a scorrere nel presente, ma la magia dell’evento fa dimenticare la frenesia moderna e porta ad immergersi nelle emozioni di un passato lontano. ©Diego Funaro


Fave e pecorino: il cibo del primo maggio dalla morte alla vita

fave e pecorino copy
A Roma e dintorni il primo maggio coincide con una ricca mangiata di fave e pecorino. Questa tradizione è antichissima e affonda le sue radici nel mondo classico, ben prima che questa data fosse legata alla festa dei lavoratori. Il formaggio e il legume sono cibi simbolici e propiziatori di abbondanza e fecondità, sebbene inizialmente il significato dato alle fave fosse legato al lutto,

La morte era associata al fiore bianco a macchie nere di questo legume. Nell’antica Grecia, infatti, il bianco era il colore del lutto e le macchie a forma di lettera “θ” (theta), iniziale di θανατοσ (thanatos che significa morte in greco) enfatizzavano quest’idea. Si riteneva, inoltre, che nei semi delle fave abitassero le anime dei defunti e che queste utilizzassero i gambi, cavi, della leguminosa, per raggiungere l’aldilà. Pitagora accenna a questo lato funereo delle fave. Platone, invece, sosteneva che il gonfiore indotto dalle fave, fosse legato a una tranquillità spirituale carente.

Nel mondo romano, inizialmente, l’interpretazione non è molto differente. I frutti di questa pianta, però, con il tempo iniziano ad assumere un significato ben diverso. Per analogia estetica con i genitali, sia maschili, sia femminili, si inizia ad attribuire un senso di fecondità alle fave. I Romani, notarono una somiglianza tra i semi e i testicoli e tra un baccello aperto e la vagina. Così il legume divenne pian piano un cibo afrodisiaco. Da recenti studi sembrerebbe che i Romani avessero ragione: alcune sostanze contenute nelle fave, favorirebbero effettivamente l’attività sessuale.

Il pecorino ha anch’esso origini nell’antica Roma e nella Grecia classica. Ne parlano, tra gli altri, anche Ippocrate, Varrone e Plinio il Vecchio. Questo formaggio si conservava a lungo, anche per l’alta quantità di sale contenuto ed era un cibo adatto a essere trasportato, aveva per di più ottime proprietà nutritive e per ciò era adatto ai legionari.

Ma perché la festa dei lavoratori? La fine di aprile e l’inizio di maggio sono l’inizio del periodo dei raccolti e inaugurarlo mangiando i semi di una pianta che rimanda all’opulenza era di buon auspicio. Il pecorino non ha particolare valore simbolico o rituale, ma è un cibo legato all’abbondanza di latte e il suo sapore intenso e piccante si abbina perfettamente con la dolcezza della fava. Nel corso dei secoli a Roma si è continuato ad associare il primo maggio alle fave col pecorino e il fatto che questo sia un giorno festivo ha notevolmente contribuito alla conservazione del rito, perché sia il formaggio stagionato, sia il legume fresco sono facili da trasportare e, dunque, ideali per un pic-nic. Inoltre il non dover cucinare nulla rende ancora più agevole il tramandare questa tradizione. Naturalmente c’è chi ne fa delle varianti, inserendo questi ingredienti come base per altri piatti, o consumandoli come antipasto o dessert. In qualunque modo si vogliano gustare queste pietanze, per un romano andranno sempre abbinate a un vino rosso dei Castelli, perché da queste parti si dice che “l’acqua fracica li ponti e aruzzonisce le budella” (fradicia i ponti e arrugginisce le budella). © Diego Funaro


La frisella, un pane che viaggia per mare

origine delle freselle

crespelle

È probabile che tutti ne abbiamo sentito parlare almeno una volta e molti di noi l’hanno anche assaggiata: è la frisella, una ciambella di pane biscottato tagliata a metà, tipica della Puglia e della Campania, ma diffusa anche in altre zone del Sud Italia.

Immaginiamo di solito il pane come qualcosa di fresco e morbido, da consumare prima possibile o da inserire in altre preparazioni, non appena inizia a diventare raffermo. La frisella, o com’è chiamata in Campania “fresella”, non ha affatto queste caratteristiche. Già la forma è particolare, perché non è un panino o una pagnotta, ma una ciambella tagliata per metà longitudinalmente, e poi non è morbida, al contrario, la doppia cottura in forno, la rende dura. La forma a ciambella è stata scelta per rendere più pratica la conservazione e più facile il trasporto. Questi taralli, infatti, si conservano a lungo e sono stati per tanto tempo il cibo di marinai e pescatori che li portavano legati a una cordicella che era poi chiusa come una collana e appesa. La stessa cosa è stata fatta per secoli anche nelle case dei contadini che, non potendo panificare spesso nei forni comuni e non avendone di propri, avevano bisogno di un tipo di pane che durasse molto tempo senza rovinarsi. Anche i pastori transumanti usavano portarne diverse con sé durante i lunghi periodi tra i monti. Chiaramente le friselle non vanno mangiate così come sono, ma devono essere ammorbidite e unite ad altri cibi. Chi vive in mare, per esempio le ha da sempre fatte rinvenire con acqua marina o ne ha fatto il fondo per zuppe di pesce. A Napoli, la fresella è utilizzata come ingrediente fondamentale per la caponata, insieme a pomodoro, aglio, basilico, olive, tonno, alici, olio d’oliva e origano. A Bari le friselle sono consumate con lampascioni e carciofini, dopo essere state bagnate di vino, sugo di pomodoro, olio e acqua. Il modo più comune di mangiarle è quello di inzupparle in acqua e coprirle di pomodori a pezzetti, olio e un pizzico di sale e, se si vuole, arricchite con altri semplici ingredienti come il basilico o l’origano.

Ma da dove arrivano le friselle? A Napoli erano vendute in strada dai “tarallari” già nel XIV secolo, ma le origini sono ben più antiche: in Puglia sono chiamate anche “pane dei crociati”, perché erano uno dei cibi che questi portarono nei viaggi in Medio Oriente. Plinio nella “Naturalis Historia” parla di “pane nautico” che, inzuppato in diversi ingredienti ha differenti proprietà benefiche. Questo pane duro si conservava a lungo e poteva essere ammorbidito anche semplicemente con acqua, magari di mare.

storie delle freselle

Ci sono differenti possibili etimologie del nome, c’è chi la fa derivare da “fresa”, chi dal napoletano “fresillo” che significa nastrino, magari per la forma acciambellata, o per il fatto di essere conservare legate con una cordicella o un nastro. Alcuni addirittura risalgono allo spagnolo frijoles” fagioli, perché anticamente le freselle erano bagnate con acqua di cottura dei fagioli. Un’altra probabile derivazione è dal latino “frendere” e cioè “sbriciolare, macinare”, da cui deriva anche la parola “friabile”, caratteristica principale di questa ciambella. Secondo alcuni, questo tipo di taralli avrebbe origini pressoché mitiche, infatti, sarebbero state portate in Italia da Enea quando sbarcò in Salento, mentre secondo altri sarebbero stati gli autoctoni ad offrire questo pane ai troiani dopo il loro sbarco, in segno di benvenuto. L’etimologia, in questo caso, sarebbe da far risalire alla parola “Frigia”, e cioè alla regione di provenienza di Enea.

Per restare al mondo antico, un’altra possibile provenienza della frisella è dalla Grecia classica: sembra infatti che questa specialità pugliese sia diretta discendente dei dìpyros, di cui parla anche Marziale. Il dìpyros altro non è che un pane cotto due volte dal greco “dìs” = due e “pyros” = fuoco. A Creta ancora oggi c’è un pane caratteristico simile alla frisella, si chiama kulùres ed è una ciambella tagliata a metà, proprio come la specialità del nostro Meridione. ©Diego Funaro


Il dolce italiano: il Tiramisù

tiramisu - direzioneitalia - diego funaro

Il tiramisù è uno dei simboli dell’Italia a tavola. Non è difficile dire quale sia la ricetta originale, tuttavia ne esistono diverse versioni e ognuno afferma che la sua sia quella “vera”. Essenzialmente esistono il tiramisù con alcol e quello senza. Le origini di questo dolce famoso in tutto il mondo sembrano essere relativamente recenti e la paternità del dessert è contesa da più regioni: Veneto e Friuli Venezia Giulia in primis, ma anche Toscana e Piemonte. Secondo alcuni, infatti, la sua storia porta dalla Venezia rinascimentale alla Firenze medicea, mentre altri sostengono che nacque a Torino, nell‘800, per “tirare su” il Conte di Cavour dalle grandi fatiche per l’unificazione dell’Italia. La teoria che sembra avere basi più solide, però, è quella del’enogastronomo Giuseppe Maffioli, secondo cui fu il pasticcere trevigiano Roberto Linguanotto, negli anni ’60, a dar vita al tiramisù, che in dialetto veneto nacque come “Tirame sù”. Unì l’usanza locale dello “sbatudìn” (uovo sbattuto con zucchero) con quanto aveva imparato della pasticceria tedesca durante la sua esperienza in Germania. Probabilmente Linguanotto si ispirò non soltanto allo “sbatudìn” e alle “creme bavaresi”, ma anche ad altri dolci tradizionali, come il “dolce Torino”, la “Charlotte” o la “Zuppa inglese”.

Lo “sbatudìn”, diretto predecessore in Veneto del tiramisù, era più un ricostituente che un dolce. Lo mangiavano soprattutto i bambini, gli anziani e gli ammalati. Che il tiramisù sia la sua evoluzione possiamo comprenderlo già dal nome: l’uovo e lo zucchero erano considerati ricostituenti e l’aggiunta di caffè, cacao e mascarpone diede un apporto energetico ancora superiore. Niente di meglio per… una colazione! Già, perché questo dolce popolare non è stato subito considerato un dessert, ma era l’alimento per iniziare la giornata e caricarsi di forze e vitalità: in pratica era il cibo che svegliava e quindi “tirava su dal letto”. ©Diego Funaro


Un Buddha romano

Nella periferia sud-est di Roma, tra il Grande Raccordo Anulare e il quartiere Prenestino, lontano dai monumenti classici, ma circondato da magazzini e capannoni industriali, c’è un edificio che cattura immediatamente l’attenzione: un grande tempio buddista con uno stile architettonico tradizionale cinese.

L’impressione, straniante anche per me arrivato in via dell’Omo appositamente per visitare il Tempio Hua Yi Si, è quella di un pezzetto di Cina antica sbucato in Italia per chissà quale magia. Cercando di raccogliere informazioni, scopro che è il tempio più grande dell’Europa Occidentale, inoltre è l’unico a richiamare in maniera così decisa e precisa l’architettura tradizionale cinese fuori dall’Asia. Chiedendo successivamente all’interno pareri su queste notizie, non troverò né conferme né smentite: sono nozioni che fedeli e monaci non degnano di attenzione. [continua dopo le foto]

La sensazione di trovarsi in Cina diventa pressoché certezza nel momento in cui si varca il passaggio del grande cancello che divide un’anonima strada romana dal giardino dell’edificio sacro. Il palazzo sacro appare ancora più maestoso, dall’interno delle mura, statue e piccoli alberi contribuiscono a creare un’atmosfera particolare. All’ingresso del tempio, quasi a fare da guardia ci sono due sculture di leoni, stilizzati esattamente come ci si aspetterebbe lo fossero in Estremo Oriente. Il primo incontro che si fa, una volta entrati nel tempio è una statua di marmo del “Budda felice”: il Budai. Dà l’impressione di accogliermi come un cordiale padrone di casa. Non è soltanto il sorriso a caratterizzare il Budai, ma il suo essere grasso: la pancia è considerata la sede dell’anima, e dunque il grosso ventre è un’allegoria della sua estrema bontà.

L’ospitalità dei monaci è una conferma della sensazione trasmessa dal Buddha. L’educata accoglienza è accompagnata da una grande riservatezza per la quale non è possibile intervistare i monaci, né tantomeno scattare loro foto.

Il forte profumo d’incenso e i canti rituali che rompono il silenzio, sono un richiamo deciso verso la sala di preghiera. Roma è separata solo sa poche mura, ma sembra lontana come fossi in Estremo Oriente. ©Diego Funaro