L'Italia vista con gli occhi degli italiani

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Déjà vu d’estate (base militare USAF, Monte Limbara, Sardegna)

FOTO E TESTO: MARIO FRACASSO

1100101; vero, vero, falso, falso, vero, falso, vero; acceso, acceso, spento, spento, acceso, spento, acceso: il sistema binario, una sequenza di due sole variabili associabili all’infinito, permea la nostra vita. È il linguaggio della tecnologia, ma si applica spesso anche al nostro modo di pensare.

Se noi siamo l’uno, per esempio, lo zero è qualcuno o qualcosa diverso da noi. È individuabile perché estraneo, ma è sconosciuto perché per conoscere la realtà ci sarebbe bisogno di una logica complessa che associ tra loro un numero infinito di elementi. Così, essendo impossibile solo immaginare di non essere dalla parte del bene e della ragione, l’altro, se contrapposto, sbaglia ed è cattivo. Una logica così elementare da sembrare quasi offensiva per l’intelligenza di chiunque. Ma nessuno ne è immune. Quest’idea fa parte della nostra natura, è direttamente collegata al primitivo istinto di sopravvivenza. Basta alimentare la paura, perché scattino meccanismi mentali inconsci per i quali sentiamo istintivamente il bisogno di difenderci o contrattaccare. (continua dopo le foto)

Lo sapevano bene gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica quando, per ampliare la loro influenza economica, entrarono in contrasto. La Guerra Fredda che ne scaturì rimane un esempio di come basti stimolare l’istinto di sopravvivenza perché un popolo approvi ogni azione del proprio governo se giustificata dalla necessità di sicurezza. Uno contro zero, Capitalismo contro Comunismo. In quegli anni il mondo si divise in due blocchi contrapposti e chiunque fosse nel mezzo o si alleava o era invaso. Ci fu una folle corsa agli armamenti, si costruirono basi militari in paesi strategici, portaerei e navi da guerra solcavano ogni mare, mentre i sottomarini nucleari cercavano di farle esplodere; aerei militari danzavano sulle nostre teste, affascinando i bambini con le loro scie bianche. Storia da scuole dell’obbligo per semplici vaneggiamenti da afa eccessiva. Questa estate, infatti, mi ha dato da pensare.

Il 15 di Agosto, per sfuggire alla canicola, mi sono diretto con alcuni amici al monte Limbara, in Sardegna, dove speravamo in un miracolo della Madonna della Neve. Ma la chiesetta dedicata alla Vergine si è rivelata un miraggio irraggiungibile oltre la ressa per il parcheggio.  «No, no, noi non ci fermiamo per la festa: proseguiamo per le “antenne”». Ripetendo questa frase a ogni vigile, abbiamo proseguito indisturbati verso la cima. Qui la sorpresa è stata enorme: parabole alte come palazzi sopra a imponenti basamenti di cemento; capannoni abbandonati, macchinari in disuso e lamiere lacerate; forati rotti, cavi tranciati e neon in frantumi; lana di vetro e vetri squarciati, vernice al piombo e amianto. Una base radio costruita dall’Aeronautica Militare americana (USAF) durante la Guerra Fredda e abbandonata da decenni. Deserta, decadente, pericolosa, ferma a guardare l’immenso paesaggio che scende fino al mare. Le sue parabole sembra che aspettino ancora di individuare o trasmettere qualche messaggio criptato.

E poi… 17 Agosto, attentato a Barcellona! Un furgone si getta tra la folla della Rambla e travolge indiscriminatamente chiunque. Un attacco che rivela come gli attentatori non mirassero ai Cristiani o agli Occidentali: la comunità nord africana è molto ampia a Barcellona e risiede, lì, a poche centinaia di metri; prostitute, spacciatori e venditori abusivi, molti dei quali immigrati, passeggiano quotidianamente tra la folla per vendere la loro merce ai turisti; tanti proprietari e dipendenti di chioschi e negozi provengono da paesi di fede islamica. Non è un caso che tra le nazionalità delle vittime fin ora accertate ci siano anche Egitto, Pakistan, Kuwait, Macedonia, Algeria, Marocco, Turchia e Mauritania. Non si poteva compiere un attentato simile, senza sapere che si sarebbero uccisi tanti Musulmani. I mass media, invece, continuano a presentare all’opinione pubblica due fazioni ben distinte: non più USA contro URSS, ma Musulmani contro Cristiani, Occidentali contro “Terroristi”, zero contro uno, buoni contro cattivi. Semplificare ciò che è troppo complesso ci illude di capire. Ciò unisce e rassicura, perché consente di individuare un’entità unica di cui avere paura e di giustificare qualsiasi azione volta alla difesa o al contrattacco.

1100101; vero, vero, falso, vero, falso; spento, acceso, acceso, spento: nessun’altra cifra, nessun altro valore o impulso, nessun notizia se non quelle che creano contrapposizione. E io, come Gregory Bateson, studioso famoso per aver criticato il pensiero dualistico di tipo aristotelico, spero ancora nel superamento di una logica basata esclusivamente sul contrasto. ©MarioFracasso


Terre d’origine – Romania

Foto e testo di Mario Fracasso

Per conoscere a fondo un luogo è necessario rimanerci molto tempo e viverne la quotidianità. Ci sono luoghi, però, che conosciamo solo per sentito dire o per stereotipi. Luoghi dove basta una “passeggiata” per rendersi conto di quanto poco siamo informati e per smentire ogni conoscenza distorta. Albania, Marocco e Romania ne sono un esempio: Paesi geograficamente molto vicini all’Italia e terre d’origine della maggior parte degli immigrati nel nostro Paese. Nonostante ciò, ci sono quasi sconosciuti.

Per questo Direzione Italia ha deciso di raccontarli in un ciclo di brevi reportage. Vi mostreremo le terre lasciate dagli emigranti, per capire meglio da dove vengono e perché hanno abbandonato la loro patria. Ma anche semplicemente per “viaggiare” in quei luoghi, godere di nuovi paesaggi e perdersi tra le vie delle loro città.

Romania, Due passi in Transilvania

«Sei tu che vieni dall’Abruzzo? Piacere, io sono Dana» La domanda mi sorprende mentre studio l’itinerario del mio viaggio in Transilvania. Nella sala comune di un ostello sentire parlare Italiano non meraviglia. Le mie certezze, però, vengono meno in un batter di ciglia: alzando lo sguardo, incrocio quello di una ragazza rumena che, in un Italiano perfetto, inizia a raccontarmi la sua storia.

Nata a Cluj Napoca e trasferitasi da bambina a Ripattoni, piccolo abitato in provincia di Teramo, per seguire i genitori in cerca di lavoro, vi è tornata dopo aver finito le scuole superiori. Il padre aveva guadagnato abbastanza lavorando come trasportatore per poter costruire una nuova casa e assicurare ai figli un fu

turo. Il suo racconto sembra ricalcare il copione della maggior parte delle storie di emigranti in cerca di lavoro, specie di quelli che fino agli anni Sessanta-Settanta “fuggivano” dal nostro Paese verso Svizzera o Germania.

I Rumeni residenti in Italia, secondo l’ISTAT, sono più di un milione e mezzo, mentre in Germania, secondo Paese preferito, circa ottocentomila. Seguono Spagna e Stati Uniti con circa settecentocinquantamila immigrati. In tutti gli altri Paesi non si superano mai le duecentocinquantamila presenze. I dati statistici mettono in risalto come l’Italia sia di gran lunga la destinazione preferita, molto più di paesi come gli USA o la vicinissima Germania dove l’offerta lavorativa è decisamente superiore. Questo legame particolare viene spesso analizzato superficialmente o con argomentazioni razziste. Ha, invece, radici molto profonde, perché esiste fin dall’antichità. L’emigrazione rumena verso lo Stivale, iniziata dopo la caduta del Comunismo, ne rappresenta solo l’esplicitazione moderna.

Già i Romani, alla ricerca di nuovi territori da coltivare e sfruttare, avevano fatto della Romania una provincia dell’Impero. Durante il Medioevo e fino all’epoca moderna, lo spostamento era quasi esclusivamente a senso unico, dalla nostra penisola verso la Romania. Genovesi e Veneziani, interessati alle rotte commerciali del Mar Nero, fondarono diverse colonie sulle coste, mentre artisti e intellettuali trovarono per secoli accoglienza presso la nobiltà locale. Dall’Ottocento in poi si parla, addirittura, di una vera migrazione di massa: gli abitanti di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige si trasferivano stagionalmente, ma spesso anche definitivamente, per lavorare come agricoltori, taglia boschi, minatori o manovali.

Ancora oggi sono molti gli Italiani che si spostano in Romania: si tratta soprattutto di imprenditori di piccole e medie attività come bar e ristoranti, ma anche di vere e proprie aziende, specie del campo edile e industriale, attratti dalle favorevoli condizioni del mercato. La Transilvania, in particolare, gode della luce riflessa emanata dal mito letterario di Dracula e, per questo, sono molti anche i turisti che la visitano aspettandosi atmosfere da film horror. La figura del famoso conte, emigrato a Londra per avidità di sangue umano, è ispirata a quella storica del rumeno Vlad Tepes, detto l’Impalatore, che era un soggetto perfetto per un romanzo gotico: crudele, sanguinario (almeno per come lo descrivevano i suoi antagonisti), vissuto arroccato in un castello in una terra lontana e difficile da raggiungere.

Nonostante tutta la letteratura dell’Ottocento, però, la Transilvania è semplicemente, come la definirono i Romani, una terra oltre le selve: un ampio territorio fertile, che si raggiunge attraversando i boschi dei monti Carpazi. Una regione agricola, ondulata di verdi colline coltivate che si susseguono a perdita d’occhio e sono intervallate da piccoli villaggi, borghi antichi e moderne città. Esplorandola si comprende facilmente il perché oggi tanti emigranti rumeni considerino l’Italia come la meta ideale.

In questi paesaggi così simili ai nostri vive un popolo che ha sedimentato da secoli nella propria cultura il legame con il nostro Paese. La dominazione romana ne ha profondamente influenzato la Storia, realizzando strade e città, portando modernità e riscuotendo tributi. Creando un avamposto mediterraneo oltre l’Europa “Germanica”. Non a caso il popolo, chiamato Rumeno in Italiano, si definisce Román nella propria lingua. Un background che in maniera inconscia e latente ancora influenza comportamenti, modi di fare e pensare. Una “latinità” a cui nei secoli successivi si è sovrapposta l’identità cristiana, ortodossa in maggioranza, ma anche di rito cattolico latino e greco.

Tutto ciò è riflesso in maniera evidente nella lingua. Ascoltando i dialoghi tra le persone intorno, sembra di essere in Italia: la modulazione del suono, la cadenza e spesso le parole sembrano italiane, indiscutibilmente neolatine. Il Rumeno è una lingua romanza, con grammatica, sintassi e più dell’80% delle parole derivanti dall’idioma portato dalle legioni di Traiano. L’effetto che se ne ha è quello di ascoltare degli Italiani di cui non si riesce a cogliere l’argomento della discussione. Leggendo le insegne pubblicitarie, aprendo i menù dei ristoranti, i quotidiani, le riviste o sfogliando i libri, si rimane poi sorpresi dal riuscire quasi a comprendere ciò che si legge. Questa somiglianza doveva essere maggiore in passato, quando la lingua non aveva subito l’influenza del tempo. Tanto che, viaggiando in Transilvania, Moldavia e Valacchia (regioni storiche della Romania), Francesco Delle Valle nel 1532 scrisse chiaramente che «La lingua loro è poco diversa dalla nostra Italiana». Questo aspetto è spesso sottovalutato, quando non ignorato del tutto, parlando di emigrazione rumena. Sembra quasi banale dire che nella scelta del luogo dove integrarsi in una nuova società e crearsi una nuova vita, si tenda a scegliere un luogo dove la comprensione della lingua e la comunicazione con i locali sia più semplice, dove società e cultura siano abbastanza affini e magari il paesaggio e il territorio ricordino la madrepatria. Un’interpretazione così semplice che sembra quasi banale prenderla in considerazione, ma che risulta decisiva nel decodificare il fenomeno della migrazione rumena all’estero.

©MarioFracasso


Benvenuti in Grecìa, Italia!

Al centro del Salento il ragno tesse il cuore della sua tela: fili invisibili avvolgono ulivi secolari e chiese bizantine, cattedrali barocche e campi di grano, processioni di santi e madonne nelle edicole; case a corte, muretti a secco e fichi d’india; pagghiare, carrubi e masserie. Avvolgono i contadini impegnati nei campi e i suonatori di tamburelli, le donne che cantano sotto una pianta di fico e quelle che ballano al ritmo della Pizzica. Avvolgono tradizioni e idiomi venuti da Oriente.

Un viaggio in Salento offre, oltre al mare e alla Taranta, anche la possibilità di scoprire la Grecìa Salentina: un’isola ellenofona formata da una serie di Comuni nel cuore della Provincia di Lecce. Una comunità con Storia e lingua che hanno antiche radici in Grecia.

In Salento, infatti, genti elleniche s’insediarono già dalla metà del secondo millennio a.C. e, nonostante Romani, Longobardi, Turchi, Normanni, Svevi, e Spagnoli, questo territorio rimase culturalmente greco anche per molto tempo dopo che i Bizantini andarono via nel XI sec d.C.. Lo testimoniano il culto di santi orientali, gli affreschi nelle cripte, le miniature dei codici in greco, le numerose chiese con pianta a croce inscritta. Lo si può assaggiare nei piatti tradizionali di origini egea (frise, cuddhure, cartellate, pittule….) e lo si può sentire nelle canzoni e le poesie. Lo conferma l’antico idioma grico, ancora oggi colloquialmente parlato nei paesini di quella che istituzionalmente è conosciuta come Unione dei Comuni della Grecìa Salentina.

Le persone che parlano il Grico si stima siano circa diecimila, quasi tutti anziani. «Il fatto», racconta Roberto Licci, musicista e fondatore del gruppo folk Ghetonìa (Vicinato in Grico), «è che da sempre questa era la lingua dei poveri, del popolo e, quando l’Italiano divenne lingua ufficiale, tutti iniziarono a vergognarsi e smisero di insegnarlo ai figli». Questa lingua, infatti, era tramandata solo oralmente già dal Seicento. Dopo la dominazione bizantina, i governanti che si susseguirono introdussero idiomi latini e con il tempo l’area grecofona si restrinse sempre di più, fin quando rimase esclusivamente la lingua del volgo di una ristretta fascia mediana della provincia di Lecce. Già nel XIX sec. d.C. i comuni dove si parlava il Grico erano ridotti a tredici. «In alternativa all’Italiano, era meglio parlare il dialetto salentino. Sembrava sicuramente più “cosmopolita”», aggiunge Vito Bergamo, studioso e curatore della Casa-museo della Civiltà Contadina e della Cultura Grica. «Per fortuna», continua, «nell’Ottocento la passione di alcuni studiosi come Vito Domenico Palumbo portò alla raccolta di innumerevoli termini e modi di dire che altrimenti sarebbero andati persi». Poi sentenzia: «Il Grico è una lingua morta!…..Non possiamo pretendere che le nuove generazioni riprendano a parlarla. Possiamo però impegnarci a studiarla e – sottolinea – dobbiamo fare in modo che la sua essenza continui a pervadere tutte le nostre tradizioni».

Molti dei parlanti, per questo, provano a resistere alla scomparsa del loro idioma: «Noi dellAssociazione italo-ellenica di Zollino» ci informa l’antropologa Manuela Pellegrino  «in collaborazione con le associazioni culturali dei paesi della Grecìa, organizziamo i kulusonta to Grico, incontri itineranti per parlanti e appassionati di Grico dove chi è interessato alla conoscenza di questa antica lingua, può assistere a dibattiti sul tema e piccole esibizioni e recitazioni in grico». Tra di loro c’ anche Giuseppe De Pascalis. Con pazienza e passione gestisce rizegrike.com, un sito in cui sono raccolti più di 150 brani registrati dal vivo in Grico, con relative traduzioni in Italiano. Nel sito si possono trovare anche un vocabolario Grico-Italiano e Italiano-Grico, indicazioni di grammatica e la raccolta completa di tutti i numeri di i Spitta un periodico interamente scritto in lingua grica e distribuito per diversi anni in maniera gratuita in tutti i comuni grecofoni. «Se le istituzioni ci fossero state più vicine, probabilmente i Spitta sarebbero diventate un punto di riferimento per la storia, la cultura e la lingua di questa terra», spiega lo studioso. Poi sorride e conclude: «Calòs ìrtato stin Grecìa! (Benvenuti in Grecìa!)». © Mario Fracasso

 


Uno sfratto dolcissimo

Sfratto dei Goym - DIrezioneitalia - Diego Funaro
La storia degli ebrei è colma di episodi tristi con fughe, esili, deportazioni, ghettizzazioni e… sfratti!
Tra queste vicende ve n’è una che risale alla metà del XVI secolo nell’Italia centrale ed in particolare in Toscana. Il Granduca Cosimo II de’ Medici aveva ordinato di deportare nei ghetti di Siena, Roma, Firenze e Ancona tutti gli ebrei residenti nel Territorio del Granducato di Toscana. Molti di loro si rifugiarono in piccoli centri, abbastanza isolati e prossimi ai confini, nella speranza di non essere trovati. Tra le cittadine in cui si trasferirono c’erano Pitigliano e Sorano, nella bassa Maremma, attualmente parte dell’area metropolitana di Grosseto.
Tuttavia furono trovati e Cosimo II decise di allontanarli dalle loro abitazioni per confinarli in un unico quartiere. Lo sfratto era comunicato da un messo che bussava alla porta con un bastone.
Per resistere e per esorcizzare le proprie sventure, la cultura ebraica ha sviluppato una notevole ironia. Gli ebrei di Pitigliano hanno fatto di un episodio tragico un dolce e l’hanno chiamato “Sfratto dei Goym” ovvero “Sfratto dei Gentili, i non ebrei”. Un dolce a forma di bastone della lunghezza di circa trenta centimetri, proprio in ricordo dello strumento usato dai messi medicei nell’esecuzione degli sfratti. Un ripieno di miele, noci, scorza d’arancia e noce moscata, tipici della tradizione maremmana, avvolto in un involucro di pasta non lievitata, propria della tradizione ebraica. Un misto di sapori che racconta come l’incontro di culture crei sempre qualcosa di buono. A volte, anche negli episodi negativi.
Proprio per preservare questa tradizione e farla conoscere, lo sfratto dei Goym è anche un presidio Slow Food con due produttori nel quartiere della Piccola Gerusalemme a Pitigliano. ©Diego Funaro


La Pasqua danzante degli Arbëreshë

FOTO E TESTO DI MARIO FRACASSO

L’ultima svolta prima di entrare a Civita è un tornante in salita che s’immette improvvisamente sul viale che entra in paese. Un rapace in pietra con ali spiegate ed enormi artigli appare all’improvviso. <<Questo è il mio nido>>, sembra dire. Cifti, nido d’Aquila, è infatti l’antico nome di questo piccolo borgo in provincia di Cosenza. Abbarbicato tra le vette del Parco Nazionale del Pollino, ma a pochi passi dal mare, fu scelto dai suoi primi abitanti proprio per la posizione strategica: collegato alla costa, ma nascosto agli sguardi di chi dal mare avrebbe potuto insidiarlo. Primi abitanti che dovevano provenire proprio dalla “Terra delle Aquile”, l’Albania. A Civita abita invero una comunità Arbëreshë: Italiani discendenti da Albanesi arrivati qui nel Medioevo. Oggi la parlata locale è una miscela di antico albanese e termini mutuati da Italiano e dialetti limitrofi, la religione è Cattolica nella sostanza, ma Ortodossa nella forma (storicamente agli Arbëreshë fu lasciata la possibilità di celebrare i riti secondo la tradizione ortodossa, nonostante fossero stati assorbiti dalla Chiesa cattolica) e le tradizioni popolari raccontano di genti venute a seguito di un eroico condottiero.

Durante la settimana santa, la processione e la messa domenicale sono permeate dal retaggio albanese-ortodosso. Il martedì successivo, Pashkët in dialetto locale, alle candele, all’incenso e alle icone dorate si sostituiscono danze e melodie “pagane”: vanno in scena le Vallje, una tradizione istituita dal 1467. Donne e uomini vestiti in abito tradizionale arbëreshë ballano e cantano in cerchio tenendosi per mano o impugnando lo stesso fazzoletto. Rievocano le gesta di Scanderberg, eroe nazionale albanese, che nel XV secolo resistette per anni all’invasione ottomana. In gruppi girano per le vie del paese, danzando fino a “imprigionare” all’interno del cerchio qualche cortese forestiero che offrirà loro da bere per ottenere la libertà

Tradizioni come queste sono venute da lontano, si sono sedimentate tra le cime del Pollino e hanno reso paesi come Civita paradisi per viaggiatori e turisti in cerca di mete inusuali. ©MarioFracasso

 


Praga Romantica:

Camminare mano nella mano sotto la luce tenue dei lampioni è solo un aspetto dell’essere romantici, quello più conosciuto perché tocca le corde dell’animo di tutti.
Ma Praga offre romanticismo nella sua interezza, molteplici sfaccettature di emotività, fantasia, immaginazione e spiritualità. È il Romanticismo con la “R” maiuscola, una città dove ognuno può esprimere la propria individualità con passione.
Praga è il Barocco, l’Art Nouveau, il Cubismo; il Gotico delle sue torri illuminate nella notte e dei suoi ponti che brillano all’alba. I cigni e le anatre che solcano placidi la Moldava, mentre un artista di strada suona il suo violino. È il riflesso della sensibilità artistica di Carlo IV, sovrano legato all’Italia, che elevò questa città a capitale del Sacro Romano Impero (1355).
Praga è un ghetto ebraico da immaginare, sulle soglie di un cimitero che ispirò anche Umberto Eco. È lo sguardo di John Lennon, che ti fissa da un muro colorato dal coraggio di ragazzi che hanno lottato per i propri sogni. È il Comunismo a cui si è ribellata dopo la Rivoluzione di velluto (1989), liberale nell’animo e non solo per reazione.
Praga è l’introspezione di Kafka che scrive un libro; è la concentrazione di Keplero che guarda le stelle e l’allegria di chi le cerca in una birra. I teatri e le gallerie d’arte, le chiese, i conventi, i pub e gli strip club. Praga è romantica perché insegue con passione il sogno della libertà, è una bolla di sapone con dentro i riflessi di magia.
Praga è una sinfonia di Mozart (che tanto l’amava), ma anche un’immagine di Jan Suadek: una composizione complessa, fatta di sensualità, erotismo, religione, contrasti e tensioni.
Una città dove ognuno può esprimersi liberamente e dove ogni visitatore può lasciarsi andare ai propri sentimenti. ©MarioFracasso


LENTAMENTE, ATTRAVERSO LA CIOCIARIA

Foto di Mario Fracasso e Diego Funaro
Testi di Mario Fracasso

La società moderna costringe a correre e mai camminare, a “saltare” da un luogo all’altro per vedere, vedere, vedere, senza darci la possibilità di osservare e riflettere. Ma una volta non era così! Una volta si viaggiava a piedi, in carro, a cavallo o a dorso di mulo, su tracciati che prevedevano soste nelle città, in monasteri o abbazie. “Costretti” alla lentezza, ma anche a riempirsi l’animo dei territori che si attraversavano. Delle emozioni e degli incontri, dello spettacolo della natura e dei popoli, dell’aria respirata, dei profumi e dei sapori. A due passi da Roma, ma lontanissima dal suo caos, c’è la Ciociaria. Corrisponde più o meno all’attuale provincia di Frosinone, anche se i suoi confini sono piuttosto discussi. Conosciuta anche come Terra di Lavoro, è un territorio spesso trascurato dai turisti che giungono per visitare la capitale. Nasconde, però, innumerevoli meraviglie: abbazie, monasteri e conventi, antiche città romane e pre-romane, borghi incantati e una natura mozzafiato che fanno di questa terra un luogo che ha bisogno di essere percorso lentamente, osservato, assimilato; perfetto sia per il viaggiatore che preferisca attraversare un territorio e non correre tra i monumenti, che per il turista che, dopo aver visitato le innumerevoli attrazioni dell’Urbe, voglia trovare pace e tranquillità. Perfetto per chiunque, passo dopo passo, voglia arricchire il proprio animo.


Integrazione possibile nel Fucino

Foto e testo: Mario Fracasso

La conca del Fucino, in Abruzzo, è una zona ad altissima densità di popolazione immigrata. I lavori stagionali legati alla realtà agricola richiamano Albanesi, Rumeni, ma soprattutto Magrebini.

«Senza il lavoro di sei milioni di immigrati non potremmo continuare a godere del benessere, chiuderebbero campi, ospedali, fabbriche e servizi aziendali per famiglie e città». Così, l’allora Cancelliere tedesco, Helmut Kohl, condannò l’attentato incendiario avvenuto contro la comunità turca della città di Mölln. Dopo venti anni l’idea della necessità dei lavoratori migranti è ormai accettata in tutta Europa e Nicola Cacace nel suo libro, L’informatico e la badante, spiega bene come l’Italia faccia parte dei paesi che più ne sono dipendenti. Il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo, il ricambio generazionale è sempre più lento e meno del 5% dei giovani sono disponibili a lavori di medio e basso profilo. Ciò ha trasformato l’Italia da paese di emigranti a paese in cui gli immigrati sostengono parte dell’economia. [continua dopo le foto]

Uno dei luoghi a più alta densità di stranieri è la conca del Fucino, in provincia dell’Aquila. Qui l’economia locale è basata sull’agricoltura e il lavoro stagionale nei campi attira molte persone dall’estero. A fianco alla patata, che per anni è stata la coltivazione principale, oggi si stanno sviluppando produzioni orticole come la bietola, la carota, il cavolo, il cavolfiore, il finocchio, l’indivia, il pomodoro e il radicchio. Si stanno sviluppando la floricoltura e l’industria di trasformazione alimentare. Ma i giovani italiani considerano l’operaio e l’agricoltore come mestieri da poveri e vi si dedicano sempre meno. Al contrario gli immigrati gradiscono questi posti di lavoro e dagli anni ottanta è iniziato un afflusso ininterrotto.
Nei paesi che circondano la conca le percentuali di residenti stranieri censiti arrivano al 15%, il doppio della media nazionale. Ad essi vanno aggiunti i migranti non residenti e quelli clandestini. Così, in certi momenti della giornata, nelle piazze, è difficile comprendere dove ci si trovi: il dialetto e le lingue si confondono e non si capisce quando i visi siano scuri per la carnagione o per l’effetto del sole che li ha modellati durante le giornate di lavoro nei campi.
«Io sono venuto dieci anni fa dal Marocco perché lì non c’era lavoro. Poi sono rimasto, perché qui quelli che hanno voglia di lavorare trovano da lavorare»
. Mohammed è un ragazzo di 30 anni, è autotrasportatore e vive a Celano con la figlia e la moglie.
Uno degli aspetti più positivi dell’integrazione nel Fucino è la presenza di comunità fatte di nuclei familiari e non solo di singoli individui. Rosa Cambise, titolare di un’azienda agricola di Trasacco, ha un’idea molto chiara a riguardo: «quando hanno una famiglia devono vivere in maniera più aperta e devono frequentare il tessuto sociale in cui risiedono. Non possono rimanere chiusi in un’abitazione improvvisata. E poi, diciamolo, la presenza di una donna al fianco di un uomo lo migliora tanto».
Nonostante la situazione sembri rosea rispetto ad altre realtà italiane colpite più intensamente da fenomeni come il caporalato e la delinquenza legata all’immigrazione clandestina, anche nel Fucino non mancano i problemi. A parte i fatti di cronaca, che dimostrano solo situazioni di estremo disagio, vi sono problemi strettamente quotidiani. Padre Daniel è il parroco ortodosso di Avezzano. Alcuni tratti delle mura esterne della chiesa lasciatagli in gestione dalla comunità cattolica locale sono tinteggiate di un bianco che stacca dal giallo del resto della struttura: «Cosa posso fare? Ogni volta che qualcuno imbratta i muri, io passo una mano di vernice». Racconta, inoltre, che spesso anche alcuni italiani gli rinfacciano di avere occupato uno spazio cattolico. «Sono diversi anni che vorremmo costruire una chiesa nostra, ma il Comune non ci vende il terreno. Mi preoccupa più questo che dover fare l’imbianchino a tempo perso».
A poche centinaia di metri dalla parrocchia c’è l’associazione Rindertimi, una Onlus che si occupa di integrazione e mediazione culturale. Il suo presidente, l’ex consigliere regionale Luigi Milano, spiega come la stanzialità degli stranieri che lavorano stagionalmente sia un fattore nuovo che sta accelerando l’integrazione, ma che sta creando anche alcuni disagi: «Da novembre a marzo qui è tutto fermo e molti rimangono senza lavoro per troppo tempo. Questo li porta a vivere di espedienti e spesso a cadere nella trappola dell’illegalità».
Ma l’ex consigliere lamenta soprattutto l’indifferenza delle istituzioni: «fino a quando ci sarà equilibrio tra domanda e offerta di lavoro non sia avranno problemi come quello, per esempio, di Rosarno, ma la situazione è in veloce cambiamento e noi dobbiamo curarci dei migranti, che sono una risorsa essenziale per il nostro territorio. C’è bisogno di un vero sentimento di prossimità con queste persone».
Un esempio di impegno civile è quello dell’Associazione Sportiva San Benedetto dei Marsi. Gianluca Rossi ne è il segretario e racconta di aver iniziato questa avventura per poter dare a bambini e adolescenti la possibilità di avere un luogo di incontro divertente e sicuro. «Nel settore giovanile abbiamo più di settanta ragazzi, di cui molti stranieri. La cosa che più ci dà soddisfazione è la costanza con cui partecipano». Nessuno straniero, però, è iscritto alla squadra maggiore. «La stagione passata ci avevamo provato con due magrebini – racconta Gianluca – ma la FIGC dopo sei mesi ancora non ci restituiva tutta la documentazione necessaria per tesserarli».
Quello che più lo preoccupa sono i problemi per far iscrivere i figli degli stranieri alle giovanili: «Ci chiedono carte che attestino che un bambino di sei-otto anni non abbia mai giocato in campionati di federazioni calcistiche di altri paesi e un attestato di frequentazione scolastica, documento non richiesto per gli italiani. Come se facesse la differenza, a quell’età e nell’ambito del dilettantismo, che un bambino che voglia divertirsi, allontanandosi dalla “strada”, sia iscritto in una squadra di un paese a migliaia di chilometri di distanza o frequenti una scuola locale o meno. A volte mi sembra proprio che il problema del Fucino siamo noi!».
Alle sue parole sembrano fare eco le pagine di cronaca locale che riportano le contestazioni per la centrale a biomasse che dovrebbe nascere dopo la recente approvazione del Governo. La maggior parte dei cittadini ha timore che la coltivazione delle pioppelle destinate a essere bruciate come biomassa possa ridurre notevolmente il terreno agricolo. Inoltre la centrale dovrebbe avere una potenza di 32MV, oltre il triplo di quelle riconosciute in Italia come a basso impatto ambientale. Tutto ciò rischia di avere un influsso notevole sul territorio, creando troppo poca occupazione rispetto a quella che verrebbe meno a causa dei danni alle coltivazioni. Le difficoltà economiche e sociali colpirebbero tutti i cittadini indistintamente dal paese d’origine. © Mario Fracasso


I due volti del Bosco

Testo: Dario Febbo e Fabio D’Agostino

Foto: Diego Funaro e Mario Fracasso

Faggi, aceri e querce; ginepri, denti di leone e narcisi; scoiattoli, caprioli, civette e cinghiali….e lupi, con occhi color cielo, che d’incanto si trasformano in donne angeliche. Gli abitanti dei boschi si muovono nascosti tra la realtà e la nostra immaginazione, portando paura, stupore, meraviglia e gioia.

Per salutare l’autunno, vi invitiamo a fare una passeggiata in compagnia di due guide speciali, addentrandoci nel Bosco di Sant’Antonio. Calpesteremo le foglie secche del suo autunno e ci inebrieremo dell’odore di muschio e funghi. Ma ammireremo anche il verde della sua primavera, il volo dei suoi insetti e i raggi del sole che penetrano tra le sue fronde. Lo osserveremo con uno sguardo duplice, scientifico e immaginifico, grazie alle parole del Direttore del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, Dario Febbo, e al racconto del nostro amico scrittore, Fabio D’Agostiono. ©DirezioneItalia

La Riserva naturale del Bosco di Sant’Antonio si trova in Abruzzo, lungo la strada che collega i paesi di Cansano e Pescocostanzo. Passeggiando al suo interno si incontrano alberi secolari che raggiungono un’altezza di oltre 30 m. La storia di questo bosco è strettamente legata a quella degli abitanti del luogo: è nato e si è sviluppato per assecondare l’esigenza umana di far pascolare in un luogo riparato bovini e cavalli. Gli alberi venivano piantati a diversi metri di distanza e una particolare capitozzatura, che ha spinto le piante a svilupparsi in larghezza assumendo strane forme, assicurava protezione alle mandrie e agli uomini che vi si addentravano. ©DirezioneItalia

(continua dopo le foto)

IL LUPO E I FUNGHI
Com’è tradizione di Domenica mi diletto a raccogliere funghi. L’odore del terreno umido e delle foglie secche mi ricrea e solleva dalla fatica dell’essermi svegliato presto. La lunga passeggiata aiuta a rilassarmi e a sentire il contatto con la natura e i suoi colori. Gli unici suoni che odo sono i crepitii delle foglie calpestate e il mio respiro. Godo nel non sentire altre presenze umane, che mi desterebbero da questo stato meditativo.
All’ombra di due alberi, che riconosco per le incisioni dei nomi: Stefy, Marti e Cri. I miei bei funghi sono lì ad aspettare, grandi e sodi. M’inginocchio e li guardo da vicino, sento la loro fragranza che inebria i miei sensi.
La fame si fa sentire, non vedo l’ora di tornare alla mia rosea casetta, per cucinare e gustare un bel piatto di tagliatelle ai porcini, parmigiana ai funghi chiodini e come dessert un bel tartufo bianco.
Assorto dai miei pensieri, scorgo una pelliccia grigia tra gli alberi, è un lupo! Sta venendo da me. Sono terrorizzato e rimango immobile. L’animale è tranquillo, cammina lentamente e non sembra feroce. Si ferma nelle mie vicinanze e incomincia ad annusare il terreno, con una zampa lo scava. Dopo pochi secondi, fa dei passi indietro, come per dirmi: “vieni a vedere!” Con cautela mi avvicino, guardo nella buca e non posso crederci! C’è un tartufo bianco! Emozionato, finisco di scavare e lo tiro fuori. Mentre contemplo la sua bellezza, mi giro per ringraziare il lupo, ma non c’è più.
Con la felicità di un bambino per il fortunato incontro, torno a casa. Cucino il menu modificandolo con lo strepitoso ingrediente appena trovato.
Improvvisamente sento bussare alla porta. Apro. Il lupo è lì, davanti a me. Sento il cuore in gola. Mi annusa ma non ringhia. Vuole il suo premio e allora decido di fargli assaggiare le tagliatelle al tartufo, prendo un altro piatto e sull’uscio assieme al lupo mangiamo beati. La pietanza è spettacolare, con quel forte odore caratteristico, che si sparge sulla mia pelle.
Condividiamo tutto il pranzo. Mi sento estasiato e anche il lupo ha apprezzato, lo vedo scodinzolare e con lo sguardo basso mi si avvicina, ma ora non ne ho più paura, ormai siamo fratelli, così lo accarezzo sulla schiena.
Un poderoso ululato rompe il silenzio, mi giro di scatto e il lupo corre verso quel suono. Da dietro una roccia si materializzano altri due lupi, si annusano tra di loro per un po’ e i due appena arrivati scompaiono nuovamente nella boscaglia, mentre il lupo grigio si gira verso di me, il suo muso tramuta nel viso angelico di una donna, con lunghi capelli color porpora. Rimango attonito. Prima di sparire con i suoi compagni, mi sorride e quello sguardo di occhi azzurri come il mare, rimarrà scolpito per sempre nella mia memoria. ©FabioD’Agostino

Estratto del “Piano di assetto naturalistico della Riserva Naturale Guidata del Bosco di Sant’Antonio“
Il Bosco di Sant’Antonio è collocato precisamente a occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Majella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969m.) e quelle del monte Rotella (2127m.), occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di faggio con preferenze igrofile. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto e un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno e un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum.
Una considerazione importante è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro che ospita il bosco, che è quindi circondato da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico, affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco stesso è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo Colle, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre, l’Acero di monte, anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli, il Ciliegio, l’Acero riccio, l’Acero opalo, il Cerro, che sovente, nella fascia appenninica, si affianca al Faggio, il Melo selvatico, il Carpino nero, il Tasso, e l’Agrifoglio.
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica, del Pruno selvatico, del Ribes rosso, dell’Uva spina, del Biancospino, del Berretto da prete, del Ginepro comune, del Sambuco, del Citiso spinoso e della Lianosa Vitalba.
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà . Sono stati rilevati: l’Elleboro puzzolente, il Piè di gallo, la Calta palustre, l’Anemone gialla, il Ranuncolo favagello, la Peonia selvatica, la Colombina cava, la Dentaria minore, la Cicerchia primaticcia, l’Euforbia mirsinite, l’Euforbia delle faggete, la Viola silvestre, il Ciclamino napoletano, la Genziana maggiore, il Dente di leone, il Giglio martagone, il Mughetto, l’Asfodelo montano, il Narciso selvatico.
Sono infine molto interessanti i dati relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la Lobaria pulmonaria v. meridionalis, legata a microhabitat a elevata umidità e in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.
Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di Sant’Antonio (500 ettari circa) e la sua prossimità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di Sant’Antonio, ma, piuttosto, di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di Sant’Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est e il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso Marsicano e il Lupo Appenninico, ma anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo come il Cervo e il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello e altri ancora. ©DarioFebbo


Piccola Famiglia d’Albania: missione speciale per una vita normale

FOTO E TESTO: MARIO FRACASSO

«Per noi albanesi l’unica religione sono i soldi». Così Ervin, studente di archeologia, ospite nello scavo di Castelleone (AN), riassumeva il rapporto dei suoi connazionali con la religione. Era il 2002, erano passati 11 anni dalla caduta del regime comunista e soli tre anni dal crak delle banche e dal relativa guerra civile che sconvolse di nuovo il paese. Il motto più correttamente era ed è: “l’unica religione in Albania è l’Albania”. A prescindere dalla confessione, mussulmana, ortodossa o cattolica, la maggior parte della popolazione, infatti, vive la propria religione con indifferenza materialista. Il comunismo aveva fatto tabula rasa di ogni “Dio” – uccidendo i religiosi rimasti in patria durante la dittatura – e la guerra civile ha insegnato a tutti a sopravvivere con il proprio individualismo.

In questo contesto alcune suore della Confraternita della Piccola Famiglia dell’Assunta di Rimini, nel 2005, hanno deciso di accettare la chiamata: «La chiesa di Uznova era rimasta senza parroco e chiesero a noi di trasferirci lì per mantenere la presenza cristiana nella zona» spiega Suor Micaela, mentre guida il pulmino della missione verso il supermaket. Nei prossimi giorni ci sara’ una settimana di campeggio per i nuovi battezzati e c’è bisogno di fare spesa per molte persone. «Di solito non arriviamo fino a Berat, ma facciamo spesa nelle botteghe locali» racconta sorridendo. Questo evidentemente serve per aiutare le persone della comunita’ locale. Uznova, infatti, è un piccolo villaggio nella periferia di Berat, la cosiddetta città delle mille finestre, posta nel cuore del Paese. È l’ultimo centro abitato prima dell’inizio della lunga strada statale che si infila nella valle ai piedi del monte Tomor e raggiunge i remoti villaggi della regione di Skrapar. Quest’anno, tra giovani e adulti, a Uznova sono state battezzate 18 persone e ormai la piccola chiesa originaria non puo’ accogliere più tutti i fedeli. Durante la messa del sabato sera ci si trasferisce nel salone principale del centro pastorale, costruito nell’ultimo anno e destinato ad accogliere tutte le attività della missione. «La porta della salvezza è aperta per tutti, ma è stretta, bisogna impegnarsi per entrare». Don Giuseppe, un giovane parroco dai modi gentili e il viso espressivo, è arrivato due anni fa da Savignano sul Rubicone per officiare nella parrocchia. Durante la predica, esorta tutti i fedeli, sia cattolici di lunga data sia nuovi battezzati, a non sentirsi arrivati solo per aver aderito al Vangelo, ma a praticarlo quotidianamente.
La sfida più grande le sorelle della Piccola Famiglia di Uznova l’hanno accettata riproponendo in Albania lo stesso modello della loro confraternita italiana, dove la missione principale è quella di assistere i disabili. Suor Michela accarezza Renata, una ragazza di 18 anni affetta da sindrome malformativa di Charge, e spiega: «Ogni Sorella assisteva personalmente un disabile, io mi occupavo di lei, Suor Micaela di Nicola, che ha ventinove anni ed è affetto da microcefalia. Quando ci siamo trasferite, li abbiamo portati con noi». A loro si è subito aggiunto Mario, il primo albanese, un ragazzone di diciotto anni, affetto da sindrome di down. È stato affidato a suor Monica. Con il tempo sono poi entrate nella Piccola famiglia anche Cristiana, sorella minore di Renata ed Eroina. La prima ha quindici anni e presenta un semplice ritardo nell’apprendimento, la seconda ne ha 18 ed è affetta in manirea molto lieve da sindrome di Charge. Entrambe si sono rivelate un validissimo aiuto nella missione e nel giugno 2013 il tribunale albanese per i minori ha riconosciuto alle sorelle la tutela legale delle due ragazze.
L’integrazione nella comunità è stata molto dura, ricordano Micaela e Michela. In Albania il diversamente abile è considerato ancora un taboo, le famiglie tentano di tenerli quanto piu’ nascosti tra le mura di casa e non hanno né strutture adeguate ad accoglierli, né le conoscenze adatte per accudirli al meglio. «Quando giravamo con loro ci sentivamo molto in imbarazzo, tutti ci osservavano in maniera strana» racconta Suli, nel suo italiano fluente. Fin dall’inizio il suo aiuto, come quello di altri giovani albanesi, è stato fondamentale per le sorelle. I ragazzi prestavano volontariato nella parrocchia, imparavano l’italiano e fungevano da anello di congiunzione tra la missione e il resto del villaggio. Ma la gente era molto diffidente del loro operato. I disabili non avevano mai passeggiato per le vie di Uznova e Berat e nessuno era abituato a vedere la loro diversità. Ad alcuni sembrò che Suli e gli altri giovani della parrocchia accompagnassero degli alieni.
Poi è successo qualcosa di speciale. Da un incontro è scoccata la scintilla. Non lontano dalla chiesa di Uznova viveva la signora Xhuli con suo figlio disabile Redi. Il ragazzo passava le sue giornate tra le mura di casa e il balcone. Un giorno per caso però Micaela l’ha trovato sotto casa e non ha perso l’occasione per avvicinarlo e fargli conoscere Nicola. La madre, accorsa per vedere cosa stesse succedendo, ha raccontato alla suora della malattia del figlio e del fatto che soffrisse di insonnia e non la lasciasse dormire la notte. Subito le sorelle della Piccola Famiglia si sono attivate per aiutarla e la loro gentilezza ha convinto la signora Xhuli dell’importanza della loro presenza nel territorio. Per questo ha convinto tutte le altre madri di disabili a incontrare le sorelle per conoscerle e le suore hanno così potuto accedere anche al cosiddetto ospedalino – una specie di ricovero dove i disabili erano raccolti più che accolti. «La situazione è deprimente» spiega suor Michela fissando il terreno mentre cammina: «i disabili sono abbandonati a se stessi dentro il ricovero». A Berat esistono due centri di accoglienza, ma entrambi sono sprovvisti di sufficiente personale. Spesso anche una singola persona deve occuparsi di una decina di disabili, tanto che dopo anni, nonostante le sofferenze e le difficoltà motorie e psichiche, i meno disagiati hanno imparato ad aiutare loro quelli non in grado di muoversi. Per questo la missione delle Sorelle di Uznova è diventata anche quella di dare una vita più serena possibile ai disabili che non frequentano la parrocchia. Hanno deciso di recarsi almeno una volta al mese all’ospedalino di Berat per passare la giornata proponendo attività ludiche per farli socializzare. Inoltre hanno aperto un loro centro diurno ad Uznova. Un centro dove i disabili possono stare in loro compagnia e con altri ragazzi “piu’ fortunati” che frequentano il cortile della parrocchia per giocare, chiacchierare e, seguendo l’esempio dei piu’ anziani come Suli, fare volontariato per aiutare le sorelle nella loro missione. «Io sono qui da poco» spiega Luana, una giovane novizia, venuta a rinforzare la missione, «dare gioia ai disabili è una missione speciale». Le sue parole hanno ancor più significato in un paese culturalmente chiuso come l’Albania. Per questo la funzione della Piccola Famiglia di Uznova nei confronti della comunità albanese locale non è solo quella di riavvicinare i pochi credenti della zona, ma anche quella di assistere i diversamente abili e, soprattutto, riuscire a scardinare il pregiudizio del senso comune, perché la comunità inizi a considerarli come persone con una dignità e in grado di vivere la loro vita. @Mario Fracasso


Appennino Lucano, viaggio in fondo alla Basilicata

Testo di Mario Fracasso

Foto di Mario Fracasso e Denis Strikner (per la foto di Giulia Solomita)

In fondo alla Basilicata c’è un piccolo paradiso sospeso tra alte montagne e verdi pascoli, tra fitti boschi e una valle, quella del fiume Agri, punteggiata di piccoli borghi medievali. E’ il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, dove le parole chiave sono biodiversità e produzione di nicchia. Tante cose da scoprire, tutte piccole e preziose. Un angolo remoto per chi vuole allontanarsi dalle mete del turismo di massa, immergersi nella natura e nell’arte, tra tradizioni antiche e sapori locali. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Il bene, però, va spesso di pari passo con il male e, nel caso dell’Appennino Lucano, l’uomo si sta impegnando a proteggere l’ambiente per bilanciare i danni fatti in precedenza. Il Parco, che si estende per 69.000 ettari, è stato creato per tutelare un ecosistema messo a rischio dai pozzi per l’estrazione del petrolio. La polemica imperversa e, nonostante l’utilità di avere risorse strategiche all’interno del territorio nazionale, i soli 150 posti di lavoro creati dall’Eni per molti non sono sufficienti a giustificare il rischio ambientale.

Ma, poiché, come dice l’attore lucano Rocco Papaleo, «Quando Cristo s’è fermato a Eboli, anche senza protezione, la Basilicata si è rimboccata le maniche e con molta insistenza ne è venuta a capo», in Val d’Agri, 29 comuni, tra i quali spiccano Brienza, Grumento Nova, Marsico Nouvo, Moliterno, Montemurro, Sarconi, Satriano di Lucania e Viggiano, si sono associati all’interno del nuovo Parco Nazionale e hanno iniziato a tutelarne fauna e flora. Vi sono animali come il nibbio, il lupo appenninico, la cicogna, il grifone e la lontra. Tra le piante faggi e orchidee sono molto diffusi, ma sono presenti anche specie endemiche come lo sferracavallo glauco, il centograni perenne, il geranio cenerino e la veronica austriaca. Il Parco, disposto a macchia di leopardo attorno ai pozzi, è diventato un fondamentale corridoio ambientale tra il Parco del Cilento e quello della Sila.

A beneficiarne è stato l’intero territorio. Da quando gli attori locali hanno iniziato a fare sinergia, per esempio, il Canestrato di Moliterno, formaggio 70% pecorino e 30% caprino, il cui nome sul mercato veniva confuso con produzioni fatte in Sardegna, e i fagioli di Sarconi, coltivati in una ventina di qualità differenti, hanno ricevuto la certificazione I.g.p.; mentre il Vino Doc Terre dell’Alta Val d’Agri, i cui vigneti si trovano anche ad altezze di 800 m, si sta affermando sempre più sul mercato nazionale e internazionale. Gli alimenti legati a una produzione casalinga e quotidiana come gli strascinati, pasta fresca fatta a mano, e i peperoni cruschi di Senise , stanno invece diventando l’orgoglio degli chef locali.

Ma l’Appennino Lucano non è solo natura e cibo. I borghi attuali hanno tutti origine medievale e riportano ai tempi della discesa dei Longobardi nel sud Italia, mentre i resti della via Appia e dell’insediamento di Grumentum testimoniano la colonizzazione dei Romani in questa zona, ma anche la presenza di popoli autoctoni nei secoli precedenti.

Arte antica e moderna, invece, si fondono a Satriano di Lucania. Qui, il piccolo museo dedicato a Giovanni De Gregorio, pittore locale vissuto tra ‘500 e ‘600 e conosciuto come Petrafisianus (Pietrafesa era l’antico nome di Satriano), è circondato da oltre 130 murales sparsi tra le vie del paese. La street art è una prerogativa anche di Montemurro, dove si possono osservare dei veri e propri quadri, realizzati con la tecnica del graffito polistrato e istallati a cielo aperto.

Sullo sfondo di questo paradiso risuonano le melodie dell’arpa di Viggiano. In questo Comune, infatti, sin dal XVIII sec d.C. esiste una delle tradizioni musicali più importanti d’Italia. E anche Lord Byron racconta di essere stato impressionato dalle innumerevoli variazioni di tonalità di cui erano capaci le arpe viggianesi.

Questa fusione di arte, natura e tradizioni rende l’Appennino Lucano un luogo che, nonostante i pozzi di petrolio e le trivelle o, forse, a maggior ragione per la loro presenza, riesce a stupire il turista più interessato, quello che, come direbbe Domenico Totaro, presidente del Parco, «dove vuole riesce ad arrivare». Non è, infatti, una meta per un turismo di massa e non ci sono infrastrutture che riescano a convogliare i flussi della Campania e della Puglia: l’aeroporto più vicino è quello di Salerno e la rete stradale è carente. Ciò rende l’Appennino Lucano un luogo lontano in cui le distanze sembrano dilatarsi. Meglio così, perché i posti meravigliosi sono sempre ben nascosti e per raggiungerli bisogna camminare molto, così come per raccogliere le perle bisogna immergersi in fondo al mare. ©MarioFracasso


Echt kölnisch wasser – La vera acqua di colonia

Foto e Testo: Valerio Pompilio

“Ho trovato un profumo che mi ricorda un mattino di primavera italiano, i narcisi di montagna, i fiori di Arancio subito dopo la pioggia. Che mi rinfresca, rinvigorisce i sensi e la fantasia.”

L’Eau de Cologne è un profumo al quale è stata attribuita una denominazione di origine protetta che ne lega la produzione originale a Colonia, la città tedesca dove nacque. Un nome francese per un prodotto tedesco, che sembra abbia origini italiane. Un intreccio internazionale che riporta indietro nel tempo.
Quel profumo, che ricordava un mattino di primavera italiano, infatti, rinvigoriva i sensi e la fantasia di Giovanni Maria Farina, profumiere italiano nato nel 1865 a Santa Maria Maggiore in Piemonte, ma che fece le sue fortune in Germania. Lo scriveva in una lettera al fratello nel 1708.

L’azienda dei fratelli Farina aprì ufficialmente a Colonia nel 1709. Le merci commerciate erano definite come Französische Sachen – Roba Francese e, oltre ai profumi, comprendevano oggetti di lusso tra cui parrucche, sete e gioielli. Essendo immigrato, Farina poteva occuparsi di tutto ciò che era al di fuori dal monopolio delle corporazioni della città, che impedivano ogni forma di concorrenza straniera. Il successo arrivò grazie a una grande rivoluzione nel campo della profumeria: l’utilizzo dell’alcool al posto di spiriti di vino o acquavite. Persino Napoleone faceva uso di questo nuovo profumo. Si narra che ne consumasse una bottiglietta al giorno e che i costi di un singolo flacone si aggirassero sui 6 mesi di stipendio di un impiegato. Lo stesso Farina prima di morire scrisse: “non vi è in Europa alcuna casa reale o imperiale che io non rifornisca”. Dedicò la sua creazione alla città che l’ospitò, Colonia appunto. Il nome era stato scelto in Francese perché era la lingua delle corti, dei nobili e del commercio.
Oggi il nome Eau de Cologne denomina una categoria di profumi e non più unicamente la creazione di Farina, che dal 1874 è conosciuta come Johann Maria Farina gegenüber Jülichsplatz.

Ma che la storia di questo profumo non sia così semplice è evidente appena si arriva nell’Hauptbahnhof di Colonia. La stazione principale, sembra una grande ampolla piena di profumi ed essenze diverse: l’odore pungente di una sigaretta, il profumo invitante di wurstel e curry, il lieve aroma di dolci e le infinite varietà di essenze di uomini e donne, migliaia di turisti, studenti e lavoratori che si accalcano. Mentre una voce registrata si diffonde attraverso gli altoparlanti ad attirare l’attenzione è una grande scritta luminosa, color oro e blu che domina dall’alto: N°4711 – “Echt kölnisch wasser” – “La vera acqua di colonia”.
A meno di un chilometro dalla stazione centrale, sotto il colonnato di un elegante palazzo, nella Glockengasse, vi è il negozio e casa natale del profumo “N°4711”. Le grandi vetrate non lasciano spazio all’immaginazione. All’interno si rimane colpiti dal forte odore di profumo che sgorga senza fine, come fosse acqua, da una fontana alla quale i turisti attingono un poco della sua fragranza.
Ci sono semplici ma eleganti scaffali sui quali sono esposti i prodotti. Sopra le casse, su una parete composta da decine e decine di flaconi vuoti è posto il grande marchio N°4711. Un’elegante scala porta a un soppalco dietro il bancone dove, in poche vetrine, vengono esposti flaconi storici e pochi altri oggetti come un libro e un paio di quadri che raccontano il passato del profumo.
Secondo la versione ufficiale dall’azienda N°4711, tutto ebbe inizio con la formula di un’aqua mirabilis donata nel 1729 come regalo di nozze al mercante tedesco Wilhelm Mülhens da un monaco cartesiano.
Le aquae mirabiles erano utilizzate anche in materia di medicina e, quando Napoleone decise che tutte le formule dei medicinali dovessero essere rese pubbliche, il mercante tedesco, per preservare la segretezza della sua, la dichiarò prodotto per uso esterno. Successivamente Mülhens in persona proclamerà la sua aqua “echt kölnisch wasser”, “La vera acqua di colonia”. In questo modo renderà nota ovunque la sua azienda tanto da definirla il numero del mondo. Inoltre, il mercante tedesco fu tra i primi a creare un’etichetta colorata, blu e oro, mentre prima erano unicamente usate etichette con caratteri in bianco e nero. A conclusione della storia si dice che a scrivere il fatidico numero fu un soldato francese, che, incaricato di dare numeri civici alle abitazioni, non smontò dal suo cavallo, ma scrisse il numero e cavalcò oltre.

Attualmente la casa N°4711 è il brand maggiormente riconosciuto, ma la personalità dell’Italiano G.M. Farina aleggia sulla città. Il suo nome, insieme a una sua rappresentazione, nel 2009, è stato inciso sulla torre del vecchio municipio in Heumarkt, la vecchia piazza del mercato del fieno. A fargli compagnia vi sono le statue di molti personaggi illustri che hanno reso onore e fama alla città.
Se si visita il Museo del Profumo Casa Farina, si viene accolti con garbo e da una spruzzata di Mattino Italiano di Primavera. Poi, nel silenzio della sala d’attesa, piena di ritratti di discendenti della famiglia Farina e vetrine con libri, disegni e antiche boccette di profumo, una porta si apre e insieme a Giulia, guida italiana, entra un uomo truccato alla maniera settecentesca, con una gran parrucca bianca e un elegante vestito verde scuro con ricami d’oro. Si avvicina sorridendo, con movimenti lenti e precisi, parla tedesco scandendo le parole e si presenta come Johann Maria Farina.
Marek, attore di professione, racconta la storia del profumiere italiano e della sua creazione. Secondo la sua versione, il nome Eau de Cologne divenne di uso comune dal 1797 quando Napoleone introdusse la libertà di commercio sul Reno, sciogliendo le corporazioni e dando libero accesso al commercio. Tutti erano a conoscenza del successo riscosso dal profumo di Farina e in breve tempo nacquero una nutrita concorrenza e numerosi plagi che portarono sul mercato una gran quantità di nuove aquae simili. Questi profumi nascevano e morivano in brevissimo tempo creando confusione e l’italiano non riuscì a mantenere la proprietà sul nome originale, Eau de Cologne. La ricetta rimase sempre segreta, ma imitatori e contraffattori erano interessati soprattutto a possedere il nome Farina che permetteva di vendere facilmente ogni prodotto. Marek e Giulia spiegano che tra i vari plagi solo uno è rimasto fino a oggi: quello ad opera della casa “N°4711”. Parlando degli avversari l’attore, come fosse Giovanni Maria Farina in persona, si infervora: «Sie schämen sich dass sie nichts Festes in der Hand haben und lügen» – «Si vergognano di non avere nulla in mano e mentono».
La disputa sulla nascita dell’originale Eau de Cologne è aperta. Sembra, infatti, che nel 1803 Mülhens firmò un contratto con un tale Carlo Francesco Farina, in nessun modo imparentato con il profumiere italiano, per acquisirne il cognome. Nel contratto venne scritto che questo C.F.Farina rese anche nota la ricetta segreta dell’Eau de Cologne a Mülhens.
La legge sulla protezione del marchio di fabbrica venne deliberata a Colonia solo nel 1874 e il primo marchio registrato fu “Johann Maria Farina gegenüber Jülichsplatz”, l’attuale marchio del profumo creato da G.M.Farina. Dopo questo editto fu proibito a Mülhens di usare o vendere il nome Farina e così il mercante tedesco dovette utilizzare il nuovo “N°4711”.

Per avallare le sue tesi, Marek prende una stampa plastificata. L’attore, che non recita più, si fa serioso e mostra l’immagine in cui un soldato francese a cavallo scrive il numero civico 4711 sul muro della Glockengasse. Sullo sfondo si vedono le torri del duomo di Colonia. Marek però chiarisce che all’epoca non furono i francesi ad assegnare il numero civico alle abitazioni e che da lì non si può vedere il duomo, né le sue torri, e che, nell’epoca rappresentata nell’immagine, il duomo aveva solo una torre completa.
La stampa è simile al quadro esposto nelle vetrine del negozio del N°4711, nel quale è rappresenta la stessa situazione ma, sullo sfondo, il duomo non ha le torri. «Nel quadro», spiega la responsabile della Glockengasse, Monika, «il duomo è in costruzione» e per questo non ci sono riferimenti a una torre completa.
Per chiarire meglio, Monika racconta che Mühlens usò inizialmente il nome Farina solo perché il monaco che gli donò la formula si chiamava Farina e che quindi non c’è alcuna connessione tra le due case e nessun tentativo di plagio. In ogni caso, per la casa N°4711, il termine ”Originale” «significa solo che la manifattura chiave viene eseguita a Colonia. Cosi tutti potrebbero chiamare il proprio profumo “Echt Kölnisch Wasser” e noi non abbiamo nessuna esclusiva per usare questo attributo».

Oggi, uscendo dal negozio, su una vetrina laterale, si vedono riflesse le punte delle torri del duomo. Curioso.
Ovviamente nessuna delle due case cede alla versione dell’altra e la vera origine dell’Acqua di Colonia rimane controversa. Nella Storia resta, comunque, la vicenda di un italiano emigrato nel XVIII secolo che ha fatto di intuizione e talento un successo mondiale. ©ValerioPompilio


Benvenuti, è l’anno del Cavallo!

Foto e testo: Laura Sestini

Le tradizioni sono un patrimonio imprescindibile per ogni popolo e avvicinano gli esseri umani.

La Toscana è l’area dove vive la più numerosa comunità cinese in Italia. I migranti arrivano con l’obiettivo di migliorare la propria vita lavorativa ed economica, cercando impiego prevalentemente nell’ambito del tessile e dell’abbigliamento. Prato è diventata, in poco più di venti anni, con quasi il 20% della popolazione totale, la terza Chinatown europea dopo Parigi e Londra. Ma la presenza cinese è cospicua anche in altre zone della regione, con predisposizione verso i centri maggiori. Firenze per esempio è stata meta ambita ancor prima di Prato stessa. Gli altri settori di attività sono la pelletteria, la ristorazione e le spedizioni. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

In questi anni di migrazione di massa, le differenti comunità si sono evolute in maniera peculiare in ogni località di stanziamento. Oggi, anche se lentamente, il rifiuto iniziale dello straniero e dello sconosciuto da parte degli abitanti dei paesi “colonizzati” sta lasciando il campo a un processo d’integrazione e solidarietà. A Prato, per esempio, nel 2007 la comunità cinese ha raccolto 50.000 euro e donato un’ambulanza alla città che li ospitava, con scritte in italiano e cinese. Un gesto che ha inequivocabilmente un solo significato: integrazione e collaborazione.
Ad accelerare questo processo ci stanno pensando le seconde e le terze generazioni. Nelle scuole il contatto tra coetanei cinesi ed italiani crea amicizie e conoscenze e, parlando correttamente la lingua italiana, spesso a scapito del cinese stesso, i più giovani fungono da trade union per un migliore inserimento di genitori e parenti più anziani.
Per queste persone, arrivate senza conoscere la lingua, di solito padri in cerca di un lavoro per sostentare una famiglia lontana migliaia di chilometri, l’unico legame con i propri cari sono costumi e tradizioni. Le stesse che, a volte, vengono demonizzate da chi non ne comprende il valore nella vita di cinesi, italiani,  scandinavi, peruviani e di tutte le persone di tutto il mondo.
Il 31 gennaio cade il Capodanno Cinese che è una delle feste più sentite. Basato sul calendario lunare, annuncia l’arrivo della primavera e del segno che caratterizzerà il nuovo anno: il 2014 sarà quello del Cavallo, che promette fortuna e prosperità. Tra le città toscane che hanno per la prima volta organizzato la celebrazione insieme alle associazioni cinesi presenti in città, quest’anno si è distinta Pisa, dove tra residenti e studenti arrivati con borse di studio, i cittadini di origine cinese sono circa duemila. Un Capodanno festoso che ha attratto tanti pisani e turisti in visita alla città. Un ricco buffet accoglieva gli avventori al termine della sfilata dei coloratissimi dragoni che per le vie del centro storico roteavano al ritmo delle percussioni. Un’occasione apprezzata da tutti per avvicinarsi a una comunità diversa, per conoscersi meglio, scambiarsi commenti sulla festa e le sue origini. Tante risate, foto scattate e voglia di fare qualcosa tutti insieme per quella che è la città in cui si vive, che si sia nati qui o altrove. ©Laura Sestini


Che bel carattere!

VIAGGIO ALL’INTERNO DELLA TIPOTECA DI CORNUDA (TV)

Foto e Testo: Karin Daberto

Il colore, le immagini e la scrittura da sempre fanno sognare grandi e piccini. Nonostante il progresso tecnologico, la carta stampata conserva il suo fascino: è meraviglioso sentire il profumo delle pagine impresse con gli inchiostri.
Questa magia si può rivivere nella Tipoteca di Cornuda in provincia di Treviso, una realtà unica che comprende la più grande raccolta di caratteri di stampa italiani risalenti al periodo compreso tra ‘400 e ‘900. Le persone che ci lavorano definiscono questo enorme spazio espositivo come un «work in progress per tramandare l’antica arte della stampa, che sta via via perdendosi». In quasi 2000 metri quadri sono catalogati, in cassettiere divise per stile e dimensione, centinaia di migliaia di caratteri tipografici, messi a disposizione per amanti e curiosi che possono aprire i cassetti e scoprire e toccare font antichi. Viene spontaneo cercare le lettere per comporre il proprio nome o qualche altra parola.
È stato il signor Antigua, comproprietario della Tipografia Grafiche Antiga, a salvare tale patrimonio che comprende, tra l’altro, matrici incise in legno e types in lega di piombo che altrimenti sarebbero stati fusi per la realizzazione di cartucce per la caccia. Da magazzini e officine abbandonati sono state riportate alla luce e rimesse in funzione molte macchine per la stampa, dai vecchi torchi alle più recenti macchine quali monotype e linotype. In questo spazio ricco di storia, che si snoda tra l’ex chiesa di Santa Teresa e l’antico canapificio veneto, si può partecipare a corsi di composizione, stampa a caratteri mobili, calligrafia e legatoria creativa, facendo un bellissimo viaggio nel mondo dei simboli.
Alla Tipografia di Cornuda si viene accolti in Inglese perché i visitatori sono quasi tutti stranieri: tedeschi e statunitensi soprattutto. Oltre i confini, infatti, le nostre ricchezze sono molto apprezzate. Domani, 24 Gennaio, sarà la Giornata Nazionale dei Tipografi: un’occasione speciale per visitare immergerci nella cultura italiana. ©Karin Daberto


India: Capodanno con Pasolini

Foto e testo: Mario Fracasso

A 38 anni, pochi giorni prima del Capodanno 1961, Pier Paolo Pasolini atterra in India. Un viaggio di un mese e mezzo in compagnia di Alberto Moravia e Elsa Morante.
Il pretesto è l’invito al congresso in onore del poeta e scrittore indiano, premio Nobel per la Letteratura nel 1913, Rabíndranáth Thákhur (Tagore). Ma Pasolini non era tanto interessato alle celebrazioni, quanto alla conoscenza di un mondo molto diverso da quello da cui proveniva. Proprio come usava fare nelle borgate romane, scende in strada a cercare la vera vita dell’India e delle persone che la popolano.
Come spiega lui stesso, in un passaggio di uno degli articoli che pubblicò al suo rientro sul quotidiano Il Giorno, quelle poche settimane non gli furono sufficienti a farsi un’idea precisa dell’India e i suoi articoli, raccolti poi nel libro, L’odore dell’India,  sono solo appunti personali. Una specie di autobiografia dei giorni spesi passeggiando tra i “piccoli indianini” nelle città di Agra, Aurangabad, Bombay, Calcutta, Dely, Gwalior, Khajuraho, Orchha: un resoconto delle sue impressioni e sensazioni, di ciò che vedeva e pensava e di come reagiva a ciò che gli accadeva.

Erano gli anni Sessanta e il Subcontinente Indiano era ancora un luogo sconosciuto agli Italiani, un estero ancora troppo lontano. Per questo lo sguardo di Pasolini è ancora “vergine” e lui si limita a vivere in quel nuovo mondo con tutti i sensi all’erta e, anche se alcuni suoi giudizi, oggi, potrebbero sembrare banali, è grazie a lui (e a Moravia che parallelamente scrisse degli articoli per il Il Corriere della Sera, raccolti poi nel libro Un’Idea dell’India) che il pubblico italiano iniziò a conoscere questo “mondo” così lontano, ad assaggiare per la prima volta l’India.
Nelle sue passeggiate, soprattutto notturne, tra catapecchie e botteghe, templi e processioni, vacche e taxi, spazzatura, morte, miseria e sorrisi, sguardi colmi di gentilezza e occhi che parevano iniettare tutta la dolcezza di cui erano capaci, Pasolini vagava come «un segugio dietro la peste dell’odore dell’India». Alla fine, quando riparte, è «grondante, bagnato, sporco di pietà» per un mondo di miseria in cui immagina, però, sia bellissimo vivere perché «manca completamente di volgarità».
Un’esperienza così forte segna la vita dell’autore e colma il vuoto del suo passaggio da scrittore a regista. Nei mesi successivi al suo rientro, infatti, trova l’ispirazione e l’energia giusta per produrre  il primo film: Accattone. Nel 1967, dopo un secondo viaggio nel Subcontinente, la sua esperienza indiana si tradurrà in un documentario, Appunti per un film sull’India, presentato nel ’68 anche alla Mostra del Cinema di Venezia.
Pier Paolo Pasolini morirà, poi, nel 1975: esattamente 38 anni fa. ©Mario Fracasso

Guarda il Documentario girato da Pasolini

 


Abstraction Devices – photography beyond reality

Leggi in Italiano  Italy

Photographs and texts: Luca Baldini
Introduction: Luca Baldini and Mario Fracasso

Reality is not often what we imagine; sometimes it is not even what we perceive with our senses. Karl Raimund Popper, Austrian epistemologist who died in 1994, talking about Kantian philosophy in his work Conjectures and Refutations, explained that we should overcome the idea of a passive humanity lashed out by Nature forces. We should accept that the perception of phenomena has to be ordered and ruled by us, according to our cultural background. Starting from this idea, we present you with a photographic gallery which is real as well as subjective. The author, Luca Baldini, has disjointed the elements in order to recompose them following the reality he envisioned. Many philosophers define some of our certainties on external reality under the expression Naive Realism, and they consider that these beliefs that we take for granted obstruct our knowledge process. Luca Baldini has attempted to go beyond: he gave new meaning to certain places in Italy, resetting landscape elements in order to express some opinions or ideas he had. After all, Einstein himself was close to Kant’s theories when he said: «all concepts, even those which are closest to experience, are from the point of view of logic freely chosen conventions. Luca Baldini chose his own ones and showed, while describing his homeland, that even photography can help thinking. ©Mario Fracasso

Abstraction Devices

By adding an abstract cut to my compositions, I try to widen their communicative potential, to the point that they can represent something that is not pictured. Titles are thus very important, as these ideas don’t exist without the verbal component, being it solitary thinking or a solid conversation among observers. Multiple exposure, directly applied on the film, creates images which are more complex but still compact and intact in their correspondence to a mental reality, not overblown: the analog process preserves the indexical relationship between photo and existent, the combined presence of different points of view draws the composition closer to the world of ideas.

Fate-Path_Luca BaldiniFate/Path – Bologna

An open debate on life. Or better, a point of view on life. Fate makes assonance with faith and path rhymes with maths. Thanks to mathematical algorithms we can calculate the displacements of railway binaries, so that we can follow the right way to a desired destination. Anyway, this isn’t enough, because life has an “airy” component too, elusive and immortal, that can show itself in the unforeseen: this is represented here by the railway electric traction system, whose registration arms remind me of the puppet master’s arms, ruling from above. What’s more important, then, the path we choose or fate’s support? What’s the most effective tool we’re given, our will or our faith? I believe this picture gives us one sure answer: we can’t see farther than that bridge, it’s all blurred. Let’s just enjoy the journey.

20th Century20th Century – Italia

These ten exposures over the same film frame, shot in different places around Italy, are kind of a brainstorming on the last century. A diachronic representation, like a blast of memories in rapid fire imprinted on a mental snapshot. Main protagonist is the anthropization process of the existent: starting from a thatched roof with wooden beams and ending at cars and power stations.

Development In ArchitectureDevelopment In Architecture – Milano Marittima

Development In Architecture is a partial double exposure. The film portion interested by the union of the two shots measures 70×24 mm, but only on the central third the overlay happened: before rolling over my Fujica and shooting the second image, I rewound the film by half frame, instead of one. This resulted in an image that reminds me of a two-dimensional development of a three-dimensional half-sphere, thus a geometric shape. Here links my remark on contemporary architecture, whose development principles lay on notions of shape and design rather than substance and function. Subject of the photo: abandoned night club nearby Ravenna.

Do Not Feed The TreesDo Not Feed The Trees – Roma

“Do not feed the animals” is a typical line one can find written inside zoos, especially if referred to protected animal species. Instead, here we are in the beautiful park of Villa Torlonia in Rome. The fence and the security cameras deal with the idea of protection. There’s a museum behind the objective, but I addressed it to the park, which is here a metaphor of Nature that becomes, in a metropolitan civilization, the negative of the built; no more free to manifest itself in its variations. In vast areas of many cities, green is an endangered colour, dying out, boxed up in cages that we call flower-beds. So, Nature, as something to preserve from the march of the concrete. Nature as an element getting scarce, to protect but also to observe and admire.

Still Life With SkyscraperStill Life With Skyscraper – Frosinone

This is a composition of built objects, a urban landscape sadly typical of Italian suburban areas, characterized by the absence of attention towards the choice of materials, constructive technologies, social, spacial and visual solutions that made the luck, throughout the centuries, of our beautiful and harmonious city centers. The skyscraper emerges, blank, between the other buildings. No matters how many windows or balconies – two or two hundreds – our suburbs are going to remain lifeless.

Fortress EuropeFortress Europe – Bologna

The historical center of Bologna (Italy) is protected with security and traffic cameras, all around and inside it. In this image you can see combined the technique of analog photography with contemporary “big brother” techniques and, blurred and distant, the 1000 years old Asinelli tower and the rich buildings of via Rizzoli. Comes to my mind the analogy with Europe: an economic fortress being built up not to let intruders from less developed countries in – the Euro currency as a silent weapon. Join the banks’ way or keep out!

Propeller Mast DyePropeller Mast Dye – Cervia

Province of Ravenna, shipyard in the marina of Cervia, double exposure. This photo is illustrative of why my titles are usually thought in English: English is more flexible and indefinite than Italian; I would say it’s a potentially abstract language, since there isn’t always a one-to-one correspondence between signifier and meaning. For example, mast means (in Italian) “albero maestro”, but the pronunciation is almost the same as must (“dovere”), which can refer to different persons and tenses of the same verb. While dye means “tintura” or the verb “tingere” and is pronounced exactly like the verb to die (“morire”). The three words that make the title, thus, schematically describe the composition, but can also mislead to a tricky reading. The composition is tricky too: the worker is dying the mast and dyes himself with the colours of the boat’s hull, same boat he’s working on. The self-addressed operation reminds me of a mental introspection or one of those unconscious post-traumatic processes of memory correction or suppression.

EqualizationEqualization – Ravenna

While taking this long exposure shot in the natural park Oasi di Punte Alberete, I slowly turned the focus from 2 m to infinite. In this way I put on focus all the visible landscape, from the canes to the trees and the streetlights far away. Everything on focus but nothing neatly in detail. An equalization is the compensation of a phenomenon, but also recalls the idea of equality. In this composition all the elements are flattened on the same plane and acquire the same importance, from the big to the small one, from the natural to the artificial.

Open - ClosedOpen\Closed – Ravenna

Ravenna has a port canal dig in the sand, ending into the Adriatic sea. In order to ensure its accessibility to large draught ships, the excavation is protected from the water currents by two seawalls 2,8 km long. Two very long motionless piers creating like a huge vestibule. The photo is taken right where the canal opens into the vestibule, much alike a limbo that with the sunset’s colours gets an aura of mystery, at the edge of closure and infinite horizontality. Open\Closed is a reflection on the relativity of the horizon and on the lability of limits. For me It’s peace. For me it’s motion.

Nightmare Of A Tree At The Edge Of TownNightmare Of A Tree At The Edge Of Town – Ravenna

This photo is a double exposure, shot in the Natural Oasis of Punte Alberete, a natural park whose richness in flora and fauna is threatened by the march of urbanization and, most of all, by the toxic smoke from the chemical-industrial plant. In the picture one can see a tree and a dreamlike shape of the same tree cut down.

Fairy Tale Gone To BedFairy Tale Gone To Bed – Bologna

Walking back home at night, I once came across this vision of the stairwell that takes to Parco Della Montagnola, a little mystic, like populated by a procession of street-lights in tension between quietness and motion. Between reality and fiction, as characters of a fairy tale. So I tried to create a picture that could suggest many possible plots but nothing precisely, quite like fairy tales, which don’t necessarily end with an explicit moral (unlike the fables). Also the title is open to interpretation: one can think of a bedtime story or of a love affair just ended up, for the night or forever. What remains is nothing but a stage.

©Luca Baldini


Abstraction Devices – fotografia oltre la realtà

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Foto e testo: Luca Baldini
Introduzione: Mario Fracasso

La realtà spesso non è quella che immaginiamo, a volte neanche quella che siamo certi di aver percepito.
Karl Raimund Popper, epistemologo austriaco morto nel 1994, nella sua Congetture e Confutazioni, parlando della filosofia Kantiana, spiega che bisognerebbe abbandonare l’opinione secondo la quale l’uomo è spettatore passivo, sul quale la natura imprime la propria regolarità e accettare che, nel vedere, udire e sentire ogni tipo di fenomeno, siamo noi stessi a imprimere attivamente alle nostre visioni l’ordine e le leggi del nostro corredo culturale.
Partendo da questa idea, vi presentiamo una galleria fotografica tanto reale quanto soggettiva, in cui l’autore, Luca Baldini, ha scomposto gli oggetti per ricomporli in base alla realtà che vedeva dentro se stesso. Molti filosofi parlano delle nostre certezze sulla realtà esterna, definendole Realismo Ingenuo, convinzioni che diamo quotidianamente per scontate, ma che bloccano il processo di conoscenza. Luca Baldini, ha provato ad andare oltre: ha dato nuovo significato a determinati luoghi d’Italia, ricomponendone gli oggetti per esprimere la propria percezione. In fondo, anche Einstein riprese le teorie di Kant e disse: «tutti i concetti, anche quelli più vicini all’esperienza, sono dal punto di vista logico convenzioni liberamente scelte». Luca Baldini ha scelto le sue e, raccontando la sua Italia, ha dimostrato che anche la fotografia può aiutare a riflettere. ©Mario Fracasso

Abstraction Devices

Sulla pellicola registro composizioni che spesso hanno un taglio astratto aggiunto, operazioni tese ad espandere il potenziale comunicativo delle immagini, in modo che possano rappresentare anche idee che non sono esplicitamente raffigurate. Idee che esistono in una componente verbale, che sia riflessione solitaria o vera e propria conversazione fra osservatori. L’esposizione multipla, applicata direttamente sulla pellicola, crea immagini più complesse ma comunque compatte e integre nella loro rispondenza a una realtà mentale non artificiosa: il procedimento analogico preserva il rapporto indicale dell’immagine con l’esistente, la compresenza di punti di vista differenti avvicina la composizione al mondo delle idee.

Fate-Path_Luca BaldiniFate/Path – Bologna

Destino/Strada, un dibattito aperto sulla vita. O, meglio, un punto di vista sulla vita. Fate fa assonanza con faith e path fa rima con math. Grazie ad algoritmi matematici possiamo calcolare i giusti spostamenti di un binario, in modo da seguire una via tendendo a una meta. Ma questo non è sufficiente, perché la vita ha sempre una componente aerea, sfuggente e immortale che si manifesta negli imprevisti: essa è qui rappresentata dal sistema di alimentazione elettrica della ferrovia, i cui tiranti di poligonazione mi ricordano un po’ le braccia di un marionettista che governa dall’alto. Cos’è più importante, dunque, cos’è più forte, il percorso che ci prefissiamo o il patrocinio del destino? La volontà o la fede? Credo che la foto una risposta sicura la dia: oltre il ponte non ci è dato guardare. Godiamoci il viaggio.

20th Century_Luca Baldini20th Century – Italia

Queste dieci esposizioni sulla stessa porzione di pellicola, scattate in diversi luoghi d’Italia, sono un brainstorming sul secolo appena passato. Una rappresentazione diacronica più che sincronica, una raffica di memorie in sequenza immobilizzate in un’istantanea mentale. A far da protagonista è il processo di antropizzazione dell’esistente: si parte da un tetto in paglia e si arriva all’automobile e alle centrali elettriche.

Development In ArchitectureDevelopment In Architecture – Milano Marittima

Development In Architecture, ovvero Lo Sviluppo In Architettura, è una doppia esposizione parziale: la porzione di pellicola (35 mm) interessata dall’unione delle due immagini è 70×24 mm, ma solo nel terzo centrale è avvenuta la sovrapposizione. Prima di scattare la seconda esposizione e capovolgere la mia macchina Fujica, ho riavvolto la pellicola di mezzo frame invece che di uno intero. Il risultato, a partire da un oggetto semisferico, è un’immagine che mi ricorda lo sviluppo bidimensionale di una semisfera tridimensionale. Dunque di una forma geometrica. Qui si lega la mia riflessione sull’architettura.

Do Not Feed The Trees

Do Not Feed The Trees – Roma

«Vietato dare cibo agli animali» è la tipica frase che potreste leggere in uno zoo, specialmente se si tratta di specie animali protette. Qui siamo invece nel bellissimo parco di Villa Torlonia a Roma. La recinzione e le telecamere di sicurezza rimandano al concetto di protezione. C’è un museo alle spalle dell’obiettivo, ma per la foto ho ribaltato lo sguardo: il parco è qui metafora di una Natura che diventa, nella civiltà metropolitana, il negativo del costruito; non più libera di manifestarsi nelle sue varietà. In diverse zone di molte città il Verde è un colore in via d’estinzione, rinchiuso in gabbie che chiamiamo aiuole. Natura, quindi, come qualcosa da preservare dall’avanzata del cemento. Natura come elemento sempre più raro, da proteggere, ma anche da ammirare e osservare.

Still Life With Skyscraper

Still Life With Skyscraper – Frosinone

Natura morta con grattacielo è una composizione di oggetti edificati, panorama urbano tipicamente rappresentativo delle periferie delle città italiane, tristemente caratterizzate dall’assenza di tutte quelle attenzioni nella scelta di materiali e tecniche costruttive, soluzioni visive, spaziali e sociali che nei secoli hanno fatto la fortuna – invece – dei nostri bellissimi e armoniosi centri storici. Il grattacielo emerge, spento, fra altre sagome. Non importa aumentare il numero degli affacci, siano due balconi o siano duecento, le nostre periferie sono destinate a rimanere delle “nature morte”.

Fortress Europe

Fortress Europe – Bologna

Il centro storico di Bologna è protetto da telecamere di sicurezza e per il traffico, sia dentro che lungo il suo perimetro. Nella foto si possono vedere le più moderne tecnologie da “Grande Fratello”, combinate con le tecniche costruttive della millenaria Torre degli Asinelli e i ricchi palazzi di via Rizzoli. Questa visione mi ha fatto pensare ad un’analogia con l’Europa: una fortezza economica che i poteri centrali hanno costruito e stanno rafforzando per non permettere l’accesso a paesi meno sviluppati, se non a carissimo prezzo. L’Euro come arma silenziosa e affilata. Uno slogan per i governi aspiranti europei: Join the banks’ way or keep out! Ovvero Unitevi al gioco delle banche o rimanete fuori!

Propeller Mast Dye

Propeller Mast Dye – Cervia

Provincia di Ravenna, cantiere nautico del porto turistico di Cervia. Questa foto spiega perchè i titoli delle mie foto nascano in Inglese: è una lingua più duttile e indefinita rispetto all’Italiano; quasi astratta, in quanto non vi è sempre corrispondenza biunivoca fra significante e significato.  Ad esempio, mast vuol dire albero maestro, ma suona quasi esattamente come must, il verbo dovere, parola che a sua volta può essere tradotta con diverse persone e tempi verbali. Dye, invece, vuol dire tintura o tingere e anch’esso si pronuncia come un altro verbo, il più comune to die, morire. Le tre parole che compongono il titolo, dunque, descrivono schematicamente la composizione, ma possono anche trarre in inganno. A livello subliminale, potremmo leggere Il propulsore (l’elica) deve morire, anziché Elica (e) Tintura dell’Albero Maestro. Anche la composizione è ingannevole: l’operaio dipinge l’albero e si tinge egli stesso dei colori dello scafo della barca su cui si trova. Quasi come un atto di introspezione mentale o come quei processi inconsci post-traumatici di rimozione o correzione della memoria.

Equalization

Equalization – Ravenna

Durante questa lunga esposizione alle luci del crepuscolo, nell’Oasi di Punte Alberete, ho lentamente spostato la profondità di campo da infinito a due metri. In questa maniera ho messo a fuoco tutto il paesaggio visibile, dai ciuffi di un canneto in primo piano fino alle lontane luci di una strada, passando per gli alberi. Tutto a fuoco e niente perfettamente in dettaglio. Equalizzazione è la compensazione di un fenomeno e richiama il concetto di uguaglianza. In questa composizione tutti gli elementi sono sullo stesso piano e hanno la stessa importanza, dal grande al piccolo, dal naturale all’artificiale.

Open - Closed

Open\Closed – Ravenna

Ravenna ha un porto canale scavato nella sabbia che sfocia nel Mar Adriatico. Per assicurarne l’accessibilità a navi mercantili di grosso pescaggio, lo scavo è protetto dalle correnti marine da due dighe foranee di 2,8 km; due lunghissimi moli immobili che creano come un grande vestibolo di ingresso. La foto è scattata lì dove finisce il canale e comincia il “vestibolo”, limbo che al tramonto si tinge di mistero, in bilico fra la conclusione e l’orizzontalità infinita. Aperto\Chiuso è una riflessione sulla relatività dell’orizzonte, sulla labilità del limite. Per me è pace, per me è movimento.

Nightmare Of A Tree At The Edge Of Town

Nightmare Of A Tree At The Edge Of Town – Ravenna

Incubo di un albero alle porte della città è una doppia esposizione notturna. Siamo poco fuori da Ravenna, nell’oasi naturalistica di Punte Alberete, parco naturale la cui ricchezza di flora e fauna è minacciata dall’avanzata dell’urbanizzazione e, soprattutto, dai fumi tossici del polo chimico-industriale. La composizione si vedono un albero e l’immagine onirica dello stesso albero abbattuto.

Fairy Tale Gone To Bed

Fairy Tale Gone To Bed – Bologna

Camminando verso casa, mi sono imbattuto in questa visione un po’ magica della scalinata del Parco della Montagnola, popolata da una processione di lampioni che sembravano sospesi fra quiete e movimento. Fra realtà e finzione, come i personaggi di una fiaba, fairy tale, appunto. E come le fiabe non necessariamente sono provviste di una morale (al contrario delle favole), così ho cercato di creare un’immagine che potesse voler dire tanto, ma anche nulla di preciso, lasciando spazio all’immaginazione anche nel titolo: “Fiaba andata a letto” può essere il racconto della buonanotte, ma può anche riferirsi a una parentesi romantica che termina durante la notte; si conclude o, semplicemente, si va tutti a riposare. Ciò che resta non è che un palcoscenico.

©Luca Baldini


Vittoria (RG), la città attraverso i suoi artisti

Foto: Rosalba Amorelli; Testo: Beatrice Cinnirella

“Benvenuti a Vittoria, città delle primizie!” Questo è il saluto che la cosiddetta Città del Sole offre a chi la visita. [CONTINUA DOPO LE FOTO]

Vittoria è situata in una delle più vaste pianure della Sicilia, delimitata dai fiumi lppari e Dirillo, che fu definita dai greci Plaga Mesopotamica Sicula. È il più giovane centro della provincia di Ragusa e nasce il 24 aprile 1607, per volontà della contessa Vittoria Colonna Henriquez-Cabrera. Si racconta che, nel 1591 la nobildonna, facendo un giro a cavallo, ai piedi dei Monti Iblei, vide un quadro di bellezza naturale, un “serpente” lunghissimo dipinto tutto di verde, era la Kannavatala canna che cresceva e cresce ancora rigogliosa lungo il corso del fiume Ippari. Vide anche un giardino di ginestre fiorite, mandorli e vigneti con dei colori dell’arcobaleno che a perdita d’occhio arrivavano fino al mare – era la piana dove poi nacque la città di Vittoria. Ella vide anche l’uomo che in primavera raccoglieva frutti meravigliosi provenienti dalla Valle dell’Ippari, per non parlare dell’uva e del vino… Non è un caso che Vittoria sia la patria del famoso Cerasuolo DOCG e del pomodoro ciliegino.

Le sue strade a scacchiera e il suo patrimonio artistico rivelano la giovane età; lo stile liberty dei suoi palazzi e delle sue case rappresenta un raro esempio di eleganza e raffinatezza. I monumenti principali sono: il teatro comunale Vittoria Colonna, costruito in stile neoclassico con un doppio ordine di colonne, dorico all’ingresso, ionico nella loggia superiore, e definito nel 2005 dall’UnescoMonumento Portatore di una cultura di Pace”; la chiesa madre di San Giovanni Battista, che nelle sue tre navate richiama lo stile barocco; e la chiesa Santa Maria delle Grazie, che sorge a fianco del teatro comunale, affacciandosi direttamente sulla piazza principale. All’interno di questa basilica si possono ammirare quattro dipinti ovali con le figure della Charitas, della Fides, della Spes e dell’Obedientia. Nel cuore del suo centro storico, oggi denominato il Quartiere degli Artisti, si trova il castello Colonna Henriquez, che fu carcere per i briganti della zona. Oggi è sede dell’enoteca  e  associazione “Strada Vino del Cerasuolo di Vittoria”, impegnata nella promozione del territorio e delle sue eccellenze. Passeggiando alla scoperta della città del sole si incontra il Calvario, un tempietto di forma circolare costruito nel 1859. Ospita una cappella adornata da affreschi e costituita da otto colonne che reggono una trabeazione circolare chiusa da una cupoletta. Ogni anno vi si celebrano le solennità del Venerdì Santo, che richiamano fedeli da tutta la provincia di Ragusa.

Vittoria però non è solo delizie e arte, ma anche artisti e poeti che la vivono e la amano, ne conoscono gioie e dolori e le esprimono nelle loro opere.

“Viva Vittoria, viva i vitturisi; viva San ‘Gghiuvanni ca eni u Santu i stu Paisi” (Viva Vittoria, viva i vittoriosi; viva San Giovanni che è il santo di questa cittadina). Giovanni Virgadavola, nella sua Vittoria e Vitturusi, loda il suo paese. È un cuntastorie, contadino e poeta dialettale, che ha creato la Serra-Museo in contrada Menta in territorio di Santa Croce Camerina (RG). «Sugnu veramenti ri Vittoria e vuogghiu purtari avanti u dialettu pi fari apprezzari l’abbitudini re viecci abbitanti»  (sono un vero vittoriese e porto avanti la tradizione dialettale della mia città per far apprezzare alle future generazioni il senso autentico delle antiche tradizioni). La sua passione per la cultura contadina inizia con la raccolta di canti, poesie, detti popolari, proverbi siciliani che sono stati tramandati dai contadini vittoriesi. « Vittoria nasciu ro sururi re so abbitanti cuntatini. I Vitturisi su vuluntariusi e nuns’arriennunu mai!» (Vittoria nasce dal sudore dei suoi contadini. I vittoriesi sono volenterosi e non si arrendono mai),  afferma orgoglioso.

Michele Nigro, invece, è un pittore. Ama le cromie “mediterranee” ed esprime le contraddizioni del suo universo interiore attraverso il colore. In un quadro ha dipinto la vallata dell’Ippari in fondo alla quale si scorge una piccola casa senza tetto, illuminata dal sole mattutino. Da quelle quattro mura “sgarrupate”, per lui, è nata Vittoria. «È l’estrema sintesi dell’origine della mia città», spiega, mentre mostra la sua opera. «Quando la mattina vado a bere il caffè è bellissimo: cammino per i vicoli, guardo i palazzi, i raggi del sole si infrangono sulle case e creano un effetto magico; con gli amici e conoscenti che incontro l’atmosfera è colloquiale e semplice. Tutto questo per me rappresenta un momento di puro godimento» Nonostante l’amore per la sua città, Nigro spiega come, essendo una città giovane, Vittoria abbia bisogno di gente propositiva e stimolante che la valorizzi e che crei i giusti presupposti per far innamorare di essa chi la visita. Per lui «bisogna lottare costantemente contro il pregiudizio di chi spesso dice: ma cosa vuoi cambiare?». Parla di passione individuale con cui ogni singolo può fare molto e di quanto sia importante porre lo sguardo altrove per poter comparare la propria realtà con la miriade di altre realtà, in modo da poter assorbire ciò che c’è di buono fuori e «portarlo a casa nostra».

Per Francesco Iacono, che si può definire artista dell’immigrazione, la posizione pianeggiante, lo sguardo rivolto verso il mare, il sole che accarezza dolcemente e le primizie della sua terra rendono Vittoria una gioiello di valore inestimabile. È pittore e artista a tutto tondo e i suoi lavori ritraggono gli avvenimenti socio-culturali ma anche alcuni fenomeni che accompagnano l’esistenza umana. Con una lieve nota critica spiega che Vittoria «Potrebbe essere la città perfetta….se solo i suoi abitanti la amassero e la rispettassero un po’ di più, ne apprezzassero la bellezza e prendessero a cuore le sue necessità».

Anche Rosalba Amorelli dipinge e ha partecipato a numerose mostre estemporanee e collettive. Si è laureata in Scenografia all’Accademia Mediterranea di Belle Arti di Ragusa e ha spinto la sua arte fino alla fotografia e spazia dal ritratto alla foto di spettacolo, a quella di paesaggio. Nella gallery che ha realizzato per questo servizio si è cimentata anche nella fotografia architettonica e street. Nella sua descrizione di Vittoria si intravede la speranza per un rinnovamento già in atto, la definisce una bella signorina, ancora un po’ acerba: «c’è ancora tanto da fare perché diventi una “vera donna”. Credo che chi sceglie di rimanere qui e non emigrare abbia quasi il dovere morale e civico di fare qualcosa per aiutarla ». Per questo considera una vera conquista le botteghe degli artisti locali che gradualmente si stanno insediando nelle vie del centro storico e con energia positiva stanno riempiendo il vuoto culturale che si insinua pian piano in ogni città moderna. «La valorizzazione è l’unico strumento utile per rendere Vittoria il palcoscenico ideale per i suoi abitanti».

La testimonianza dei suoi concittadini, il loro estro, il loro forte desiderio di riscatto rappresentano la conferma che Vittoria è una città capace di partorire cultura e talenti. Scoprirla significa scoprire i suoi abitanti e la loro arte, significa conoscere quel contrasto fondamentale che la contraddistingue, l’oscillazione fra la diffidenza e l’amore verso tutto ciò che è fonte d’ispirazione e di crescita umana. ©Beatrice Cinnirella


CIBIANA, IL PAESE CHE DIPINGE LA SUA STORIA

Tra pendii scoscesi e alte cime, torrenti e sentieri, immersa nel verde dei boschi delle Dolomiti, montagne appena entrate a far parte del Patrimonio Unesco, sta Cibiamo (BL), un paese di 450 anime che offre ai visitatori uno spettacolo artistico-culturale molto singolare: i suoi murales.

Allo scopo di recuperare tradizioni e mestieri della piccola valle ai piedi del monte Rite, dal 1980, artisti da tutto il mondo arrivano per creare, sulle pareti degli edifici più antichi, opere in cui danno vita alla memoria storica del paese ed in particolare delle famiglie che abitavano le case prescelte. Per scoprire i 56 affreschi conviene perdersi tra vicoli irti e stretti di Cibiana e delle vicinissime frazioni di Pianezze e Masariè. Inoltre ogni anno, l’ultima domenica del mese di luglio, si ripete la festa dei Murales Viventi dove gli abitanti inscenano antichi lavori e costumi tradizionali, proprio in corrispondenza dei murales. Si possono ammirare, per esempio, la realizzazione di scarpete, pantofole di corda e velluto confezionate completamente a mano, o dei zestoi, gerle in legno utili per i lavori nei campi. In molte opere sono inoltre rappresentate chiavi: richiamano la storica fabbrica ERREBI che produce ancor oggi 120.000 pezzi giornalieri.

Cibiana, che fa parte dell’Associazione Italiana Borghi Dipinti, 85 centri  che condividono l’esperienza del murales e sono accomunati dallo stesso desiderio di mantenere vive storie e tradizioni locali, si arricchisce di opere d’arte annualmente ed è ormai conosciuto come “il paese che dipinge la sua storia”. ©Karin Daberto


Arte di luci e colori: la Santa Domenica di Scorrano

Tra il 5 e il 9 Luglio, ogni anno, Scorrano (LE) diventa la capitale mondiale delle luminarie e risplende della meraviglia di luci e colori creata dai suoi maestri paratori.

Foto: Alessandra Gorgoni e Lucilla Cuman
Testo: Lucilla Cuman

Quando il sole è appena tramontato, poco prima che la notte abbia il sopravvento e tutto sia circondato da una meravigliosa luce blu, la gente riempie le strade e la festa prende vita. Ci sono gli anziani nostalgici, che sulle panchine borbottano sottovoce che “Era meglio quando non c’era tutta questa modernità e la festa era più religiosa”, i bambini che giocano felici, perchè potranno andare a letto tardi e i nonni compreranno loro quel palloncino colorato che hanno visto alla bancarella, gli ambulanti che preparano la cupeta (tipico dolce croccante locale) e l’orientale sorridente che prova a venderti un “aggeggio” che ti aiuta ad infilare il filo nell’ago. E lì, sotto alle “loro” luminarie, ci sono i maestri paratori con i volti tesi. Circondati da parenti e amici, impartiscono le ultime disposizioni ai loro collaboratori: tutto deve essere perfetto fino all’ultimo dettaglio, fino all’ultima lampadina, perchè nei giorni seguenti la gente dovrà parlare della loro accensione come della migliore di tutte.

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A Scorrano, infatti, la Santa Domenica non è solo una festa di paese, ma una vera e propria competizione in cui diverse famiglie di artigiani dimostrano la loro arte. Per prepararsi a questo evento, che si svolge ogni prima domenica di luglio, ci vogliono mesi di lavoro certosino: bisogna creare, immaginare, disegnare e poi realizzare dal legno archi, spalliere, frontoni, cassarmoniche e gallerie. Tutto ciò richiede ore di incessante lavoro per suscitare l’effetto di meraviglia e stupore di tutti i paesani.

Decorare i paesi con grandi paramenti luminosi è una tradizione nota già dal XVI secolo, quando invece dell’energia elettrica si usavano carburo e olio. Nel suo Storie delle Luminarie di Scorrano, lo storico dell’arte Giovanni Giangreco spiega che la loro importanza per la cittadinanza era tale da coinvolgere artisti come  Zimbalo, che fu l’architetto del Duomo di Lecce, e addirittura Michelangelo Buonarroti.

Oggi i maestri salentini regalano emozioni e suggestioni esportando in tutto il mondo i loro allestimenti. Partecipano a molte manifestazioni religiose, ma anche a sfilate di moda concerti e altre celebrazioni laiche, riuscendo a creare ogni volta la meraviglia attraverso la bellezza e l’armonia di colori e forme. Sembrano voler esorcizzare la freddezza delle architetture moderne e in qualche modo, con le loro luminarie, illudere che la città moderna sia un’estensione di quella antica, riportando  lo spettatore in un’altra dimensione, quando l’Italia e il Salento erano nella fase della rinascita e tutto diveniva più bello.  ©Lucilla Cuman